L’ abbraccio della sinistra e dei radicali è corale, ostentato. La conferma di un Gianfranco Fini che non solo va a votare, ma bolla in negativo l’astensione, rappresenta un regalo sontuoso al fronte referendario; e gli consente di tirare qualche calcio trasversale a Francesco Rutelli, il presidente della Margherita che invece ha annunciato il proprio non voto. La scommessa sulla procreazione assistita si gioca sul filo del quorum; e l’arruolamento di esponenti pescati nelle file avversarie può valere doppio. Daniele Capezzone, segretario del partito di Marco Pannella, dopo l’intervista di Fini al Corriere dice che il leader di An ha compiuto un atto politico «importante come la svolta di Fiuggi»: quella che archiviò l’Msi. Ma probabilmente più dirompente, per lui e per la sua formazione. Il partito appare lacerato: al punto che qualcuno si chiede se dietro l’uscita del vicepremier non ci sia un’archiviazione mentale di An. Capezzone augura la nascita «di una possibile destra alla Aznar», l’ex premier del Pp spagnolo, che Fini ha sempre considerato un modello. E addita il paradosso di un Rutelli che nel 1993 diventò sindaco di Roma con «l’appoggio decisivo dei radicali», contro l’allora segretario dell’Msi; mentre oggi «le parti si sono rovesciate». E’ una tesi rilanciata da alcuni settori dell’Unione prodiana, schierata massicciamente per il «sì» e incline a considerare la scelta rutelliana come un tradimento politico.
Il Fini referendario viene utilizzato così per colpire la Margherita astensionista. Col socialista Enrico Boselli in prima fila a classificare il capo di An ispirato dal «cattolicesimo liberale», mentre Rutelli sarebbe condizionato «da quello integralista». Sono polemiche sulle quali si scaricano anche le tensioni fra i fedelissimi di Romano Prodi e i suoi sostenitori più tiepidi; e che minacciano di inasprirsi dopo i risultati. Pur non spiegando se voterà sì o no, il Professore ha già annunciato che fra domenica e lunedì andrà ai seggi, come Boselli, i diessini, alcuni esponenti della Margherita, i Verdi e i comunisti; più una pattuglia di FI e An.
La prospettiva che la contrapposizione referendaria condizioni quella politica esiste: forse nell’opposizione più che nel governo. Il tentativo del segretario dei Ds, Piero Fassino, è di scongiurare nuovi strappi. Fassino sa che l’Unione ha bisogno di ricuciture. E, captando invece una voglia latente di resa dei conti, anticipa che il referendum non influenzerà il futuro dell’Ulivo: «Si tratta di fecondazione assistita, non delle elezioni per il Parlamento». Ma non è chiaro se lo dica pensando alla vittoria o alla sconfitta: fa sapere infatti che insisterà per cambiare la legge anche se non si raggiunge il quorum. Il clima fa presagire comunque strascichi velenosi.
Nella coalizione di governo, sembrano riguardare soprattutto An. L’Udc è compatta sull’astensione, e irritata con Fini. E Silvio Berlusconi, che non si è ancora espresso sul voto, è la prova vivente della «libertà di coscienza» di FI. Per la destra il discorso è più delicato. Aperta in teoria a qualsiasi scelta, An è schierata quasi totalmente per il non voto, anche in omaggio alle indicazioni della Cei del cardinale Camillo Ruini. La defezione di Fini rende il partito acefalo sul referendum; e alle prese con una contraddizione pesante: così vistosa da fare intravedere, più che una guerra per la leadership, una metamorfosi destinata a segnare l’intera maggioranza.
La sinistra adotta Fini in polemica con Rutelli
di Massimo Franco