Embrioni e stampa male informata

L’Unità
Carlo Flamigni

Gli articoli dell’!Avvenire” che riguardano la medicina della riproduzione mi sono generalmente utili perché mi inducono a controllare la letteratura medica più recente, cosa che la pigrizia che coincide generalmente con l’età avanzata mi trattiene troppo spesso dal fare. E’ vero che ho una preclusione generale nei loro confronti (vorrei che fossero scritti solo da persone realmente competenti), ma il giornalismo scientifico ha molte difficoltà, la maggior parte di chi scrive di medicina sui giornali appartiene alla categoria dei Margite (chi era? Cercatevelo nella vostra enciclopedia), bisogna far buon viso a cattivo articolo. Lo scritto in questione (Gli esami sugli embrioni? Non funzionano del 23 gennaio) sottolinea il fatto che l’analisi genetica per la ricerca delle anomalie cromosomiche-ha significativamente abbassato il tasso dei nati vivi nelle Pma nelle donne di età avanzata. L’altro problema che l’articolo prende in esame riguarda il fatto che queste analisi non danno una certezza assoluta, tanto che i medici che le eseguono consigliano di controllare le diagnosi eseguendo indagini (amniocentesi o villocentesi ) in gravidanza.

Poiché l’articolo tende a fare di ogni erba uno spinello, è necessario qualche chiarimento. Esistono due categorie di analisi che possono essere eseguite sulle morule o sulle blastocisti (per capirci, sugli embrioni) prima di trasferirle nel grembo materno dopo una fecondazione in vitro: le prime si eseguono quando i genitori sono portatori di malattie genetiche che potrebbero essere trasferite (con gravità molto maggiore) al figlio; le seconde sono indagini generiche sulla struttura e sul numero dei cromosomi, per una valutazione generale di normalità, e che si eseguono soprattutto nelle donne che hanno superato i 36 anni e in quelle nelle quali sono stati registrati ripetuti fallimenti dei trattamenti di fecondazione assistita. Nel primo caso la tecnica (Pgd) non viene messa in discussione da nessuno: il rischio di errore diagnostico è inferiore al’1% e l’efficacia superiore al 95% (è un dato riferito alle cellule esaminate). Il controllo successivo è evidentemente inutile e immagino che le ragioni per cui viene consigliato facciano parte della cosiddetta «medicina difensiva», deprecabile, ma allo stato attuale dei fatti La Corte Costituzionale non potrà che registrare quella che ormai è prassi nel Paese inevitabile. Tenga presente il lettore che siamo alle soglie di un grande cambiamento, che vedrà la sostituzione delle tecniche di indagine prenatale invasive (amniocentesi e villocentesi) con analisi eseguite sul sangue materno, e a quel punto saranno ben poche le donne che non chiederanno di conoscere il genoma del proprio figlio. Queste indagini, secondo uno dei giuristi che hanno speso più tempo e fatica a occuparsi dei problemi etici e legali della riproduzione, Gianni Baldini, sono considerate lecite dalla maggior parte degli esperti dopo l’intervento del Tar del Lazio del 2006 e le linee guida del 2008. Quanto al secondo tipo di analisi, il problema è più complesso. In un libro che ho pubblicato nel 2008 (il secondo libro della sterilità, Utet) esponevo tutti i dubbi esistenti In proposito e chiedevo che si considerasse la Pgs (certamente molto promettente) ancora sperimentale. Le cose sono cambiate in modo significativo e siamo alle soglie di chiarimenti definitivi su questo tipo di analisi. Uno studio di Eric Forman pubblicato da Fertility and Sterility nel luglio del 2013 afferma che la Pgs consente di ottenere lo stesso numero di gravidanze con il trasferimento di una sola blastociti selezionata come normale che si ottengono con il trasferimento di due blastociti non sottoposte ad analisi genetiche (con l’ulteriore vantaggio di un numero minore di gravidanze gemellari).

Ho sotto gli occhi un gran numero di pubblicazioni che affermano più o meno la stessa cosa, incluso uno studio di notevole spessore scientifico che dimostra come la diminuzione dcl numero di gravidanze dopo Pgs si riferisca solo alle donne che hanno superato i 43 anni di età, cosa inevitabile se si considera che per queste analisi è necessario un numero di embrioni più alto per le donne meno giovani e che le donne meno giovani tendono invece a produrre un numero di embrioni più basso. Ho parlato a lungo a uno dei maggiori esperti italiani di questi temi (che mi ha promesso di pubblicare sul mio sito una sintesi della letteratura medica più recente, cosa che non è possibile fare sulle pagine di un quotidiano) e penso che ci siamo trovati d’accordo sul fatto che anche su questo tema siamo molto vicini a uscire definitivamente dalla sperimentazione e a trovare un consenso sulle indicazioni e sulle controindicazio-ni. Mi è sembrato di capire che Avvenire è preoccupato delle possibili decisioni della Consulta, chiamata a decidere in aprile su una serie di temi relativi alla medicina della riproduzione. Penso che dopo una serie di decisioni prese dalla magistratura e se si tiene conto dell’evoluzione del pensiero giuridico europeo su questi temi, la Corte Costituzionale non potrà che registrare quella che ormai è prassi nel Paese, la liceità delle indagini genetiche di tipo diagnostico, le Pgd; quanto alle Pgs, considerato il fatto che si tratta di tecniche in continua evoluzione e che diventeranno di routine nel giro di pochi anni, a mio avviso debbono essere lasciate al giudizio delle commissioni che prepareranno le prossime Linee guida. Sarebbe anche molto utile che a queste stesse commissioni,adeguatamente arricchite di esperti di genetica, venisse affidato il compito di stabilire una lista di malattie genetiche perle quali le indagini pre-impiantatorie fossero considerate indispensabili ed eseguite nelle strutture pubbliche. Resta naturalmente il problema bioetico, la eticità della selezione degli embrioni, un problema a proposito del quale la morale di senso comune ha già fatto da tempo le sue scelte. Conosco le critiche che si possono muovere a questa morale, ma è pur sempre quella alla quale le leggi si debbono adeguare; le sette religiose hanno il diritto di esprimere le loro opinioni e di farle seguire dai loro seguaci, ma è odioso che esercitino ogni sorta di pressione (incluse le interpretazioni distorte degli articoli scientifici) per influenzare il legislatore. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.