La tesi berlusconiana è che «se il “sì” perde, perde», taglia corto il coordinatore di FI, Sandro Bondi. Ma qualcuno fa notare che un afflusso superiore al 45 per cento potrebbe sdrammatizzare l’eventuale insuccesso dei promotori. D’altronde, dal 1995 nessuna consultazione ha raggiunto la soglia del 50 per cento più uno dei voti; e nel 2003, al referendum sull’articolo 18 (quello sui licenziamenti nelle imprese con meno di 15 dipendenti) votò appena il 25,7 per cento.
Dietro la speranza di un quorum strappato in extremis al cardinale Camillo Ruini e agli astensionisti, si fissa una sorta di soglia minima, che per qualcuno parte dal 40 per cento; per altri, dal 35. Ma a farlo sono i settori più pessimisti dello schieramento referendario: i fautori della tesi secondo la quale «il problema non è se si perde, ma come si perde». Eppure, c’è chi confida in una vittoria sorprendente. D’altronde, Romano Prodi ha confermato che voterà: come andrà alle urne il leader di An, Gianfranco Fini, spiazzando i suoi.
La scelta, speculare a quella di Francesco Rutelli, presidente della Margherita, che si asterrà, legittima le posizioni trasversali; e potrebbe scoraggiare la tentazione di rese dei conti postreferendarie. I partiti cercano di negare i contraccolpi del 12 e 13 giugno, confermando che il pericolo di nuove tensioni esiste: e infatti il prodiano Arturo Parisi accusa Rutelli di usare il referendum come «strumento di divisione». Ma nel centrosinistra, i referendum sono stati considerati quasi provvidenziali: se non altro, hanno messo ai margini per un po’ le tensioni fra alleati.