Professor Bulletti, come medico che ha lavorato per lungo tempo in un ospedale pubblico su questi problemi, ci può dire cosa non va nella legge 40?
«L’impalcatura della legge è del tutto incoerente. A cominciare dal fatto che obbliga ad una applicazione del principio di gradualità, in sostanza, la legge chiede una progressione nelle cure della sterilità in cui la fecondazione assistita sia l’ultimo atto. Non si tiene conto del fatto che chi si rivolge alla fecondazione assistita di solito è una donna che ha più di 35 anni: quale progressione ci può essere con quei tempi di fertilità residua?»
Gli altri punti critici?
“Il divieto di congelare gli embrioni,prima di tutto: non capisco perché una donna debba sottoporsi a più trattamenti di cura»,
Prima della legge cosa accadeva?
“Nella preistoria della fecondazione assistita si trasferivano nell’utero molti embrioni per aumentare laprobabilità che qualcuno si impiantasse. Ma c’era il pericolo di gravidanze plurime. Passare da due a tre gemelli fa moltiplicare in modo esponenziale i rischi di gravi danni alla madre e al bambino. Si è capito così che bisognava trasferire al massimo 3 embrioni. Tuttavia, dopo aver sottoposto la donna alla stimolazione ormonale, si prelevavano comunque più uova e le si fecondavano tutte. Poi si sceglievano le migliori. Una parte si trasferivano nell’utero, le altre venivano congelate. In questo modo, se la prima volta non accadeva nulla, c’era la possibilità di fare ancora due o tre tentativi trasferendo gli embrioni congelati senza ripetere i trattamenti a base di ormoni. Oggi invece il medico deve fecondare al massimo 3 uova e deve trasferirle tutte nell’utero della donna. Il rischio è doppio: oltre alla possibilità di una gravidanza multipla, c’è anche quello di una grave malattia del figlio perché l’embrione fecondato va impiantato anche se non è “buono”».
E’il problema della diagnosi pre-impianto?
“Già. Non mi è chiaro sulla base di quale principio religioso si debba negare la diagnosi pre impianto, ossia l’analisi dell’embrione prima che venga impiantato al fine di cercare malattie genetiche. lì paradosso è che in questo modo si risparmia un piccolo lutto (non si impianta l’embrione) per doverne affrontare uno ben più grande (cioè l’aborto), se la malattia è grave. Ciascuno di noi sceglie cosa è disposto ad affrontare: io per esempio ho sempre detto che se mi fosse capitato un figlio down l’avrei tenuto, ma non credo che potrei dire lo stesso per un figlio in uno stato semivegetativo. E’ assurdo pensare che un embrione di 4 cellule sia portatore di diritti più di un embrione di 12 settimane, termine entro il quale si può interrompere la gravidanza volontariamente