Ho abortito e sto bene. Perché all’aborto si associano sempre sofferenza e colpa?

diritto all'aborto

Anche nelle fila di chi è a favore della scelta sono idee che non mancano quasi mai: l’aborto è doloroso e una condanna per tutte le donne. Ma perché ci si sente in diritto di decidere quali saranno le reazioni di qualcun altro?

Non ho mai amato gli anniversari ma sono occasioni per controllare lo stato di salute del festeggiato. Quello della legge 194, la legge sull’aborto volontario che il 22 maggio 2918 compie 40 anni, è: febbre alta.

Non solo per le percentuali di obiettori di coscienza (70,5% è la media nazionale di ginecologi obiettoriqui i dati, ma sotto trovate una mappa), per la settimana che per legge deve passare tra la richiesta e l’aborto(articolo 5), per l’attesa dovuta a una logistica spesso discutibile e alla bassa percentuale di medici non obiettori, per l’interpretazione dell’articolo 9 molto approssimativa (perché dovrebbero obiettare gli anestesisti visto che non compiono “attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”?), per la scarsa applicazione dell’aborto farmacologico (che permetterebbe anche di risparmiare soldi e in un contesto di sanità pubblica questo è importantissimo – non che in altri sia sensato sprecare soldi).

C’è infatti un altro avversario impalpabile ma formidabile: lo stigma.L’ultimo esempio è la petizione sulla 194 diretta “alle donne che siedono in parlamento”. Il testo, nonostante le buone intenzioni, è caratterizzato da un tono dimesso e a volte vittimistico. È soprattutto un passaggio che rivela il peso dello stigma anche su chi vuole difendere la 194.

Eccolo qui il dolore necessario e universale. Il segno della colpa e l’impulso a dissimulare la scelta attraverso una retorica della sofferenza salvifica e assolutoria. È irresistibile. Non c’è spazio per una decisione autonoma, ma solo per uno sguardo di pietà destinato a chi non può fare altrimenti: abortisce insomma solo chi non può fare un figlio, mica anche chi non lo vuole.

Non era andata meglio quando alcune consigliere capitoline (Pd e lista civica Roma torna Roma) avevano commentato il manifesto di Provita riferendosi all’aborto come a una scelta “sempre sofferta e dolorosa”.

È ormai un riflesso condizionato, un obbligo cui non ci si può sottrarre e di cui a volte nemmeno ci si rende conto.

Possibile che non si possa difendere la 194 senza caricarsi del peso di una colpa e di una sofferenza evitabili?

Il trauma necessario è un argomento paternalistico per eccellenza: “voglio impedirtelo per il tuo bene, per evitarti il dolore e il rimpianto”.

Non importa che il rimpianto e il dolore non debbano necessariamente esserci dopo un aborto. Non importa, perché la Verità va imposta.

Ha un’origine prolife, e piano piano ha invaso i cervelli di tutte. Per osmosi. Come una sostanza tossica ma trasparente.

Non si può parlare di aborto se non con toni tetri e pentiti, commentare che a noi per fortuna non è successo, è comunque sempre un trauma, una ferita insanabile. I più temerari si spingono a sostenere la pericolosità fisica: sterilità, tumori e altri disastri. Dimenticando che è più pericoloso partorire che abortire (soprattutto nel primo trimestre, e l’81,6% degli aborti sono eseguiti entro le prime dieci settimane; se aggiungiamo fino alla dodicesima arriviamo al 94,7% – si veda la tabella 19 e qui un’analisi). E non si può calcare sul rischio solo quando fa comodo, perché pensiamo sia uno strumento da usare: “x è pericoloso e allora deve essere immorale e illegale”, quando abbiamo già deciso che x è il male.

Non ci sentiamo in dovere di commentare esperienze potenzialmente dolorose con una simile condiscendenza (certo, alcune donne abortiscono in condizioni conflittuali o, peggio, sentono di non avere scelta). Ma sull’aborto sì. E quel dolore potenziale diventa assoluto. Una condanna per tutte.

Provate a dire “ho abortito” senza aggiungere la coda di paglia e a vedere l’effetto che fa.

Non si può abortire solo perché non si vuole un figlio. O perché non se ne vuole un altro (l’apparente inconciliabilità madre/donna-che-abortisce è cara al fronte prolife ed è molto seduttiva con il suo profilo stereotipato e rassicurante).

Serve la scusa economica o qualche altra ragione esterna che non sia la decisione di non portare avanti la gravidanza perché non lo si desidera.

Chi chiede di tornare al reato dimentica sempre – per distrazione o per un fine preciso – di nominare o di interrogarsi sull’alternativa: costringere una donna a portare avanti una gravidanza e a partorire.

Ripeto:

costringere una donna a portare avanti una gravidanza e a partorire

Proviamo a immaginare lo scenario. I mezzi. Le conseguenze.

Chi accetta docilmente l’invenzione della sindrome post abortiva trascura le conseguenze dello stigma, più subdole ma non meno pericolose del divieto.

Caricare un servizio medico di condanna moralevergognacolpadolorenecessario è una mossa comprensibile da parte di chi vuole rendere illegale l’aborto e di chi è convinto che abortire significhi assassinare il proprio figlio.

Ma per tutti gli altri è un errore imperdonabile, grossolano. Il risultato di una miopia e di una ignoranza spaventose.

Se un certo fronte si innervosisce quando un uomo osa parlare di aborto (e anche questo è un sintomo preoccupante dello stato del dibattito), forse è tempo di innervosirsi quando qualcuno – qualunque sia il suo sesso – parla di aborto ricorrendo a luoghi comunibugie e informazioni parziali e scorrette.

Il guaio non è l’offensiva prolife (manifesti, marcia per la vita, slogan dissennati e un po’ ridicoli). Il pericolo mortale viene dall’assenza di risposte non intrise dai sensi di colpa. Dall’adozione di una retoricatipicamente nochoice, usata per mettere le mani avanti, scusarsi, essere compatite. Ma di cosa? Perché dovrei scusarmi o giustificarmi se decido di abortire? Perché dovreste sentirvi in diritto e in dovere di commentare e di decidere quali saranno le mie reazioni?

Questa irrazionalità lamentosa, dicevo, ha caratterizzato anche la maggior parte delle reazioni ai manifesti di ProVita. La loro rimozione è stata una soluzione assurdaingiusta e illiberale.

Non si può sostenere la libertà d’espressione solo per chi ci sta simpatico, né per chi dice sempre cose giuste, buone e belle (se tutti fossimo angeli incarnati non servirebbero diritti).

Inoltre è strategicamente perdente. E mica solo perché la parte offesa rivendicherà lo statuto della vittima e del sacrificio. Perché non serve vietare le bugie. È quasi sempre la scelta più sbagliata, e quella estrema. Di chi non sa cosa fare.

Di chi risponde a “non uccidete vostro figlio!” con “abortire è sempre una sofferenza profonda e un trauma ma vogliamo che resti legale”, senza nemmeno rendersi conto dell’effetto corrosivo di questa falsa legge universale.

Di chi sta sempre sulla difensiva e non si rende conto che attaccarsi al dolore necessario è la resa al cospetto di chi vuole decidere al posto degli altri.

Forse è il tempo di rassegnarsi. Prolife di tutto il mondo, avete vinto. Avete conquistato l’immaginario dei prochoice. Bravi.

PS

Nel 1971, Catherine Deneuve aveva firmato il manifesto delle 343 puttane quando abortire era illegale (e con lei Simone de Beauvoir, Jeanne Moreau, Françoise Sagan – solo per nominare alcune delle donne più famose) e dovremmo rileggerlo ogni tanto. “Je ferai un enfant si j’en ai envie” (“Farò un figlio se voglio“.

Noi alimentiamo con il silenzio il senso di colpa e una visione unica in cui tutte le donne reagiscono allo stesso modo. Perché siamo tutte uguali.

Siamo donne, vogliamo tutte le stesse cose. Oppure, se siamo abbastanza mitomani e prepotenti, tutte le altre devono volere quello che vogliamo noi. Sentire quello che sentiamo noi.

Senza renderci nemmeno conto di essere strumenti dolenti di una posizione ultraconservatrice.

Se poi gli argomenti sembrano freddi e impersonali e serve la storiella, eccola: io ho abortito perché non volevo un figlio e sto bene, sono sempre stata bene e non ho mai rimpianto la mia scelta. Anzi.

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il mio aborto, direi: sollievo.

Sollievo anche per non essere stata costretta a ricorrere a rimedi illegali e pericolosi o a prendere un aereo. Come milioni di donne al mondo devono fare.

Ho abortito e sto bene. Non solo in quel momento, ma tutte le volte che mi è capitato di ripensarci.

Per contestare l’ingenua formulazione “tutti quelli che fanno x sentiranno y” basterebbe un solo caso. Dovremmo saperlo fin dalle scuole medie. Ma poi ce lo scordiamo e spesso ci fa comodo così.

E di storie come la mia ce ne sono tantissime. Amiche, conoscenti, parenti, donne sconosciute che ne hanno scritto. Perfino – qui il sensore di stigma impazzisce – quando gli aborti sono stati più di uno.

La prossima volta che avete la tentazione di parlare di aborto come “triste e grave”, potreste non autoeleggervi portavoce universale del genere femminile?