Si dirà che per Fassino il gioco è facile, i Ds e in particolare le donne del partito hanno contribuito non poco a raccogliere le firme insieme ai radicali. Dunque non poteva fare altrimenti. Ma il problema che mette in piazza, come si dice, è un altro, anzi altri due. Il primo è l’invito ad astenersi del cardinal Ruini che sta facendo proseliti nel mondo politico. Non sarà un mezzo particolarmente nobile ma è certamente quello più efficace per far fallire un qualsiasi referendum, complici la stagione estiva e la difficoltà (anche tecnica) dei quesiti. Due anni fa furono infatti i Ds a propagandare l’astensione per «rendere inutile» come disse allora proprio Fassino, il referendum sull’art. 18. A questo proposito, piuttosto che polemizzare di volta in volta se sia eticamente lecito astenersi, si potrebbe cogliere l’occasione per annunciare una riforma bipartisan che resusciti il maltrattato referendum: magari raddoppiando il numero delle firme necessarie per proporlo e dimezzando il quorum per renderlo valido.
Il secondo problema è il silenzio. Molti leader politici si sono già schierati – per il sì o per il no, oppure per il non voto – altri prendono tempo, aspettano di capire da che parte gira il vento. E sbagliano, soprattutto sbaglierehbero se continuassero a tacere ancora. Il leader dell’Unione, Romano Prodi, una mezza parola in realtà l’ha detta: ha detto che andrà a votare. Ed è un segnale implicito ma piuttosto chiaro, perché sa benissimo che qualora si raggiungesse il quorum vincerebbero i sì. Ora potrebbe anche pronunciare l’altra mezza e dire cosa voterà.
E come lui dovrebbero fare altri tre dirigenti di primissimo piano, finora silenti: Berlusconi, Fini e Rutelli. Nessun elettore del centrodestra o del centrosinistra si straccerebbe le vesti se, su una questione che mette in gioco fede e diritti e che non a caso divide trasversalmente partiti e schieramenti, il suo leader annunciasse un voto diverso da quello che lui intende esprimere. Semmai si innervosisce, l’elettore, di fronte all’ipocrisia e allopportunismo. Che in politica parlano appunto la lingua del silenzio.