Se la scienza sbaglia

Michele De Luca

di Michele De Luca

Co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni

Intendo iniziare il mio intervento riallacciandomi ad alcuni concetti già espressi da Paolo Bianco e variamente dibattuti, proprio in queste ultime settimane, a proposito degli errori e dei punti deboli che caratterizzerebbero l’essenza stessa della ricerca scientifica. Concetti contenuti, in estrema sintesi, già nel titolo di un recente articolo dell’Economist[1]: “When science goes wrong”, tradotto letteralmente: “Quando la scienza sbaglia”. Che non significa, come qualcuno ha voluto erroneamente interpretare, che la scienza sia sbagliata bensì che può sbagliare, cioè commettere errori. Vediamo se lo fa, come e quando.

Occorre ricordare che in Europa siamo passati da una speranza di vita di circa 40 anni di inizio ‘900 agli oltre 80 anni di oggi: la maggior parte delle malattie un tempo causa di mortalità precoce è stata debellata o curata, grazie ai progressi della bio-medicina e della farmacologia. Oggi si muore principalmente di tumore, che è difficile sconfiggere del tutto ma che comunque si riesce a curare, o almeno a controllare, molto più che in passato, nonché di malattie cardiovascolari, che sono anche il rovescio della medaglia del benessere raggiunto. Basti pensare che l’incidente stradale è la prima causa di morte tra i 30 e i 35 anni. Un altro importante risultato raggiunto dalla medicina moderna è la drastica diminuzione del tasso di mortalità infantile, vera e propria piaga sociale fino a qualche decennio fa anche in Europa, che ora si attesta su una media di 5, contro valori ancora vicini o superiori a 100 in alcuni Stati africani.

Tutto questo non è frutto solo della tecnologia e dell’innovazione, ma anche e soprattutto della scienza medica e della ricerca scientifica, che costituisce l’elemento fondante di qualsiasi progresso.

Personalmente, negli ultimi 20-25 anni, ho assistito ad una vera e propria esplosione di conoscenza, quindi di scienza vera e propria, sia nel campo della biologia molecolare e della genomica, sia in quello della biologia cellulare.

Questa è la parte buona della scienza che continua ad esistere e che oggi è in grado di progredire molto più velocemente che nel passato, anche grazie all’innovazione tecnologica, che mette a disposizione della ricerca scientifica strumenti sempre più sofisticati, impensabili fino a qualche decennio fa. Sinceramente mi risulta difficile comprendere come alcuni possano avere, proprio in questo momento storico di straordinario fermento scientifico, una visione così pessimistica, e a volte persino oscurantista, della scienza.

Prendiamo in considerazione proprio l’articolo, abbastanza catastrofico, dell’Economist. Alcuni spunti di quell’articolo sono indubbiamente veri: è vero che esiste una pressione molto forte a pubblicare rapidamente e che esiste una pletora di lavori scientifici di scarsa rilevanza, se non del tutto inutili. Come è vero che esiste il problema dei revisori, derivato dal fatto che oggi ci sono molte più riviste scientifiche che in passato e molti più ricercatori che chiedono di sottoporre i loro lavori. E’ quindi più difficile trovare buoni revisori, per cui a volte vengono pubblicati anche articoli che non dovrebbero esserlo perché privi della necessaria valenza scientifica.

E’ anche vero però che la scienza ha al suo interno un meccanismo di autocontrollo formidabile che nessun altro settore ha: la riproducibilità. Certo, molti dati non corretti, che compaiono in letteratura, non vengono verificati e riprodotti da altri laboratori. Ma nella stragrande maggioranza dei casi questo avviene perché il dato in sé non merita neanche questa verifica e verrà rapidamente dimenticato. Ma la scoperta importante, l’esperimento che può avere un impatto reale sulla conoscenza, sulla terapia, sullo sviluppo di nuove tecnologie, eccome se viene verificato e riprodotto dalla comunità scientifica.

Due esempi recentissimi: la conferma planetaria delle veridicità della riprogrammazione delle cellule adulte a cellule staminali pluripotenti simil-embrionali (le iPS di Yamanaka, premiato con il Nobel) e la clamorosa smentita della esistenza delle cosiddette very small embryonic stem cells nel midollo osseo. Così come, se il trapianto di midollo per la cura delle leucemie non avesse rappresentato un avanzamento scientifico vero, non sarebbe stato riprodotto in tutto il mondo. E questa è la riprova che è la ricerca vera che ci permette l’innovazione, quella che ci porta a vivere fino ad oltre 80 anni e che ci fa morire in giovane età quasi solo a causa di incidenti stradali. E questo tipo di ricerca alla fine è quello che vince. Il resto passa nel dimenticatoio.

Se la scienza fosse arrivata al capolinea noi non avremmo più nulla da fare. E invece da fare c’è ancora molto e dalla ricerca scientifica ci aspettiamo ancora straordinari risultati in grado di rispondere alle grandi sfide del futuro.

Ciò detto, esistono, è vero, seri problemi sui quali bisogna in qualche modo stare attenti: bisogna rendersi conto di quali sono e capire quando qualcosa “goes wrong”.

Ad esempio esiste il “problema” della commercializzazione dei prodotti della ricerca.

È un dato indiscutibile che non si debba commercializzare la ricerca di base, che è per sua natura libera e per cui non c’è e non può esserci un mercato ma solo l’obiettivo della conoscenza. La ricerca di base genere conoscenza, e la conoscenza non può essere né brevettata né commercializzata: si può solo divulgare, attraverso il canale delle pubblicazioni, e condividere con il resto della comunità scientifica.

Tuttavia la ricerca di base e la conoscenza possono portare (ed è una fortuna) anche a risultati che possono essere di utilità pratica per la salute dell’uomo. Spesso questi risultati si identificano in una tecnologia o in un vero e proprio prodotto, che può essere, ad esempio, un composto chimico, quindi un farmaco, oppure, come nel caso delle terapie avanzate, una coltura cellulare. Prodotti che per forza di cose seguono iter diverso da quello proprio della ricerca di base.

Ed è soprattutto qui, soprattutto nel mondo di oggi, che bisogna stare attenti e vigilare che qualcosa non sia “wrong”.

Ci sono esempi di prodotti di terapie avanzate di provata efficacia clinica, come i trapianti di staminali ematopoietiche che curano alcune gravi patologie del sangue o le colture cellulari dell’epidermide o della cornea che ricreano i tessuti distrutti o danneggiati. Ci sono invece esempi (devastanti) in cui, senza nessun razionale scientifico, senza nessun dato scientificamente consolidato si vogliono commercializzare pseudo-terapie palesemente inefficaci. E’ il caso attuale delle colture di cellule mesenchimali che si vogliono usare per trattare ottomila patologie diverse e spesso senza nessuna attinenza biologica tra loro. Non a caso questi prodotti vengono proposti solo per patologie attualmente incurabili. In assenza di terapie si alimenta un mercato, che però è un mercato della illusione. Neanche della speranza, perché la speranza, per definizione, si basa su una conoscenza scientifica. E questo è pericoloso, perché il mercato della illusione può continuare ad agire indisturbato per anni, anche in assenza di efficacia dei prodotti che si vogliono commercializzare.

Tutto questo può e deve essere controllato utilizzando uno strumento formidabile che la scienza bio-medica ha sviluppato nel corso degli ultimi 100 anni: la evidence-based medicine o “medicina basata sulle prove di efficacia”. Passare attraverso il meccanismo di controllo della medicina basata sulle prove di efficacia significa che tutto quello che abbiamo prodotto con la ricerca di base e pre-clinica deve essere validato scientificamente e clinicamente con i protocolli di sperimentazione clinica, che sono fondamentali in tutte le loro fasi, per dimostrare le due caratteristiche imprescindibili per trasformare la ricerca in un prodotto terapeutico: la sicurezza (fase 1) e l’efficacia (fasi 2 e 3). Non dimentichiamoci che è stata proprio la sperimentazione clinica a condurci dall’olio di serpente degli inizi del secolo scorso ai farmaci sicuri ed efficaci dei giorni nostri. I risultati ottenuti dalla sperimentazione clinica sono le uniche reali e definitive prove di efficacia su cui si basa la medicina moderna.

Vediamo dunque, brevemente, come avviene il passaggio from bench to bedside cioè “dal laboratorio all’applicazione clinica”, che trasforma i risultati della ricerca in un prodotto terapeutico, nei Paesi del cosiddetto primo mondo, come Europa, Stati Uniti, Australia e Giappone (tralasciando quanto avviene in Paesi dove le norme sono meno severe e i risultati, di conseguenza, privi di rigore scientifico, che meriterebbe una trattazione a sé stante). I farmaci, per rispondere al criterio della sicurezza per i pazienti, devono essere standardizzati e riproducibili e seguire alcune regole che ne garantiscono adeguati standard, note come GMP (Good Manufacturing Practice) o, in Italia, “norme di buona fabbricazione”. Queste norme prevedono che la produzione di farmaci e prodotti per terapie avanzate, già nelle fasi di sperimentazione clinica, avvenga in vere e proprie officine farmaceutiche, sottoposte a rigorosi controlli e che seguano precisi standard qualitativi con personale altamente specializzato e procedure validate e autorizzate. A quel punto, le fasi 2 e 3 della sperimentazione clinica (rigorosa e fatta secondo regole GCP, cioè di buona pratica clinica) devono dimostrare se quel farmaco o quel prodotto di terapie avanzate è efficace. Solo quando la sperimentazione clinica abbia dato prove di sicurezza ed efficacia, si passa alla fase della commercializzazione vera e propria, che deve passare attraverso un altro sofisticato meccanismo di controllo, la marketing authorization o autorizzazione all’immissione in commercio. E’ così che è andata finora con i farmaci ed è più o meno così che andrà anche con i più recenti prodotti per terapie avanzate, per portare le nostre scoperte a tutti i pazienti e non tornare al farmaco galenico. Non è un caso che i venditori di illusioni stiamo cercando di minare alla radice il concetto di evidence-based medicine.

Questo complesso iter, che richiede notevoli investimenti, può essere affrontato soltanto se vi sono delle attività imprenditoriali a supporto, quindi la commercializzazione dei prodotti della scienza, ritenuta assolutamente normale in tutti gli altri campi, non va affatto demonizzata nel campo medico, bensì attentamente controllata, per assicurarsi che vengano commercializzate solo le terapie davvero sicure ed efficaci, in grado di curare veramente i pazienti, e non tentativi di business senza nessuna base scientifica, in grado di illudere soltanto chi spera in una cura. Questi ultimi sì che vanno demonizzati, perché rischiano di minare alla base il rapporto di fiducia tra la popolazione e la medicina, vista come non più in grado di fornire l’indispensabile garanzia di terapie di sicura efficacia. In buona sostanza, non va demonizzata la commercializzazione dei prodotti della ricerca (che è l’unico modo che abbiamo per far arrivare un farmaco, un prodotto di terapie avanzate a tutti gli esseri umani). Va invece combattuta la commercializzazione dei cattivi prodotti della scienza o, in qualche caso, di prodotti senza alcuna scienza alle spalle.

E qui arrivo all’ultimo punto per me assai importante, cioè il rapporto fra la popolazione e la scienza. La scienza è cultura e questo deve essere chiaro per le persone. Spesso la scienza viene messa in contrapposizione alla cultura, ma questo è un controsenso, perché la scienza è essa stessa una forma di cultura. È vero anche che esiste uno scollamento tra la scienza e la politica: questo è ciò che è accaduto, ad esempio, per il “caso Stamina”, che a me ha insegnato moltissimo. Mai come in questa occasione è stato evidente lo scollamento che esiste tra la scienza e la politica, tra la scienza e la comunicazione, tra la scienza e la cittadinanza, perché c’è una spaventosa ignoranza (nel senso etimologico di “non conoscenza”) scientifica a tutti i livelli, come confermato da una recente indagine dell’OCSE, che ha mostrato come, per alfabetizzazione scientifica, il nostro Paese si attesti su livelli vergognosamente bassi e ben al di sotto della media europea. Ma questo, purtroppo, non impedisce a chi non ne ha gli strumenti, di dissertare di scienza e prendere attivamente posizione, spesso schierandosi nettamente dalla parte più antiscientifica e, ancor più grave, di prendere decisioni in merito a questioni scientifiche, quando il proprio ruolo lo consente. Lo abbiamo visto, in questi ultimi mesi, a proposito della sperimentazione animale, degli OGM e dello stesso caso Stamina, solo per fare gli esempi più eclatanti.

In tutti questi casi la scienza è stata travisata, bistrattata e combattuta in nome di questioni etiche e morali basate su assunti non veritieri, fatti propri purtroppo da gran parte dei media, che, senza verificarli in alcun modo attraverso un confronto con gli scienziati, li hanno diffusi in maniera quasi virale, attraverso la cassa di risonanza straordinaria dei social media, come Facebook e Twitter, in grado di raggiungere fasce di pubblico assai eterogenee, ma egualmente impressionabili e condizionabili. Questa grancassa mediatica ha spostato tali questioni dal loro corretto piano scientifico al piano della pura emotività, con ripercussioni spesso gravissime sull’intero sistema Paese. Tanto che persino i decisori, come politici e giudici, a volte si sono lasciati trasportare da questa corrente emotiva, perdendo di vista un assunto fondamentale: la scienza è materia di competenza degli scienziati, che sono gli unici titolati ad esprimersi su questioni scientifiche e dovrebbero essere gli unici, o almeno i primi, interlocutori autorevoli a cui rivolgersi.

Questo non credo sia un problema solo italiano. Tant’è che questa non-conoscenza è alla base della diffusione, non solo in Italia, di due fenomeni preoccupanti: il primo è quello della credibilità data ai “ciarlatani” e agli “imbonitori”, che ci fa regredire di secoli nel campo della medicina. L’altro fenomeno, di cui parlava Paolo Bianco, è la commercializzazione selvaggia. Non bisogna demonizzare il commercio delle terapie, bensì impedire il commercio della falsa scienza. La vendita di un prodotto scientifico che non ha nulla a che fare con la scienza, come nel caso Stamina, va assolutamente combattuta perché genera confusione nel sistema e mette in grave pericolo la salute dei pazienti, che non sono più in grado di distinguere tra una terapia efficace e un tentativo di business utile solo per chi lo produce.

Questo accade prevalentemente nel momento in cui non c’è un’adeguata conoscenza della scienza, quindi si crea scollamento tra scienza e politica, scienza ed economia, scienza e comunicazione, scienza e cittadini. Bisogna ricreare la cultura scientifica in generale. Quando posso, cerco di farlo anche personalmente, a partire dai nostri ragazzi, dai licei. Credo questo possa essere davvero importante per creare cittadini consapevoli, che vedano nella ricerca scientifica un valore indispensabile per il progresso stesso della società civile, che è il destinatario finale dei prodotti della scienza.

 

 

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.