L’ opportunismo del silenzio

di Riccardo Barenghi
Sarebbe il caso di seguire l’esempio di Fassino che stavolta ha fatto la cosa giusta, pronunciandosi esplicitamente sul referendum che tra un mese deciderà la sorte della legge sulla fecondazione assistita. Con un’intervista a Luigi La Spina (ieri sulla Stampa) il leader dei Ds ha annunciato che voterà quattro si. Niente rifugi nella libertà di coscienza (sempre a disposizione degli elettori, ovviamente) ma una presa di posizione politica su un tema così complesso e delicato da richiedere l’intervento della politica al suo massimo livello. Tanto che in materia esiste una legge che ora potrebbe essere abrogata direttamente dai cittadini. Politica, appunto.

Si dirà che per Fassino il gioco è facile, i Ds e in particolare le donne del partito hanno contribuito non poco a raccogliere le firme insieme ai radicali. Dunque non poteva fare altrimenti. Ma il problema che mette in piazza, come si dice, è un altro, anzi altri due. Il primo è l’invito ad astenersi del cardinal Ruini che sta facendo proseliti nel mondo politico. Non sarà un mezzo particolarmente nobile ma è certamente quello più efficace per far fallire un qualsiasi referendum, complici la stagione estiva e la difficoltà (anche tecnica) dei quesiti. Due anni fa furono infatti i Ds a propagandare l’astensione per «rendere inutile» come disse allora proprio Fassino, il referendum sull’art. 18. A questo proposito, piuttosto che polemizzare di volta in volta se sia eticamente lecito astenersi, si potrebbe cogliere l’occasione per annunciare una riforma bipartisan che resusciti il maltrattato referendum: magari raddoppiando il numero delle firme necessarie per proporlo e dimezzando il quorum per renderlo valido.

Il secondo problema è il silenzio. Molti leader politici si sono già schierati – per il sì o per il no, oppure per il non voto – altri prendono tempo, aspettano di capire da che parte gira il vento. E sbagliano, soprattutto sbaglierehbero se continuassero a tacere ancora. Il leader dell’Unione, Romano Prodi, una mezza parola in realtà l’ha detta: ha detto che andrà a votare. Ed è un segnale implicito ma piuttosto chiaro, perché sa benissimo che qualora si raggiungesse il quorum vincerebbero i sì. Ora potrebbe anche pronunciare l’altra mezza e dire cosa voterà.

E come lui dovrebbero fare altri tre dirigenti di primissimo piano, finora silenti: Berlusconi, Fini e Rutelli. Nessun elettore del centrodestra o del centrosinistra si straccerebbe le vesti se, su una questione che mette in gioco fede e diritti e che non a caso divide trasversalmente partiti e schieramenti, il suo leader annunciasse un voto diverso da quello che lui intende esprimere. Semmai si innervosisce, l’elettore, di fronte all’ipocrisia e allopportunismo. Che in politica parlano appunto la lingua del silenzio.