Frenata sui farmaci generici. Scaramuzza, Tribunale dei diritti del malato: “Possibili risparmi per 800 milioni, ma ci vuole più dialogo”.

La Stampa
Paolo Russo

Salta l’obbligo ai medici di prescrivere soltanto il principio attivo: ma la polemica non si placa

La contestata norma che obbliga i medici a prescrivere i farmaci generici si rifà il trucco con le modifiche dell’ultima ora, ma non placa la protesta degli industriali della pillola e dei medici. I primi continuano a sostenere che così si discrimina un settore industriale, quello dei produttori di medicine «griffate» rispetto a quello dei «genericisti». I medici di famiglia della Fimmg, il potente sindacato di categoria, considerano le novità introdotte dal Governo addirittura peggiori dell’emendamento originale. Il Tribunale dei diritti del malato dal canto suo prevede risparmi per quasi 800 milioni di euro.

Intanto i diretti interessati si arrovellano sull’interpretazione autentica del nuovo testo, che obbliga sempre a prescrivere il solo nome del principio attivo (fatta eccezione che per i malati cronici) ma lascia al medico la facoltà di indicare anche il farmaco «griffato». Indicazione vincolante per il farmacista qualora sia scritto espressamente «non sostituibile» e sia riportata una sintetica motivazione. Un iter macchinoso che continuerà a far discutere.

 

 

Giuseppe Scaramuzza, coordinatore nazionale Tribunale dei diritti del malato, che vantaggi avranno i cittadini da questa norma che obbliga i medici a prescrivere il principio attivo anziché il nome commerciale del medicinale?

«Oggi per i farmaci con brevetto scaduto lo Stato rimborsa fino alla soglia del prezzo più basso tra prodotti equivalenti. Se il cittadino vuole la pillola di marca e questa costa di più paga la differenza. In media un farmaco di marca costa due euro in più di un generico. Dati dell’Aifa, l’agenzia nazionale del farmaco del ministero, dicono che nel 2011 per pagare queste differenze di prezzo i cittadini hanno speso 792 milioni. Cifra che potranno ora risparmiare perché il medico prescriverà solo il principio attivo e il farmacista dispenserà quello meno costoso».

Però già oggi il farmacista può sostituire il prodotto di marca con il meno costoso generico se il cittadino è d’accordo…

«Si ma il medico può scrivere sulla ricetta "non sostituibile". Cosi sarà solo il farmacista a decidere. Sicuramente gli assistiti risparmieranno ma non bisogna dimenticare che parliamo di farmaci, non di latte o prosciutto. I cittadini devono essere ben convinti di quello che assumono».

E non lo sono?

«Non del tutto. C’è ancora una certa resistenza psicologica a curarsi con i farmaci generici e certi atteggiamenti, anche di parte della categoria medica, disorientano. Come quando si dice che equivalente non significa uguale. Ma l’Aifa e le più accreditate società scientifiche internazionali dicono che i generici hanno gli stessi effetti terapeutici del prodotto di marca».

Però in Italia il mercato dei generici non decolla. Come mai?

«È vero. Secondo l’Aifa i generici rappresentano solo il 9,5% della spesa, contro il 50-60% del resto d’Europa. Se siamo così indietro credo sia appunto per la difficoltà incontrate a trasmettere fiducia ai cittadini. Per questo se devo fare una critica al modo con il quale si è agito attraverso la spending è quello di aver voluto forzare la mano con un blitz senza cercare invece di condividere un percorso con medici, farmacisti e associazioni dei pazienti».

Sei generici arrancano, sostengono i maligni, si deve anche a rapporti non sempre del tutto trasparenti tra industria e medici. Che ne dice?

«Che era così soprattutto in passato, come dimostrano la numerose indagini giudiziarie sui casi di comparaggio tra medici e produttori, con regali e benefit vari elargiti a piene mani per far scorrere la penna su ricettario. Ma oggi in larga misura non è più così, anche perché sempre più medici di famiglia lavorano in équipe. La scelta della terapia è una scelta condivisa da più medici. Cosi eventuali condizionamenti illeciti diventano più difficili. E sempre più lo saranno con il nuovo provvedimento del ministro Balduzzi che obbligherà i medici ad associarsi per garantire studi aperti 24 ore su 24».