La lettera / Fecondazione breve postilla per chi finge di non capire

Giuliano Amato
Caro Direttore, l’intervista in tema di referendum sulla fecondazione assistita, che avevo dato sabato a “Repubblica”, ha suscitato commenti raccolti ieri dal Suo giornale, che a mia volta vorrei commentare. In alcuni di essi ho colto il segno di una polemica (non necessariamente verso di me, ma tra i due fronti), giunta al punto di trattare con l’accetta argomenti che vanno trattati in ben altro modo; con il rischio che chi brandisce l’accetta finisca poi per faredel male a se stesso.

Mi soffermo in particolare su due temi. Il primo: ho detto nell’intervista, e lo ribadisco, che sul piano delle scelte io sono nettamente perché si vada a votare. Io lo farò e penso che dovrebbe farlo, scrivendo no, chi è favorevole alla legge com’è. Astenersi dal voto e andare a votare, quindi, non sono per me la stessa cosa. Ma se si vuole anche dire che astenersi è addirittura illegittimo, io ribadisco che così non è, non lo è mai stato e non lo si può far diventare tale in questa occasione, per squalificare chi la pensa diversamente avvalendosi di un’arma che in diritto è impropria.

Ho passato anni a insegnare ai miei studenti che non tutto quello che non ci piace è incostituzionale o illegittimo. Ma vedo che di quell’insegnamento c’è ancora bisogno.

Secondo tema. Mi fa piacere che vi siano fautori del Sì, i quali dicono che la loro vittoria non chiuderebbe la partita, ma aprirebbe al meglio la possibilità di modifiche migliorative della legge. Era quello che volevo sentire e mi incoraggia non poco, perché temevo (e francamente ancora temo) il rischio di un fronte referendario che, dopo un Sì vittorioso, si opponga alle modifiche in nome di una volontà popolare ormai cristallizzata nella pura e semplice eliminazione delle normeabrogate. Ma non si passi da questo a dire che la vittoria dell’astensione la partita invece la chiude. Sostenerlo significa dare agli astensionisti ciò che essi avrebbero, solo se votassero No e se i No prevalessero in un referendum che avesse superato il quorum di votanti del 50 per cento. Un referendum nel quale invece prevalessero le astensioni dal voto e non si raggiungesse di conseguenza quel 50 per cento, sarebbe un referendum che gli elettori dimostrerebbero di non voler usare per risolvere la questione demandandola per ciò stesso al Parlamento. E’ questa la ineludibile differenza fra il No e l’astensione. E’ bene che chi si astiene lo sappia. Ed è questa la ragione per la quale il cuore di ciò che volevo dire è che sapere come voteranno i leaders politici mi interessa meno della loro disponibilità a lavorare, dopo, sulle norme sbagliate della legge numero 40.