La gran fretta di abortire celebrata a mezz’agosto

di Giuliana Ferrara
Waiting in line for gelato(Immagine fornita da Flickr)

Sabato mattina ho letto su Repubblica, giornale progressista e moderno, la solita storia pro-abortista, efficace, edificante per la coscienza contemporanea. Immagino i commenti sotto l’ombrellone, e qualche coda di improperio verso la mia campagna per la moratoria e contro l’aborto. Non escluderei di essere additato come responsabile della sofferenza femminile, ancora una volta. La storia è questa. Al quinto mese è diagnosticata una malattia del bambino. I medici di fiducia consigliano l’aborto terapeutico, sebbene non ci sia pericolo di vita per la madre, e siamo nei tempi della legge 194. Altri medici, nel sistema ospedaliero veronese, dicono che bisognerebbe essere più sicuri e verificare ancora con altre analisi. E dalla cronaca si capisce che la famiglia non ha alcuna voglia di perdere tempo, incombe un momento difficile e doloroso, la scelta è già fatta, la paura è tanta, un bambino ammalato in grembo risulta affettivamente e culturalmente insopportabile, dunque ci si trasferisce a Roma perché si fa così, a Roma dove si spera in una rapida esecuzione della sentenza clinica. Ma al San Camillo insorgono complicazioni che, secondo le cronache, protraggono di quattro -sei giorni la degenza e rendono in teoria aleatoria la possibilità di eseguire l’intervento entro la data limite fissata dalla legge, a causa delle ferie cumulate alle obiezioni di coscienza, come se la coscienza che timbra il cartellino fosse paragonabile alle ferie. II rischio è che il bambino debba essere partorito, probabilmente morto. In un altro mondo, in un altro tempo, una persona a me cara partorì un bambino che non sopravvisse. Soffrì. Soffri l’uomo con cui il bambino era stato concepito. Tutti ne fummo colpiti e ne provammo dolore. L’episodio fu parte della vita e del sentimento della vita della donna, della coppia.

E del nostro, di noi che volevamo loro bene. Poi la vita riprese il suo corso, e quella ferita rimase, sebbene impastata della dolcezza compassionevole e rassegnata dell’aver fatto quel che si era potuto. Questo bambino morto era stato battezzato in fretta e furia, poi fu sepolta. Ora non è più così. C’è il monitoraggio prenatale. C’è la possibilità legale di anticipare la data di quella morte di qualche mese, travestendo il dolore di un parto infelice nell’anestetico della medicina buona, amica dell’umanità, che sa scegliere il meglio per te e selezionare la tua discendenza secondo criteri diagnostici probabilistici ma inflessibili.

Peccato la burocrazia ospedaliera dell’obiezione di coscienza, peccato questo itinerario retrogrado della legge 194, che impone controlli e date, peccato che non si possa procedere rapidamente, seccamente, subito, con tutta la fretta dei caso. Per dimenticare in breve tempo, o pensare di aver dimenticato. C’è una consolazione. Puoi protestare. Puoi finire sotto il titolo scandalistico "vietato abortire", come se abortire fosse appunto un diritto di libertà che si scontra contro un divieto.

E come per il bambino della sindrome di Hinefelter, che ora sarebbe vivo, vegeto e passabilmente infelice, come tutti, che fu abortito a Napoli nel famoso caso di scuola della scorsa primavera elettorale, come per lui, nessuno pensa raccontando queste storie, men che meno la cronista di turno a Repubblica, che oltre alla fretta della famiglia e del personale specializzato non obiettore, oltre alla furia del cronista e del titolista, c’è o ci sarebbe la richiesta di andarci con i piedi di piombo, di camminare, sulle uova, ci sarebbe un "andateci piano!", un "fate attenzione!", un "niente fretta!" pronunciati dal bambino di cinque mesi o da chi potesse parlare a suo nome.

Leggi l’articolo di Repubblica cui fa riferimento il direttore del Foglio