Fecondazione assistita il ricorso di una coppia di cagliari

di Daniela Daniele
Legge 40 e esami sull’embrione: il caso alla Corte Costituzionale

Donna talassemica chiese una diagnosi prima dell’impianto ma il ginecologo rifiutò.
Daniela Daniele

L’ embrione approda alla Corte Costituzionale.

Per domani è attesa la sentenza che dirà se una parte della legge 40 sulla fecondazione assistita sia da ritenersi illegittima. E’ quella che vieta la diagnosi sull’embrione, prima dell’impianto in utero. A questa tappa si è giunti in seguito al ricorso di una coppia di Cagliari, con una storia di grande sofferenza alle spalle. Marito e moglie, portatori sani di Beta thalassemia (o anemia mediterranea), si rivolgono al centro di cura dell’infertilità nel reparto di diagnosi prenatale, all’ospedale Microcitemico di Cagliari.

La donna, dopo la diagnosi di sterilità, si sottopone a un tentativo di fecondazione assistita. E rimane incinta. All’undicesima settimana, il medico dispone una diagnosi prenatale. Il suo esito, purtroppo, getta la coppia nello sconforto: il bimbo tanto atteso non nascerà . Il feto è malato. L’aspirante mamma cade in un pesante stato di prostrazione e si procede all’interruzione terapeutica della gravidanza. Per superare il trauma, la donna deve sottoporsi, per un lungo periodo, a cure mediche alternate a quelle psicologiche. «Malgrado la terribile esperienza – racconta Laura Pisano, presidente dell’associazione “L’altra cicogna”, di Cagliari – la vocazione alla maternità è così radicata in lei che, d’accordo con il marito, decide di tornare al centro cagliaritano e si sottopone a un secondo tentativo. La coppia è consapevole dei rischi, ma pensa di poter affrontare e gestire la situazione. Invece, al momento dell’impianto, la donna ha un tracollo psichico ed emotivo grave». E’ l’incubo di un’altra delusione, di un altro aborto. La donna chiede al medico la diagnosi preimpianto sugli embrioni. A questo punto il ginecologo, il dottor Monni, si tira indietro: la legge sulla fecondazione assistita non gli consente di farla. E’ il luglio dell’anno scorso. Così nasce il caso. La donna rifiuta l’impianto e la coppia si rivolge all’avvocato Luigi Concas che presenta istanza per un procedimento d’urgenza che autorizzi il medico a effettuare la diagnosi sugli embrioni. La procura della Repubblica si associa alla richiesta, ma il giudice civile del Tribunale di Cagliari, Donatella Satta, rinvia ogni decisione alla Corte Costituzionale. Ritiene, infatti, «rilevante e non manifestamente infondata» la questione della legittimità . «Le ragioni di questa scelta – conclude Laura Pisano – sono tutte nelle contraddizioni interne alla legge. Contraddizioni denunciate a suo tempo da pazienti, medici e giuristi alla commissione del Senato e poi al ministro competente, ma che non sortirono alcun effetto. Proprio da queste ragioni nacquero i quesiti referendari del giugno 2005». La contraddizione: non si può fare diagnosi prima di impiantare l’embrione nell’utero, quando ha poche ore di vita, ma la legge sull’interruzione di gravidanza consente di far abortire quello stesso embrione, in uno stadio più avanzato, se portatore di una malattia genetica. Domani, a sostenere l’aspirante mamma di Cagliari ci sarà anche il Coordinamento federativo delle pazienti sterili. Osserva l’avvocato Filomena Gallo, presidente di Amica Cicogna onlus: «Il giudice Satta ricorda anche le precedenti decisioni della Corte Costituzionale, per le quali non esiste equivalenza fra il diritto, non solo alla vita, ma anche alla salute di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione, che persona deve ancora diventare”. E ha correttamente richiamato l’articolo 32 della nostra Costituzione» . Che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».