Ferrara & Capezzone, un happening-fecondazione alla Bocconi

Jacopo Iacoboni
«Mai visto, i radicali fanno una battaglia contro i diritti» «No, è il movimento per la vita che nega la vita». E il duello infiamma gli studenti.

Si comincia altissimo, embrioni ed etica, Kant e i diritti umani, si finisce con Capezzone che provoca Ferrara «a Giulià, tu sei un guru, nun fa il para-guru», e Ferrara che ovviamente risponde «e tu parli da esorcista, tener chiusi trentamila embrioni nei Konzentrations Lager, cioè i frigoriferi degli scienziati, è come strappare un rene a un uomo anziano, così poi io che so’ malato me lo trapianto e mi salvo. Che felicità sarebbe?».

La platea ondeggia, le coscienze pure. La fecondazione è così, me scola sacro e profano, risate e drammi, amici e nemici, guerre culturali e guerre preventive, superlaici e «atei devoti», e questo confronto-scontro davanti agli studenti della Bocconi tra il segretario dei radicali e il direttore del Foglio serve appunto a illustrare un’evidenza: nell’età post-ideotogica anche la più scientifica delle questioni è fratta e grigia, il bene non sta tutto di qua, il male non va tutto di là. Però la forma delle discussioni dev’essere binaria altrimenti il talk show, di cui ogni confronto pubblico è ormai un’estensione, non funziona: e allora ecco le ragioni del sì (Capezzone) e dell’astensione (Ferrara), i guelfi e i ghibellini, i palleschi e i piagnoni, il Milan e l’Inter, l’applauso metro per il radicale e quello per il fogliante. A volte, gli stessi ragazzi che prima hanno premiato l’uno si entusiasmano alla frase icastica dell’altro. Parla Ferrara e accusa il rivale «hai definito l’embrione un grumo di materia inerte», risponde Capezzone e giura «non l’ho mai e fatto, Giulià, nun fa il furbo». Ferrara spiega, «vogliono far credere che questo sia un referendum sulla salute della donna o la libertà illimitata della ricerca scientifica, ma non si sta parlando di questo: si sta semplicemente dicendo un’ovvietà, e cioè che non si viviseziona un essere già concepito, una persona»; Capezzone replica, «su centottanta paesi nel mondo ce n’è uno solo che ha una legge più restrittiva il Costarica. Persino l’America di Bush, che voi del Foglio citate sempre, ha trovato quattro possibili soluzioni scientifiche per trattare l’embrione e ne ha ammesse due, peccato che entrambe sarebbero fuorilegge in Italia». E ancora, Ferrara dice «i radicali per la prima volta nella Storia fanno una battaglia contro i diritti», Capezzone contrattacca «macché, e il “Movimento per la vita” che per la prima volta fa una battaglia per non far nascere dei bambini» … La questione medievale eppure postmoderna, la si può dunque guardare da punti di vista plurali. Ferrara domanda «sì ha il diritto di fare tutto quello che tecnicamente siamo in grado di fare?». Capezzone osserva «venendo qui leggevo il testo della legge 40, è una legge tecnicamente estremista, ho contato 55 volte “è vietato questo” , “è vietato quello”». Gli argomenti polemici forti entusiasmano sempre, Capezzone ce l’ha con una giornalista del Foglio, «la Tiliacos ha scritto “noi non aggrediamo un signore in strada per strappargli il cuore al fine di curare un cardiopatico”», Ferrara ribatte attaccando Veronesi, «il professore è una delle nostre personalità più rispettabili ma anche lui può dire delle sciocchezze, per esempio scrivere “un embrione di scimpanzè potrebbe essere anche lui un progetto, e allora perché non tutelarlo come l’embrione umano?” Ma l’embrione di Ferrara mica e uguale all’embrione dell’elefante!». Boato in aula. Una diciannovenne, la studentessa di economia aziendale Vaja Georgiu, commenta sobria «sulla scienza sto con Capezzone, sull’embrione sono più vici na a Ferrara»; sui banchetti il «Comitato per la legge 40» ha messo dei volantini pro astensione, piccolo parapiglia perché gli studenti non ce li volevano; il leader radicale dice «rivolgo un appello alla sinistra: siamo al 42 per cento, perché non fate una grande manifestazione per il referendum?». Si citano Tommaso d’Aquino e Sabrina Ferilli, Edmund Burke e monsignor Sgreccia, don Benedetto Croce e la Santanchè, non bastano a risolvere la complessità, e dicono che il bello debba ancora venire.