Gb. Due interventi analizzano il rapporto inglese con la scienza

Cinzia Colosimo
Quando guardiamo le leggi italiane in materia di ricerca e di fecondazione assistita, siamo consapevoli di avere davanti un’anomalia, un compromesso politico e morale scarsamente giustificabile e poco efficace. Uno dei modelli di riferimento legislativo, almeno per chi sostiene la liberta’ della ricerca, e’ sicuramente quello proposto dalla Gran Bretagna, che dal 1990 opera in un regime di controllo e rispetto della scienza.
Anche se in Gran Bretagna la situazione politica e’ decisamente favorevole e consapevole, il dibattito, fortunatamente, non ha cessato di esistere. Riportiamo di seguito due interventi significativi, pubblicati sul Guardian, a firma di Nigle Cameron, del Centre for Bioethics and Public Policy di Londra, e di Robin Lovell-Badge, embriologa e ricercatrice sulle staminali al MRC National Institute for Medical Research.
I due punti di vista partono da un dato di fatto che, come italiani, non abbiamo avuto la possibilita’ di vivere direttamente: entrambi sanno cosa significa per i ricercatori vivere in un clima politico aperto, e conoscono le conseguenze di certe scelte legislative.
Che sia occasione per un’ampia riflessione.

Nigle Cameron.

Le straordinarie notizie che ci provengono dalla Corea, dove gli scienziati hanno utilizzato la clonazione per produrre cellule staminali, e dalla stessa Gran Bretagna, dove abbiamo clonato il primo embrione umano, ci inducono a pensare sulle piu’ grandi conquiste del XXI secolo. Parlamentari e giudici hanno dovuto riflettere in termini di bioetica, e negli Stati Uniti questi temi sono stati oggetto di campagna presidenziale. […]
Il dibattito non si presenta in bianco e nero. Qualora si decida di utilizzare staminali embrionali, queste dovrebbero essere prelevate dagli embrioni soprannumerari o dovremmo crearne di nuovi? O dovremmo addirittura pensare alla “clonazione terapeutica