Caro Augias, mia moglie era incinta alla 19-sima settimana. Alla bimba viene diagnosticata una malformazione cardiaca che le avrebbe dato morte certa ma in tempi da definire. All’ospedale cattolico ci fanno intendere che l’aborto terapeutico è la soluzione più caritatevole. Il ginecologo di mia moglie ci dà gli indirizzi delle cliniche londinesi «a 20 minuti dall’aeroporto». Io m’incaponisco nell’esigere un diritto di legge in Italia. In estate in tutta Roma ci sono solo 2 ospedali che fanno questo intervento: nel primo l’unico ginecologo non obiettore è in ferie, nell’altro il dottore sarà di turno notturno di lì a 4 giorni. Dopo una settimana riusciamo a essere presi in carico. Lo psichiatra chiede a mia moglie se «dopo pensa di stare male»; nel dubbio le prescrive tranquillanti e antidepressivi perché dopo non ci saranno altre visite. In camerata, un’attivista di movimenti Pro-life avvicina mia moglie senza che il suo parere fosse richiesto. Il giorno prima dell’induzione del parto naturale, un dottore compassionevole ci suggerisce sottobanco di fare richiesta di non accanimento terapeutico, come per i malati terminali. Lara, nostra figlia, muore naturalmente poche ore prima dell’inizio del travaglio. Il travaglio e la rottura delle acque avvengono in una camerata da 8 durante l’ora di ricevimento parenti. Il travaglio non avviene in sala parto perché «li nascono i bimbi sani e sua moglie potrebbe averne delle ripercussioni psicologiche». Valuti lei cosa c’è da rivedere nell’applicazione della 194.
Angelo Pugliese
A questa rubrica arrivano spesso lettere di pazienti che tengono a esprimere la loro riconoscenza verso la struttura sanitaria che li ha accolti e guariti con competenza e umanità. Premetto questo perché non si pensi che è la sanità in generale a non funzionare. E’ vero il contrario, la sanità italiana resta tra le migliori. Poi però ci sono i casi come quello raccontati dal signor Pugliese che mi chiede che cosa ci sia da rivedere nella legge 194 sull’aborto. Probabilmente la rete dei consultori, mi pare che su questo siano tutti d’accordo anche se i consultori costano e i soldi scarseggiano. Ma i cambiamenti veri credo che vadano fatti sulla mentalità più che sulle norme. Chi ha autorizzato l’attivista Pro-life ad aggirarsi nelle corsie? A dare il suo messaggio non richiesto in un momento così delicato? Perché la signora Pugliese ha dovuto affrontare il travaglio in quella camerata dove le altre pazienti ricevevano amici e congiunti? E’ quando si insinua il tarlo dell’ideologia che la sanità comincia a funzionare peggio. Il tarlo si annida cioè nel presupposto che si sta cercando di spacciare secondo il quale chi predica contro l’aborto sta dalla parte del bene e chi all’aborto vuole ricorrere per sue insindacabili ragioni ha invece torto comunque. Se fosse solo questione di migliorare una legge sarebbe forse (tre volte forse) più facile. Introdurre una mentalità che tuteli meglio i diritti degli individui con tradizioni come le nostre è molto più difficile.