«Stefano mi ha detto di dirti di chiamarlo quando vuoi». Chantal, l’angelo custode che l’aspirante calciatore Stefano Borgonovo incontrò ragazzino in Piazza San Giacomo a Giussano per non separarsene più, ne parlava come se l’essenziale, cioè un’anima pulsante dentro un corpo allettato da quasi otto anni, fosse rimasto, nel tempo e nel dolore, immutato. E poco importava che Stefano, malato di sclerosi laterale amiotrofica, Sla (primi sintomi nell’ottobre 2005, diagnosi nel maggio 2006), comunicasse solo attraverso il lettore oculare con una voce da Tom Tom che sa tutto di calcio, perché gli occhi buoni di quel campione del Milan e della Fiorentina regredito allo stato di bambino, totalmente non autosufficiente, mobili come quando cercavano un pallone da arpionare in area, sapevano di farne e di sete e di aria nei polmoni. Quanto basta per aver voglia di continuare a vivere.
Stefano Borgonovo se n’è andato ieri a giocare altrove, con le gambe svuotate di muscoli e i polpacci scarnificati dal male, a 49 anni ha salutato la compagnia per disputare un personalissimo campionato ultraterreno, niente a che vedere con il Como con cui esordì in serie A minorenne (14 marzo 1982, tre giorni prima del 18esimo compleanno), con la Fiorentina stagione ’88-’89, l’anno di grazia in cui si fuse con Roberto Baggio («Ciao Stefano, mio eroe») realizzando 14 gol (rete di testa su corner del Codino alla Juventus e guizzo a intuire il retropassaggio di Bergomi a Zenga contro l’Inter); e nemmeno con il Milan della Coppa Campioni ’90 firmata Arrigo Sacchi, trovando in fondo a piedi straordinariamente reattivi e tecnici l’ardire di perforare la difesa del Bayern a Monaco, l’invenzione per cui, vincendo poco ma bene (Intercontinentale e Supercoppa ’89), è rimasto negli annali del calcio. Ci sono uomini di cui si ricordano le opere, le intuizioni, i pensieri. Ci sono calciatori che muoiono lasciandosi in scia una cometa di successi, primati, trofei.
Di Stefano Borgonovo, il ragazzo ambizioso che partì da Giussano palla al piede per conquistare un rettangolo di prato e di mondo, rimarrà la luce di un sorriso che negli ultimi anni si era trasferito dentro due pupille nere che non avevano mai perso per strada lucidità e coraggio, un breve trasloco provocato dalla Sla che non aveva minimamente intaccato la luminosità interiore di Stefano e della sua bellissima famiglia, di fluorescenza quasi accecante: la donna della sua vita, Chantal, con cui si erano scelti quando il successo e la popolarità erano sogni troppo grandi persino da pensare; e i quattro ragazzi: Alessandra, che fino all’ultimo respiro è stata più madre che figlia, Benedetta, la piccola Gaia, e Andrea, il maggiore, che da subito rifiutò l’eredità di calciatore imboccando altre strade e che due anni fa l’aveva reso fiero, orgogliosissimo, giovane nonno.
La storia di Borgonovo è l’epopea di un guerriero forte abbastanza da scegliersi sfide improbe, farsi largo con un fisico «normale» tra i fuoriclasse degli anni 80 e 90 prima e rimanere in piedi dopo che la Sla gli era entrata senza tanti complimenti tra tibia e perone poi. L’aveva preso alle spalle, marcandolo con spietatezza a uomo, un giorno in cui le parole cominciarono a uscirgli smozzicate dalla bocca, il bicchiere d’acqua gli cadde di mano, le gambe non lo sostennero più. «Inizialmente pensai a un ictus. Dopo mesi di esami un neurologo ci mise di fronte alla realtà» raccontava Chantal, fedele moglie della Sla nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi, dolce e serena contro tutte le avversità. Dentro casa Borgonovo, cui avemmo il privilegio di avere accesso nel settembre 2008, quando Stefano dopo infinite resistenze si convinse a rendere pubblica la sua situazione regalando speranza a centinaia di malati in Italia, con in sottofondo il sibilo delle macchine che lo aiutavano a respirare (era stato tracheotomizzato) si respirava un’aria chiara, pulita, tutt’altro che arrendevole.
Stefano voleva guarire, aveva sospeso il litio e sperava in una cura improvvisa e miracolosa, in grado di ridargli il ruolo di capofamiglia e di rimetterlo al centro di un’esistenza indipendente. L’inverno scorso si era dissociato dallà protesta di un gruppo di malati, che minacciavano di lasciarsi morire davanti al ministero dell’Economia, a Roma, per contestare il taglio dei fondi per la sperimentazione sulla sclerosi. «Io voglio vivere, non morire» aveva precisato, attraverso Chantal. Non si perdeva una partita in televisione, del calcio di oggi sapeva tutto: il salotto di Giussano era un porto di mare di campioni in visita al campione azzoppato, da Beckham a Balotelli («La tua forza è stata un insegnamento di vita»), da Ancelotti («Ciao, amico mio») a Del Piero («Sei stato un grande lottatore»). Dallo scafandro, ieri la farfalla è uscita forse per permettere alla sua famiglia di assaporare un sorso di vita dopo tanto strazio. E chissà che leggerezza adesso, lassù in slalom, di corsa, tra le nuvole.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.