La virtù più umana

Il Foglio
Angiolo Bandinelli

Stefano Rodotà affida a un librino – “La rivoluzione della dignità”, 2013 – la sintesi delle sue ricerche sul tema della 
dignità dell`uomo, il concetto che è venuto maturando nei secoli a partire dalla Dichiarazione dei diritti dell`uomo 
e del cittadino del 1789 se non già dalla Magna Charta del 1215 con il suo “habeas corpus”. Su questi due documenti, 
ampliandone senso e valore, si viene enucleando via via, in una vera e propria “rivoluzione”, il concetto di dignità 
dell`uomo su cui Rodotà si sofferma. Il breve, densissimo saggio coglie e analizza la “rilevanza” che questo concetto assume nel “costituzionalismo del Dopoguerra”: la Costituzione italiana, approvata il 22 dicembre 1947, vi fa “esplicito riferimento negli articoli 3, 36, e 41″, ecc.; seguirà la Dichiarazione universale dei diritti dell`uomo, approvata dall`Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. L`articolo I di questo documento “integra in modo significativo l`antica formula settecentesca della Dichiarazione francese egli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti`) affermando che `tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti`”. E se la settecentesca “`rivoluzione dell`eguaglianza` era stata il connotato della modernità”, la rivoluzione della dignità “è figlia del Novecento tragico, apre l`èra del rapporto tra persona, scienza, tecnologia”. Le due classiche dichiarazioni – la francese come l`americana – segnarono il “passaggio dall`uomo `hierarchicus` a quello `aequalis”`, oggi “quel tragitto si è allungato, ci ha portato all`uomo `clignus”`, “sintesi di libertà ed eguaglianza”, ecc. Questo lungo e travagliato percorso mette in evidenza, per Rodotà, come il diritto “costruisce” figure sociali, elaborando così “una vera e propria antropologia”. Che il diritto costruisca una “antropologia” mi pare osservazione ineccepibile. Ma forse, per quel che riguarda il termine “dignità”, la relativa antropologia ha radici più lontane. Viene subito in mente Kant, con la celebre seconda formula dell`imperativo categorico: “Agisci in modo da trattare l`umanità, tanto nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre anche come un fine e mai unicamente come un mezzo”. Non si dimentichi poi il “De dignitate hominis” di Pico della Mirandola. Scritto nel 1486, qualcuno lo definisce il “Manifesto del Rinascimento”: “Avendo compiuta la sua opera, l`artefice divino vide che mancava qualcuno che considerasse il significato di così tanto lavoro, ne amasse la bellezza, ne ammirasse la grandezza. Avendo, quindi, terminata la sua opera, pensò da ultimo – come attestano Mosè e Timeo – di produrre l`uomo. […] Ormai tutto era pieno, tutto era stato occupato negli ordini più alti, nei medii e negl`intimi. L..] Prese pertanto l`uomo, fattura priva di un`immagine precisa e, postolo in mezzo al mondo, così parlò: `Adamo, non ti diedi una stabile dimora, né un`immagine propria, né alcuna peculiare prerogativa, perché tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà quella dimora, quell`immagine, quella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz`essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell`arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perché potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto né celeste né terreno, né mortale, né immortale perché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature supreme, alle divine”. La 
pagina, esemplare prodotto del neoplatonismo rinascimentale, mi pare configuri la prima definizione specifica 
della “dignità” dell`uomo, nella sua capacità di controllo e “dominio” su di sé – ciascuno nella sua misura – prima 
ancora che sulle cose, sul mondo. Per coglierne il contesto si potrebbe prendere come punto di riferimento Machiavelli, e magari l`opera d`arte che sembra la sua immediata traduzione figurativa, la statua equestre di Bartolomeo Colleoni, 
capolavoro del Verrocchio. Il tema della “dignità” dell`uomo, come espressione e forma della sua “virtù” consapevole, è tipico del Rinascimento italiano fino alla sua rielaborazione a opera di Montaigne – ma è anche prefigurazione di Pascal (“l`uomo non è che una canna, la più debole in natura, ma è una canna pensante”). Alla pagina di Pico della Mirandola non sapremmo aggiungere nulla; un laico, se non un laicista, potrebbe tranquillamente accettarla e farla propria. E` giusta e bella conquista che il diritto dia fondamento giuridico-istituzionale a questo concetto, per cui l`attribuzione 
della dignità spetta all`uomo in quanto essere (per natura?). Ma, almeno a me, resta il dubbio che la dignità dell`uomo sia innanzitutto una conquista della sua “virtù”. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.