È inoltre raccapricciante e inaccettabile il parere del Consiglio Superiore di Sanità che ieri ha ritenuto non fosse accanimento terapeutico quello operato su Welby, non essendoci imminenza di morte. Il ragionamento fatto dal CSS parte da una definizione inadeguata e non considera che a decidere della proporzionalità delle cure può essere solo l’interessato, ossia il paziente. Il criterio dell’imminenza della morte ci sembra del tutto inappropriato per la definizione di accanimento terapeutico: sulla scorta della definizione del CSS i cittadini corrono il rischio di rimanere in balia di una medicina disumana che opera in base a un rigurgito di vitalismo medico che pensavamo dimenticato.
Rinnovando la solidarietà a Welby, la Consulta di Bioetica auspica che l’esempio fornito serva per una riflessione che aumenti la libertà di scelta delle persone sofferenti.