Togliatti sì, azionisti no. Ve lo ricordate lo scandalo di Togliatti alla Costituente quando annunciando il voto all’articolo 7 affermò che «col suo voto la responsabilità che il partito comunista si assume è assai grave e più grave ancora di quella del partito socialista ma il fatto essenziale è questo: la classe operaia non vuole scissioni per motivi religiosi e non vuole intaccata l’unità morale e politica della nazione»? In quegli stessi mesi Ugo La Malfa lasciava il partito d’Azione rimproverando Lussu egli altri intransigenti di non comprendere che la Chiesa avrebbe avuto una presa tale nella vita italiana che ne sarebbe derivata una lunga egemonia della Dc. In maniera diversa e senza voler ripetere la storia, che è sempre diversa, avevano ragione Togliatti e La Malfa e la loro lezione parla ancora oggi. Oggi che la Chiesa italiana di Ruini e quella del progetto europeo-universale di Ratzinger si mostra così energicamente e solidamente capace di tornare a inteipretare «la guerra dei valori», l’errore peggiore è quello di rimpannucciarsi nelle recriminazioni dell’intransigentismo laicista. Comprendo bene che è una grande fatica culturale e intellettuale per tanta parte della sinistra, superare il rassicurante schema di una Chiesa montiniana il cui esito sembrava quello, obbligato, di avere il cattolicesimo sociale per definizione alleato al proprio fianco e sotto le proprie bandiere, una volta finita la Dc e avviatasi la transizione italiana al bipolarismo. Occorre ancor più che accettare pacatamente che siano i cattolici oggi ad apparire meglio titolati a parlare di vita e di morte. Occorre addirittura mettere all’ordine del giorno la questione della fede riconoscendole piena importanza e centralità nella vita politica. Non si tratta di rinunciare a nulla di ciò che da liberali pretendiamo da una società pluridentitaria e rispettosa dei diritti dell’individuo. Ma se la sinistra non impara che i cattolici buoni non sono quelli «adulti» perché dissenzienti, ma i cattolici che seguono la Chiesa, temo proprio che le sorprese negative per lei siano solo all’inizio.
Cara sinistra prova a capire la nuova Chiesa
Oscar Giannino
L’esito del referendum chiama tutto il variegato fronte referendario a comprendere bene quanto profondo sia il fenomeno che sì è espresso e quanto importanti siano le sue radici, quali ne possano essere le conseguenze future. Non sto parlando qui del merito del referendum e della legge 40. Sto parlando del cuore del problema civile e politico, del ruolo centrale, protagonista e vincente che il «progetto culurale» della Chiesa italiana guidata da sua eminenza Ruini ha voluto e saputo mettere in campo. Con tutto il rispetto per la pluralità di putni di vista presenti nel variegato e sconfitto campo laico e in quello della sinistra italiana che si è impegnata per i referendum, chi scrive pensa che l’errore peggiore da evitare sia quello di una recriminazione di schietta e intransigente marca laicista. Opporre alla Cei il richiamo a principi cavouriani e siccardiani sarebbe semplicemente fuori dalla storia, per quanto confacente possa risultare ad alcuni o a molti di noi. In realtà da anni la Cei aveva impostato con intelligenza il superamento a tutti gli effetti di ciò su cui per troppi anni la sinistra italiana ha continuato a nutrire illusioni. E cioè che la Chiesa italiana rimanesse in sostanza malgrado i tempi diversi e nuovi quella montiniana, esitante e perplessa di fronte alle sfide poste dalla modernità, inclinante a una benevola compiacenza verso tanti parti dei movimenti e dell’associazionismo cattolico che declinavano la propria ‘socialità’ in sedi e modi sempre più prossimi e contigui all’impegno sociale e politico che la sinistra politica metteva in atto nella società italiana.