I diritti del malato calpestati dalla legge 40

Perché in questo modo si discrimina chi è portatore di una patologia: come si può giustificare l’esclusione di alcuni individui perché malati? Perché ci dovrebbe essere un divieto del genere? Cosa pensassero gli estensori della legge 40, e i suoi sostenitori, rimarrà sempre un mistero.

Perché si impedisce di scegliere come evitare la trasmissione di patologie perlopiù gravissime – come la Corea di Huntington, la fibrosi cistica, la talassemia – e si fa finta di non sapere che chi non vuole correre questo rischio se ne andrà altrove oppure abortirà. I costi individuali e collettivi saranno maggiori (l’amniocentesi è a carico del sistema sanitario nazionale per le donne con più di 35 anni). E si porrà una questione morale davvero complessa, per chi abortisce un figlio voluto, al quarto o quinto mese di gravidanza, e anche per il feto: è meglio non impiantare un embrione o interrompere lo sviluppo di un feto di quattro o cinque mesi?

Perché si vieta il ricorso a una “indagine prenatale” avanzata e precocissima, rifiutando perciò tutte le tecniche che ci migliorano la vita.

Perché la Dgp è una di queste: una tecnica che migliora la vita e che non danneggia nessuno. Chi pensa che un embrione prodotto in laboratorio abbia dei diritti fondamentali, dovrebbe combattere per abolire tutte le tecniche riproduttive e tutte le diagnosi prenatali, e non solo una perché magari non ha capito ancora bene di cosa si tratta.

Chi invoca l’eugenetica dovrebbe ricordarsi che non stiamo parlando delle politiche naziste o sovraindividuali, che sacrificavano i diritti dei singoli in nome del bene del “tutto”, né di nulla di simile, ma di una scelta riproduttiva come molte altre legalmente permesse e moralmente ammissibili. Se la Dgp è “eugenetica” lo sono anche le diagnosi prenatali: vogliamo vietare anche queste? Vogliamo forse tornare al mistero della riproduzione, magari a quando i neonati morivano in percentuali altissime e il parto era molto rischioso? Bei tempi quelli, che nostalgia!

Perché Valentina e Fabrizio, promotori di uno dei procedimenti civili, senza la legge 40 avrebbero potuto scegliere se e come avere figli e se fare ricorso a una specifica tecnica. Con la legge 40 hanno tentato senza tecniche, Valentina è rimasta incinta e dopo un’indagine prenatale ha scoperto che il feto era malato. Ha abortito, correndo rischi non necessari e vivendo un dolore evitabile. Come Maria Cristina e Armandoe tantissime altre persone.

Perché non impiantare un embrione deve essere considerato almeno analogo all’aborto, permesso dalla legge italiana a tutela del preminente diritto alla salute della gestante: non sarebbe del tutto irragionevole vietare di anticipare la possibilità di evitare la trasmissione di una malattia, eliminando così i rischi fisici e psicologici di un aborto tardivo?

E per quale ragione si dovrebbe essere costretti ad avviare una gravidanza, portarla avanti per mesi, sottoporsi a un’indagine prenatale e poi eventualmente abortire? Lo si può scegliere, si può anche scegliere di non interrompere quella gravidanza, si può perfino decidere di non rischiare. Ma il verbo giusto è scegliere, non vietare. Non imporre a tutti qualcosa di irrazionale e moralmente ripugnante.

Possiamo solo confidare nella saggezza della corte, con la speranza che sarà ribadito questo concetto abbastanza elementare calpestato ciecamente dalla legge 40, ristabilendo così un principio giusto e giuridicamente coerente.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.