Anche gli ambientalisti divisi sulla procreazione

Mattia Feltri
A dieci giorni dalla consultazione elettorale una nuova spaccatura trasversale sul temi della fecondazione artificiale. Pecoraro è per il «Sì», ma molti non vogliono la cultura dei bimbi a ogni costo. Siccome la storia è una bestia che si mangia la coda, Gianni Mattioli – uno dei fondatori di Legambiente, per quattordici anni deputato Verde e ministro nell’ultimo governo di Giuliano Amato – ricorda della volta in cui, era il 1987, il suo partito si affratellò a Joseph Ratzinger e al Vaticano contrari a qualsiasi forma di manipolazione genetica. E per la stessa ragione Carlo Ripa di Meana ricorda il gusto dell’iperbole con il quale i Verdi rifiutavano di consegnare «il futuro a Frankenstein», ed erano i tempi in cui il mondo muoveva i primi passi sul pianeta degli Ogm. A nove giorni dal referendum sulla procreazione assistita, il vasto club degli ambientalisti si sta producendo in una silenziosa diaspora appena mascherata dal sigillo ufficiale issato nel sito internet del partito di riferimento, quello guidato da Alfonso Pecoraro Scanio, che invita a votare quattro «Sì». Ieri, insieme a Ripa di Meana, un altro padre dell’ecologismo italiano, il fiorentino Giannozzo Pucci, ha diffuso un manifesto dell’astensionismo firmato fra gli altri da Gino Girolomoni, ex coordinatore nazionale dei Verdi. E’ un manifesto «contro la manipolazione della fertilità, la subordinazione dell’umanità alla tecnologia, agli inquinamenti e agli interessi dei grandi gruppi economici». E Ripa di Meana aggiunge; «Abbiamo un passato che parte dalle obiezioni agli inquinanti chimici e che arriva alle questioni sul nucleare. Abbiamo messo in guardia su tutta la biotecnologia, sulla clonazione animale, sugli Ogm. Ora che non si tratta più di mais e pomodori, ma della dimensione umana, il silenzio dei Verdi è pressoche incomprensibile». Non sembra di essere di fronte a una dissidenza premeditata. Il cartello degli astensionisti è soltanto un’avanguardia dietro cui sono maturate posizioni varie. Una piuttosto diffusa è quella di Roberto Della Seta, presidente di Legambiente, che si limiterà a tre «Sì» scegliendo il «no» per il quesito sull’eterologa, intravedendo «il rischio di aprire la strada all’eugenetica positiva, cioè all’eugenetica che non si limita a a eliminare morbi e malformazioni, ma predetermina le caratteristiche gradite. Il rischio, cioè, che un giorno si stabilisca a tavolino il catalogo della procreazione». E pure sui tre «Sì» Della Seta si concede uno scarto: «Non condivido i limiti estremi della legge 40, ma dei limiti ci vorranno comunque. Mi convince poco il modo in cui la politica laica di sinistra vuole abolirli tutti: avere un figlio non è un diritto ma una possibilità». Ribalta tutta la questione Mattioli – per lui tre «No» e un «Sì» – , e il «Sì» va proprio all’eterologa perché, spiega, se passano gli altri tre non si vede il motivo di vietarla. E i tre «No» scaturiscono da un ragionamento, e cioè che nessuno si sognerebbe di «ammazzare il bambinetto» e neppure, ripercorrendone all’indietro l’esistenza sino all’embrione, troverebbe l’istante buono per farlo. Nè astensionista è Michele Boato – direttore dell’Ecoistituto veneto e fratello del deputato Marco – che accusa i Verdi di essersi ridotti a sbiadita fotocopia dei radicali e ne critica lo sforzo di mantenimento del potere. Boato lascia intendere di essere dirottato sui quattro no, e la differenza dal fratello (quattro «sì») ripropone la spaccatura dell’intero movimento, con l’anima originaria e puramente ecologista agitata dal dubbio, e quella definita da Mattioli sul Foglio «di derivazione radicale e demoproletaria» convintamente schierata per l’abrogazione. Anche un sacerdote dell’ambientalismo come Fulco Pratesi – presidente del Wwf Italia – si fa portatore della lacerazione e respinge l’invito alla dichiarazione di voto: «Non lo faccio perché nel Wwf c’è chi la pensa in un modo e chi nell’altro». E sua moglie, Fabrizia, ammette di essere ancora indecisa, ma inseguita dalla preoccupazione che sulla materia si allunghino «le mani dei privati e gli interessi delle industrie, con le loro irresponsabili applicazioni e con effetti non immaginabili». E’ il medesimo timore dell’unico leader dei Verdi eccentrico rispetto alla linea del partito, Paolo Cento. Lui dirà «No» al l’eterologa e poi saranno tre «Si’, ma sofferti, per l’antica diffidenza verso le multinazionali farmaceutiche, l’idea – per tornare a Frankenstein – del «bimbo scelto sugli scaffali del supermercato», e lo spettro del la «clonazione umana come possibile prodotto dello sfrenato liberismo che si vuole applicare a questioni talmente enormi». In ogni caso, dice, dopo il referendum bisognerà discutere molto a lungo. E forse, a campagna referendaria chiusa, la diaspora sarà piu facilmente ricomponibile.