Astensione, dietro lo scudo di Dio

La confusione tra articoli di fede e articoli di legge, tra ruolo e competenze dello Stato (laico) e della Chiesa continua a regnare sovrana nelle parole dell’interventismo cattolico a favore dell’astensione al referendum sulla procreazione assistita. Dopo Tettamanzi ieri è toccato al cardinal Martino (presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace) richiamare anche i laici cristiani a non lasciarsi intimidire dal «gioco della democrazia» spesso all’origine dell’approvazione di «leggi che sono contrarie ai principi che un cristiano vive e propone». E’ vero che per il cristiano non possono essere disattese né l’ambito politico né le responsabilità pubbliche, ma di fronte a questioni che «implicano valori etici prioritari» (la sacralità della vita, l’indissolubilità del matrimonio, etc etc), nel solco benedetto di «una dimensione etica della vita sociale e politica», un cristiano in linea con la fede deve sapere dire no, e attivarsi contro le «strutture di peccato» (vale a dire quei parlamenti che si pongono in aperto conflitto con la legge di Dio e con la legge di natura, come ebbe a scrivere Giovanni Paolo II nel suo libro-testamento, Memoria e identità a proposito dell’aborto).

Si inginocchiano alla Cei e si ribellano a Fini, il movimento giovanile di An (Azione giovani), Adriana Poli Bertone e Roberta Saltamartini, vice al ministero delle pari opportunità. Lanciando, con magliette rosa e celesti e al grido di «Siamo tutti ex embrioni», una campagna di astensione attiva al referendum. E Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano lavoratori, che rivendica l’ossequio al diktat di Ruini da primo della classe, «senza bisogno di nessun ulteriore richiamo». Anche «Famiglia cristiana» si astiene, ma sente il bisogno di motivare la scelta, annunciando inserti dedicati ai quattro quesiti referendari. Un bisogno che rivela quanto, al di là dell’invadenza mediatica dei porporati, il referendum sulla procreazione assistita scuota e divida il mondo cattolico. Rivelando quella realtà tutt’altro che compatta e omogenea (e non da oggi) che il carisma del papa santo subito aveva per così dire contenuto e oscurato. «Se il diritto del più forte schiaccia il più debole», titola il primo piano del settimanale cattolico. Dove chi sia il più forte e chi il più debole è fin troppo facile da intuire. La legge 40 «non ci soddisfa pienamente», ma ha il merito, «di aver dettato alcune regole, là dove prima vigeva la legge del far West, quella del più forte. E l’embrione “forte” non lo è di certo». Ed è per difendere quel «minimo di regole» che il settimanale cattolico si batte per un doppio no: ai quesiti e al referendum.

Ma è proprio l’ex direttore di «Famiglia cristiana», Leonardo Zega, ad aver firmato tra i primi l’appello «Per il rispetto della sacralità della coscienza», promosso da cattolici e lanciato dall’Adista online. Netto contro l’astensionismo. «Compito dei vescovi è indicare valori, non imporre ai credenti scelte che competono alla coscienza e alla fede di ognuno. Il cristianesimo non è mai stato solo potere e lotta fra poteri. Il Vangelo e la profezia hanno incessantemente animato la crescita dell’umanità lungo l’asse dei valori democratici, fra cui il primato della coscienza, il pluralismo, l’etica della responsabilità. Che dire allora di questa chiamata all’ubbidienza verso l’autorità e all’appartenenza ecclesiale in occasione del referendum? Che ne è del primato della coscienza, che ne è del pluralismo, che ne è dell’etica della responsabilità? Che ne è della lettera e dello spirito del Concilio?». Il rapporto «fra la legge umana imperfetta e la legge divina perfetta» non si può risolvere con il richiamo all’autorità, al primato dell’appartenenza, né tantomeno con «un nuovo intruppamento dietro il potere che si fa scudo di Dio».