
La drosofila, naturalmente. Le prime righe della sua autobiografia, il professor Boncinelli non le dedica alla famiglia, al primo bacio o alla Fiorentina. Sono per spiegare come s’innamorò della drosofila. Fino a trovarvi, lui «incapace di genio», geni simili a quelli dell’uomo. Un valzer con quel moscerino della frutta che l’avrebbe portato a una scoperta finita sui libri di scuola: «È un organismo minuscolo. Se ne possono far crescere a centinaia in un barattolo da yogurt e mantenerli con poco. S’accontentano d’una pappa di farina gialla. Un sogno per qualsiasi genetista. Ci ho lavorato tredici anni e ne sento ancora nostalgia..». La drosofila, dunque. E il volo d’un ragazzo più delicato d’un moscerino, malato e senza troppi mezzi, «un imbucato della vita» che dice di non aver mai saputo bene che cosa essere, e perciò ha sperimentato di tutto: la filosofia e la psicoanalisi, i lirici greci e gli aforismi, il sanscrito e la pittura, fino a essere considerato uno dei dieci scienziati più importanti della storia italiana. Ora che della vita conosce molti segreti, un po’ per l’età e molto per gli studi, il professore s’è già preparato l’epigrafe («Edoardo Boncinelli, fisico, biologo, poeta») e se l’è scritta nelle 400 pagine di Una sola vita non basta, per Rizzoli.
In una vita di scorta, sarebbe davvero un poeta?
«Non è che una vita non mi basta. E che sono talmente tante le cose che mi piacerebbe fare… Scienziati poeti ce ne sono molto pochi. Però, se uno appaia la poesia alla scienza, ha un briciolo di fantasia in più».
Una volta, ha detto che avrebbe fatto volentieri il medico…
«Ai medici invidio la sensazione d’essere subito utili, che io ho provato solo quand’ero psicoterapeuta e curavo i depressi (con me, i depressi non vanno troppo lontano: sono uno che contagia entusiasmo). Rimpiango di non aver capito che a fare il medico si guadagna: l’avessi saputo, non so se avrei fatto II fisico».
Perché gli scienziati, in Italia, non li conosce nessuno?
«All’estero, si prendono l’anno sabbatico e ricevono anticipi solo per scrivere un libro di divulgazione scientifica. Quando cominciai io, mi dicevano: ma chi te lo fa fare. Adesso le cose sono un po’ cambiate, ma la torre d’avorio è sempre lì».
Però ai talk-show non si fa che parlare di fuga dei cervelli, di ricerca negletta…
«Chiacchiere. Non importa nulla a nessuno, né a destra né a sinistra. Andare all’estero è positivo: il problema è che bisogna tornare dopo due o tre anni, e invece i nostri rimangono là. L’unico ministro che ricordo si sia interessato di queste cose era Ruberti. Ingegnere, socialista. Parlava bene, agiva bene. Si circondò, cosa rara, di gente esperta. Sono 70 anni che ci ripetono che non è necessario un ministro che se ne intenda. A me sembra una cretinata. Anche se i peggiori ministri della Sanità, poi, sono stati proprio i medici».
Nel libro racconta di quando pestò un piede a De Lorenzo.
«Intelligentissimo. Mascalzone, ma genio. Capiva al volo tutto. Purtroppo, in Italia non è l’intelligenza che ci manca: è l’utilizzo che se ne fa. Noi italiani siamo particolarmente indietro. Anche se poi ci sono i festival della scienza, affollatissimi: l’altra sera ho presentato un libro sui neuroni, mi hanno fatto mille domande».
Domande anche stupide?
«M’interrogano sempre sulle stesse cose, così ho preparato un opuscolo con le risposte già pronte. Però d sono due cose che non capisco perché le chiedano a me: Dio esiste? Oppure: l’anima è immortale? Domande intelligenti. Ma che volete che ne sappia io?».
Perché ogni volta che si presentava per una cattedra la bocciavano?
«Delusioni enormi. Qui sono stato a lungo trasparente, non esistevo. E sono sopravvissuto grazie agli stranieri, non certo agl’italiani. All’estero, i biologi molecolari si chiedevano come potessi fare cilecca io. Mi sono vergognato per anni dell’ambiente scientifico italiano e delle sue piccinerie».
Che cosa pensa dei controverso metodo terapeutico a base di staminali Inventato da Davide Vannonl?
«Surreale. Che possa essere una terapia, non sta né in cielo né in terra. È sale&pepe mescolato con la formula magica. Un modo folle di buttare via soldi. Che questo Vannoni sia solo un laureato in lettere, può anche voler dir poco. Il fatto è che non c’è alcuna possibilità che la terapia funzioni».
Eppure ll Parlamento, Celentano, Le Iene hanno fatto grancassa.
«Beh, se ci affidiamo al cantanti, si poteva chiedere un parere anche al povero Mino Reltano… Tanta gente non sa quel che dice. Se la mettiamo sui piano compassionevole, si può autorizzare qualche trattamento. Ma non centinaia. Ricorda Di Bella? Quella terapia fu subito bruciata perché la cavalcò il centrodestra qui invece la cavalcano un po’ tutti, e ci stiamo esponendo a una figuraccia».
Anche lei però, confessa nel libro, una volta si rivolse a un sensitivo.
«Stavo molto male. E mia moglie, donna intelligente, non sapeva più che pesci pigliare. Andammo dal santone. Ml disse che il problema era “l’ipofìsi”: andiamo bene, commentai, questo non sa nemmeno che si dice ipòfisi… La disperazione del malato va capita. II problema sono quelli che ne approfittano».
Qual è la sfida scientifica che l’affascina di più, oggi?
«La neurochirurgia. II cervello è la cosa più bella, avessi 18 anni comincerei da lì. Poi certo, se uno vuole fare soldi, l’ingegnere gestionale è un lavoro pagato molto meglio».
Lei è appassionato di vite illustri. Gli scienziati dalla biografia più intrigante?
«Heisenberg, Schroedinger, Pasteur. Però Einstein resta un modello inimitabile. Come uomo era buffo e scombinato, ma non ha avuto uguali. Di solito, un genio nella vita ha una grande idea: lui ne ha avute quattro. E ha fatto tutto quello che gli è piaciuto. Invidiabilissimo».
Mi racconta come andò quella volta che al Cnr salvò Giorgio Napolitano da un’assemblea di sessantottini?
«A Napoli c’era un’occupazione di ricercatori. Venivano varie delegazioni politiche e si presentò anche lui, uno del Pci. C’era subbuglio. Gli occupanti si fidavano di me, così ottenni che non lo mangiassero vivo. Elegante, signorile, Napolitano sembrava Daniele fra i leoni. Lo lasciarono parlare tre quarti d’ora. Credo avesse in corpo una paura tremenda: avevamo la fama d’una fossa di caimano .
Controcorrente, lei paria benissimo anche di don Verzé…
«Un uomo eccezionale. Fondamentalmente, un’anima laica. Un caso unico in Italia. Se ha fatto qualche scivolone amministrativo, è perché si riteneva infallibile come ogni dittatore. Mi stimava, andavamo d’accordo, ma non mi chiedeva mai un consiglio».
Perché difende con tanta foga gli ogm?
«Chi li osteggia ha torto marcio. Non c’è nessun pericolo per la salute o l’ambiente. Li mangiamo da vent’anni e nessuno ha denunciato disturbi. Trovo incredibili quei Paesi africani che preferiscono morire di fame, pur di non usarli. Un giorno li useremo tutti, magari dopo aver cambiato nome. Com’è stato per la risonanza magnetica nucleare: oggi la chiamiamo risonanza magnetica e basta, perché la parola nucleare fa ancora un certo effetto».
Ma lei lo mangerebbe II nuovo hamburger prodotto con le staminall?
«Ci farà risparmiare enormi quantità d’acqua e d’inquinamento. Allevare una mandria dl mucche ha costi incomparabili. II futuro è in quelle bistecche. Non avrei problemi a mangiarle. Basta che m’invitino, perché costano ancora un po’ troppo».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.