Ad Andrea De Carlo – negli anni Ottanta enfant prodige della nuova narrativa italiana (da Treno di panna a Due di due) e oggi uno degli scrittori di maggior successo nel nostro Paese (l’ultimo romanzo, Giro di vento, pubblicato da Bompiani, è stato per mesi in vetta alle classifiche) – in tutta questa storia dei referendum del 12 e 13 giugno sembra non andare giù soprattutto l’ideologizzazione del dibattito.
«Se parliamo di queste questioni semplicemente senza pregiudizi, appare a tu\tti evidente che una liberalizzazione dei modi con cui praticare la fecondazione assistita e con cui far progredire la ricerca scientifica, avvantaggerebbe tutta la collettività».
«Eppure sembra che in Italia questo non si riesca a fare. Da noi l’ingerenza clericale ha una lunga tradizione ed è anche nota la tradizione dei politici pronti a ossequiare il Vaticano. Da questo nuovo Papa, poi, mi sembra che non ci dobbiamo aspettare niente di meglio. Parlo da laico, ma in questi giorni ho raccolto le impressioni di diversi amici cattolici e anche loro non mi sembrano particolarmente ottimisti sul futuro della Chiesa. Pare che da cardinale Ratzinger sia stato l’ispiratore degli aspetti più conservatori della “politica” di Wojtyla, come la netta contrarietà al controllo delle nascite o all’uso del preservativo anche in Paesi, come molti di quelli dell’Africa, dove l’Aids è un vero flagello».
Dunque, secondo lei, è la Chiesa cattolica l’ispiratrice della legge 40 che sta per essere sottopposta a referendum?
«Direi proprio di sì. E mi sembra paradossale che ad approvarla sia stato un governo che si chiama ‘Casa delle libertà’. È una legge che, come sappiamo, mette a repentaglio la salute della donna che si voglia sottoporre al trattamento assistito per conseguire una gravidanza. Il divieto di congelamento degli embrioni, poi, diminuisce le possibilità di successo della fecondazione assistita. Inoltre mi sembra assurdo il divieto, attualmente stabilito dalla legge, della fecondazione eterologa. Il fatto di ricorrere allo sperma o degli ovociti di un donatore o di una donatrice è una scelta che pertiene alla coppia e basta. Se i due partner sono d’accordo, non capisco per quale ragione un’autorità esterna alla loro coscienza come quella dello Stato debba intromettersi per impedirlo. Forse l’unico limite da porre è quello dell’età della madre, che non dovrebbe discostarsi molto da quello di una madre che ha un parto “naturale”. Perché altrimenti si rischia di vivere la maternità in maniera egoistica. Ma sono favorevole a consentire la fecondazione assistita, per esempio, a una coppia di donne lesbiche, perché, comunque, il neonato sarebbe il figlio naturale di una delle due. Lo Stato deve garantire dei diritti, non vessare i suoi cittadini imponendo limiti ingiusti».
Un punto controverso è quello relativo alla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali…
«Sappiamo che attraverso questio tipo di ricerca si potrebbero conseguire risultati scientifici utili per curare alcune malattie che ogggi riguardano, solo in Italia, milioni di persone. È davvero incomprensibile questo divieto. Non capisco perché nessuno si scandalizzi del fatto che si possa fare ricerca o addirittura praticare la vivisezione su, poniamo, uno scimpanzé adulto e che invece l’embrione sia protetto non si comprende da cosa. Anche perché mi sembra di aver capito che il divieto di sperimentazione riguarda anche gli embrioni attualmente conservati nei congelatori e che comunque, sembre in base a questa strana legge, rimanendo lì sono destinati prima o poi a morire».
Il fatto è che all’embrione la legge 140 attribuisce valore di ‘persona’…
«Questo è un altro punto pericolosissimo. È chiaro che si tratta di una legge grimaldello, fatta per mettere in discussione la legge sull’aborto, che noi italiani abbiamo approvato con un altro referendum nel 1981. È una palese sfida alla volontà popolare, che in quell’occasione si era espressa con nettezza dopo anni di difficili battaglie. Ora qualcuno vuole tornare indietro, ma per fortuna abbiamo ancora questo strumento democratico che è il referendum».
Dunque lei andrà a votare?
«Certamente, e i miei saranno quattro sì. Invito tutti a farlo, perché, come dicevo, si tratta di esprimere un parere attraverso un istituto democratico quale è il referendum, che, vivaddio, in Italia c’è ancora. Qualcuno afferma che si tratta di questioni troppo tecniche per essere decise a colpi di voti referendari. Ma allora la stessa accusa di incompetenza potrebbe essere rivolta a chi ha scritto la legge 40, visto il risultato. E poi credo che, al di là dei tecnicismi, i termini della questione siano chiari a tutti, come è chiaro a tutti che si tratta di una battaglia di civiltà».