Un’analisi bibliometrica della libertà e dell’innovazione nella ricerca biomedica mondiale

Andrea Ballabeni

di Andrea Ballabeni

 

Professore associato di Scienze naturali e applicate, Bentley University

Nei prossimi venti minuti presenterò un piccolo progetto svolto questa estate alla Bentley University in Massachusetts (Stati Uniti), università impegnata nel promuovere l’interazione tra scienza e industria, in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni, che sostiene la causa della scienza e della libertà di ricerca scientifica. L’obiettivo del progetto era quello di costruire un database di indici bibliografici al fine di valutare il grado di libertà e di innovazione nella ricerca biomedica.

Prima di descrivere il database e i suoi possibili utilizzi futuri, vorrei spendere qualche parola sulla libertà di ricerca. L’oratore che mi ha preceduto[1] ha già trattato l’argomento da diverse angolazioni. Che cosa vuol dire “libertà di ricerca”? Vuol dire molte cose: libertà dalle proibizioni religiose e ideologiche; libertà di utilizzare la ricerca per scopi futili; libertà di condurre la cosiddetta blue sky research ossia quel tipo di ricerca svolta senza alcuna idea dei possibili risultati; libertà di pubblicare senza le regole imposte dalle riviste scientifiche; libertà dalla valutazione oggettivizzata (si pensi alla crescente attenzione sul fattore di impatto); libertà di accesso alla ricerca; libertà di insegnamento (quest’ultima è una libertà di tipo più accademico, ma ricade comunque sotto l’espressione-ombrello “libertà di ricerca”).

La libertà di ricerca, dunque, è molte cose. È un concetto con tante sfaccettature. Esistono molti modi diversi di intendere la libertà di ricerca. Credo che quasi tutti, in questa sala, ritengano che gli scienziati debbano godere di maggiore libertà, ma come ho già detto, non può trattarsi di una libertà assoluta. Gli scienziati fanno parte della società e la società eroga denaro per permettere agli scienziati di fare il proprio lavoro. Per individuare il giusto equilibrio, quindi, ci sono molte cose da comprendere. Prima di tutto: qual è il margine d’azione della scienza? Secondariamente, qual è il giusto equilibrio? Gli obiettivi e le regole della società sono migliorabili? Gli obiettivi e le regole degli scienziati sono migliorabili?

Nel quadro di questo dibattito, è opinione diffusa che gli scienziati abbiano poca libertà. Sono troppi i fattori a limitare il loro lavoro e, quindi, a compromettere l’avanzamento del sapere e i benefici che ne derivano per la società. Molti ritengono che la libertà di ricerca e il sapere scientifico abbiano un valore intrinseco che va oltre i risultati pratici della ricerca.

Dall’altro lato della medaglia troviamo una tesi opposta: alcuni sono del parere che gli scienziati dispongano di troppa libertà. Gli scienziati non riflettono abbastanza sul loro ruolo nella società e sono più interessati a pubblicare, a fare carriera e soldi, anziché a domandarsi come la società possa trarre beneficio dal loro lavoro.

Probabilmente, tutto considerato, la maggior parte di coloro che siedono in questa sala è del parere che il problema del “deficit di libertà” sia più grave di quello dell’”eccesso di libertà”, in quanto pregiudica il progresso della scienza e del sapere.

Quali sono, quindi, i fattori che limitano la libertà di ricerca? Ecco un elenco solo parziale: fattori religiosi (come nel caso delle cellule staminali embrionali umane); fattori ideologici o politici (come per la sperimentazione sugli animali); l’attenzione maggiore sui benefici immediati anziché quelli futuri e sui vantaggi pratici anziché sul puro progresso del sapere. Vi è poi anche l’abuso degli indici bibliometrici e del fattore d’impatto e, ancora, le limitazioni imposte dalle regole delle riviste scientifiche e dall’attuale sistema di valutazione della ricerca con tutti i limiti della peer review; le limitazioni relative all’accessibilità della scienza (Open Access vs. Closed Access) e l’esiguità dei fondi.

Entriamo ora più nel dettaglio del progetto svolto quest’estate alla Bentley University. L’obiettivo era di creare un database di indicatori utili a valutare il grado di libertà della ricerca biomedica e stimare le tendenze di produttività e innovazione della ricerca in ciascun paese. Per costruire il database si è scelto di utilizzare PUBMED. Per chi tra noi non è uno scienziato: PUBMED è un database gestito dalla National Library of Medicine statunitense. Contiene tutte le pubblicazioni scientifiche e le ricerche biomediche, che sono così liberamente reperibili, almeno per quanto riguarda i titoli e gli abstract (per consultare l’articolo nella sua interezza in molti casi si deve pagare oppure occorre abbonarsi alla rivista in questione).

PUBMED, come dicevo, è stato usato per creare questo nuovo database. Il numero di pubblicazioni con affiliazioni primarie in ogni paese del mondo è stato determinato con riguardo sia al numero complessivo di pubblicazioni, sia alle pubblicazioni su temi specifici (per esempio le cellule staminali embrionali umane). Quindi abbiamo calcolato il rapporto tra l’argomento specifico e il numero complessivo delle pubblicazioni. Chiamiamo questo rapporto “topic-score” (punteggio per argomento). Abbiamo calcolato anche il rapporto tra il numero di pubblicazioni e gli indicatori generali, quali la popolazione, il PIL (prodotto interno lordo) e la spesa per ricerca e sviluppo. Inoltre abbiamo realizzato alcune sequenze temporali raffrontando diversi periodi. Abbiamo utilizzato vari criteri di ricerca all’interno di PUBMED per affinare il rigore del nostro database.

L’elenco degli argomenti che è possibile ricercare è molto lungo: tra essi vi sono le cellule staminali embrionali umane e gli alimenti geneticamente modificati. Alcuni argomenti attengono più alla libertà di ricerca, altri all’innovazione nella ricerca biomedica, altri ancora a entrambe le categorie. Il database si compone di circa quindici fogli di calcolo. La raccolta dei dati è stata curata da uno studente della Bentley University. La realizzazione del database ha richiesto duecento ore di lavoro.

Vi esporrò alcuni dati per darvi un’idea del potenziale di questa banca dati. Prendendo in considerazione i primi venti paesi in termini di PIL e le pubblicazioni relative al quinquennio 2008-2012, gli Stati Uniti risultano essere il Paese con il maggior numero di articoli nell’ambito della ricerca biomedica. In questo conteggio non abbiamo considerato le revisioni. Il risultato non sorprende: combacia con quello di altri database ricavati con diversi metodi. Se poi confrontiamo il numero complessivo di pubblicazione pro capite, otteniamo risultati diversi, il che è in linea con quanto evidenziano altri database.

In questo caso, paesi come il Regno Unito, l’Australia, i Paesi Bassi e la Svizzera si rivelano più produttivi degli Stati Uniti. In termini di rapporto tra numero totale di pubblicazioni e PIL, nel Regno Unito e nella Corea del Sud si registra una prestazione “migliore” che negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi.

Per quanto riguarda il rapporto tra il numero totale di pubblicazioni e spesa per ricerca e sviluppo, il Regno Unito, i Paesi Bassi, la Turchia e l’Italia mostrano performance positive. Dal punto di vista del rapporto tra il quinquennio 2008-2012 e il quinquennio precedente, a spiccare sono le economie che si stanno sviluppando maggiormente, come la Cina e l’India. Il numero di pubblicazioni in Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia e la Germania non è cambiato molto tra i due quinquenni.

Per valutare la libertà di ricerca, il dato più importante è forse il topic-score, ovvero il numero di pubblicazioni su un tema specifico rispetto al numero complessivo di pubblicazioni. Per quanto concerne le cellule staminali embrionali umane per il quinquennio 2008-2012, gli Stati Uniti, l’Australia e la Corea del Sud risultano essere il Paese con il topic-score più elevato. Non sorprende che un paese come l’Italia, in cui vigono forti limitazioni all’uso di cellule staminali embrionali umane, non abbia un buon punteggio. La medicina personalizzata, invece, non è tanto collegata alla libertà di ricerca quanto all’innovazione. Si tratta di una nuova frontiera nell’ambito biomedico. Gli Stati Uniti e la Svizzera sono i paesi con il topic-score più alto rispetto a questo tema. Ripeto: non faccio riferimento al numero complessivo di pubblicazioni sulla medicina personalizzata, ma al rapporto tra le pubblicazioni su questo argomento specifico e il numero complessivo di pubblicazioni. Per quanto riguarda la marijuana, l’Australia vanta un topic-score elevato. Non è mia intenzione giudicare, ma mi limito a riportare i paesi con il punteggio “migliore” per questo tema specifico. Non sorprende che i Paesi Bassi abbiano un ottimo topic-score per la marijuana.

Qual è, quindi, il fine di questo database? Il topic-score funziona come un indicatore generale dell’interesse e di quanto si investe in una determinata area di ricerca. È un indice di libertà e innovazione nella ricerca biomedica. Le tabelle temporali servono a stimare i risultati scientifici nel tempo. Parametri come il numero di pubblicazioni pro capite o in rapporto al PIL sono indicatori alternativi o complementari ad altre analisi bibliometriche esistenti. Nel complesso, questi dati e queste tabelle forniscono informazioni facilmente leggibili sia per gli studiosi che per i legislatori, agevolando la comprensione del quadro d’insieme ai fini della difesa dei diritti e della definizione delle politiche. I dati, ad esempio, possono essere utilizzati per verificare se combaciano con quelli presentati da Andrea Boggio pochi minuti fa o per appurare la correlazione tra politiche (o i quadri politici) di un Paese e il relativo grado di libertà e innovazione. Naturalmente questo sistema di misurazione, come tutti i sistemi di misurazione, presenta dei limiti. Ad esempio si prende in considerazione il numero di pubblicazioni ma non la qualità delle pubblicazioni stesse.

Per concludere vorrei ringraziare Qunyi Xu, lo studente che quest’estate si è fatto carico di raccogliere i dati, operazione che ha richiesto duecento ore di lavoro. Qunyi Xu ha ricevuto un finanziamento dall’Associazione Luca Coscioni.

Come ho già detto, il progetto è stato condotto dalla Bentley University, ateneo a quindici chilometri a ovest di Boston che guarda con particolare attenzione al punto di convergenza tra scienza e industria. Vorrei ringraziare anche i miei colleghi del Center for Integration of Science and Industry per i loro preziosi riscontri.

Prima di terminare vorrei riportare l’attenzione sul quadro complessivo, perché penso sia molto importante tenerlo a mente. La libertà di ricerca, come abbiamo detto, vuol dire molte cose. La mia speranza è che al prossimo congresso di Roma avremo modo di prendere in considerazione tutti questi diversi aspetti e prospettive. Credo che accrescendo la libertà di ricerca potremo accrescere anche il nostro sapere e i benefici pratici per la società, il che, nel caso della ricerca biomedica, vuol dire più salute. La libertà di ricerca, inoltre, ha un valore politico intrinseco. Grazie.



[1]    Andrea Boggio

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.