«Se il casino all’interno della Fed tra Rutelli e Prodi fosse scoppiato qualche mese fa, il quorum al referendum l’avremmo raggiunto quasi in scioltezza». C’è senz’altro un po’ di esagerazione nella battuta, detta a mezza bocca tra il serio e il faceto, che circola tra i referendari per il sì. Ma la voce, che si è fatta più insistente da venerdì mattina (da quando Francesco Rutelli ha deciso di rendere nota la sua scelta astensionista, tra l’altro non inaspettata). serve a spiegare il cambiamento di rotta dei vertici ds sulla campagna referendaria. Tanto che più d’uno, riferendosi alle grandi energie che negli ultimi giorni Fassino sta dedicando alla scalata (o meglio all’avvicinamento) al Monte Quorum, parla addirittura della «guerra di Piero». Lo stesso Piero Passino, fino a pochi giorni fa accusato da Pannella di contribuire alla «spoliticizzazione» dei quesiti, viene oggi descritto da chi gli sta più vicino «come un indemoniato. E incredibile – aggiungono – l’energia che Piero sta dedicando in questi giorni ai referendum del 12 e 13 giugno. Sembra che non abbia altro pensiero che questo. Va su e giù per l’Italia, determinato come non mai. Sa benissimo, e parlando con i fedelissimi lo ammette senza problemi, che non tanto il fallimento del quorum, quanto un’affluenza bassissima sarebbe una vittoria anche, se non soprattutto, di Francesco Rutelli». E, di conseguenza, una sconfitta anche, se non soprattutto dei Ds.
Per spiegare il forcing fassiniano serve un secondo elemento. L’obiettivo del segretario ds è quello di raggiungere «quota 40», ovvero portare alle urne il 40 per cento degli aventi diritto (all’interno dei quali, una maggioranza netta voterà a favore dei quattro sì). In questo modo, i Ds potrebbero incassare una piccola vittoria, tra l’altro non priva di significati politici: quella di essere riusciti a mobilitare un numero di elettori ben più elevato (almeno un 10 per cento in più) della somma degli elettori dei partiti schierati sul fronte del sì. Secondo l’ultimo sondaggio riservato, commissionato da via Nazionale all’Swg a fine maggio, l’affluenza si attesta al 37 per cento. Un dato poco confortante, nonostante l’istituto abbia precisato che il trend potrebbe capovolgersi a favore dei referendari anche la domenica del 12.
Ecco quindi il Fassino battagliero. Ieri pomeriggio, si è presentato col coltello tra i denti per la sfida con Giuliano Ferrara. Al direttore del Foglio, che ha evocato lo spetto del «Dottor Faust» che una volta «si occupava di curare le malattie, ora lavora per l’eliminazione del malato», il segretario della Quercia ha risposto citando San Tommaso. E argomentando – tra gli applausi di una platea da stadio – che «è ovvio che la ricerca sia sottoposta ad un governo ma inibirla è un’altra cosa. Gli scienziati sono fatti come noi, non sono dei dottor Stranamore, non producono Frankenstein, hanno un’etica, una coscienza e un’umanità». Poche ore prima, Fassino aveva condiviso l’allarme della Prestigiacomo sull’aborto, bollato nuovamente come un «trucco» l’astensione, e denunciato le gravi falsità di chi dice che «se passa il referendum si apre la strada alla clonazione umana». Una risposta netta a Rutelli, che venerdì aveva definito «inaccettabile» la legislazione eventualmente prodotta dalla vittoria del sì.
Intanto, dal centrodestra giurano che l’ipotesi di rivedere la 194 non è all’orizzonte. Addirittura c’è chi, riguardo all’uscita della Prestigiacomo a Catania, parla di «un equivoco creato dal giornalista dell’Ansa arrivato in ritardo al dibattito, che ha riportato soltanto la parte finale dell’intervento del ministro. La Prestigiacomo voleva soltanto fare un ragionamento logico sull’impossibilità di far convivere la 194 con una legge che dà all’embrione gli stessi diritti della madre». Sia come sia, agitare lo spettro anti-abortista agevola la campagna referendaria. E Fassino, che dopo lo scontro con Ferrara è volato a Milano, lo sa bene. Non a caso, utilizzerà il tema dell’«aborto minacciato» di fronte alle platee di Ferrara, Roma, Padova, Venezia,Verona e Palermo.Tutte tappe del tour fassiniano. Pardon, della sua «guerra di Piero».