I custodi dell’embrione vanno al mare

Roberta Caruni
Dice il governo che andremo a votare per abrogare la legge contro la procreazione assistita il 5 giugno, o forse il 12. Le motivazioni tecniche bofonchiate ieri in parlamento dal ministro Giovanardi non c’entrano niente: è da quando la Corte costituzionale ha deciso sui quesiti referendari sui quali potremo pronunciarci che il governo – con la maggioranza trasversale favorevole alla legge 40 – persegue la strategia dell’astensione. Se potessero, ci convocherebbero volentieri alle urne il 15 agosto.

Intendiamoci: in sé, l’astensione al referendum abrogativo è una scelta legittima.È una delle opzioni in campo. È una scelta politica che si avvale della forza delle proprie ragioni -che possono essere nella contrarietà a ridurre alla logica «sì-no» materie complesse e delicate,o nell’inopportunità di farlo in determinate congiunture, ecc. ecc. – e approfitta della forza d’inerzia dell’astensionismo «naturale», che ovviamente cresce all’ avanzare dell’estate. Ma nel caso della procreazione assistita le ragioni «politiche» dell’astensionismo sono zoppicanti e del tutto contraddittorie. È difficile infatti conciliare la crociata per l’embrione e per la legge che intorno alla sua sacralità è stata costruita con una gita al mare nel giorno in cui per essa si vota. Chi ha affermato e afferma la giustezza di questa legge in base a principi tanto saldi quanto (nella sua concezione del mondo) universali, cade in contraddizione quando si sottrae al voto su di essa. Così, rimane solo la seconda parte della strategia dell’astensione: una gigantesca e pavida furbata.

Alla quale lavorano congiuntamente e più o meno pubblicamente, insieme alle copie nostrane dei teo-cons, i massimi vertici delle istituzioni repubblicane e delle gerarchie ecclesiastiche. Già, la chiesa cattolica. Può sembrare vano in queste ore nelle quali si celebra il culto del papa morto spendere argomenti che vanno contro la sua potenza religiosa, mediatica e politica. Può sembrare impossibile – e illusorio – pensare che il paese che si veste a lutto per la morte del papa poi vada in massa, due mesi dopo, a bocciare la legge che i custodi dell’ortodossia vaticana hanno benedetto. Ma la realtà non è così semplice nè così vecchia. Ha tante facce, come i papa-boys e come l’Italia che mentre si inginocchiava davanti alla salma del papa eleggeva per la prima volta nella storia un presidente di regione (meridionale)omosessuale e cattolico. E come Roma che oggi accoglie i pellegrini in lutto e cinque anni fa partecipò gioiosamente al gay pride che il Vaticano voleva bandire dalle mura della città.

È di queste facce e di queste sorprese che si ha paura. Ha paura la Chiesa (quella con la maiuscola, quella che mostra sempre e solo una faccia) ma ha paura la gran parte del mondo politico, che ha messo mano alle regole sulla procreazione assistita sotto il dogma assoluto della vita dell’embrione. Che disfatta sarebbe per loro scoprire che l’etica non abita solo in piazza San Pietro. E non parliamo qui solo del governo. È persino comprensibile che la destra, ancora rintronata dalla sberla che ha preso alle regionali, punti tutto sull’astensione per superare il referendum e dedicarsi intanto alla sua crisi e alle sue lotte intestine. Meno comprensibile sarebbe una implicita strategia dell’astensione nel centrosinistra, magari giustificata e coperta dal mito dell’unità. Dopo la vittoria alle regionali, il miglior viatico per un anno di «costruzione» sarebbe proprio nell’affrontare le proprie divisioni interne a viso aperto e in modo – ci si scusi il termine laico, adoperandosi perché il maggior numero possibile di persone prenda la parola. E scelga, sì o no. Il 29 maggio.