Le radici della falsa scienza

Simona Giordano

di Simona Giordano, Docente di Bioetica, Università di Manchester all’incontro preparatorio allla Terza Sessione del Congresso Mondiale per la libertà di ricerca scientifica

Grazie molte di avermi invitata e grazie anche all’Associazione Luca Coscioni per aver organizzato questa preziosa occasione di dibattito. Grazie a mio figlio, Nico, che “lavora” insieme a noi dal 2006, quindi sin dai suoi primissimi giorni di vita.

Penso possa esserci utile riassumere i punti salienti emersi dalla discussione. Purtroppo non ho potuto essere presente ieri, ma credo di aver ascoltato abbastanza da poter fare un breve sunto – se non altro della giornata odierna – dei punti che a mio avviso è importante discutere in occasione del congresso ed eventualmente utilizzare nelle nostre future pubblicazioni. Senz’altro è necessario da parte nostra procedere in una direzione multidisciplinare, così da agire a vari livelli del dibattito sulla libertà della scienza, dalla scienza in sé fino al diritto, all’istruzione e alla politica.

Credo che uno dei punti emersi con maggior forza nel corso della discussione sia stato quello della brevettabilità della scienza, dell’Open Access e della proprietà intellettuale. Ho sentito che i pareri al riguardo sono piuttosto contrastanti. Ritengo quindi che sia un punto da inserire nella nostra agenda per il futuro.

Ho ascoltato la relazione di Abdul Ghaffar, molto ricca e stimolante. Un punto che mi pare particolarmente significativo e meritevole d’attenzione è il processo per cui chi è chiamato a prendere decisioni deve farlo sulla base di una serie di variabili, tra cui anche il denaro. Abdul Ghaffar ha portato l’attenzione sul divario esistente tra comunità scientifica e legislatori. Tale divario deve essere colmato e credo che questo punto sia emerso anche in altre discussioni. La comunicazione tra comunità scientifica, società civile e legislatori non è sempre soddisfacente. In passato ne abbiamo parlato con il professor Lucio Piccirillo. All’interno della stessa comunità scientifica si avverte con forza la necessità di colmare questo divario. In quanto gruppo dovremmo riflettere su come rivolgerci al pubblico generale e su come promuovere un dialogo efficace tra scienziati e legislatori.

Un’altra questione sollevata nella relazione di Abdul Ghaffar è quella dell’accountability pubblica. Le politiche pubbliche dovrebbero basarsi sui dati forniti dalla scienza e la società civile e il pubblico in genere dovrebbero disporre di informazioni appropriate, veritiere e accessibili. C’è però anche un’altra dimensione del problema. Gilberto Corbellini ha lavorato sul tema del ruolo della società civile nella scienza e delle minacce che i limiti alla libertà scientifica possono porre all’istituto della democrazia. Ecco quindi un’altra questione da approfondire: che ruolo dovrebbe rivestire la società civile nello sviluppo della scienza? Come dovrebbe essere organizzato questo ruolo?

Abbiamo poi posto molta attenzione alla scienza biomedica, per ovvi motivi. A tal riguardo sono emersi numerosi punti controversi. Ad ogni modo, io credo che come gruppo stiamo discutendo di libertà scientifica in senso più ampio, e quindi è bene non perdere di vista altri ambiti della scienza che forse paiono avere un impatto meno tangibile sulla salute umana, ma che sono di grande rilevanza per noi tutti e per l’umanità in generale, come la climatologia o la fisica. A mio avviso non abbiamo ancora trovato soluzione ad alcuni dei problemi posti da altre aree scientifiche, come la blue sky research e la sua legittimità etica. Questo è un altro argomento che intendiamo prendere in considerazione nel nostro prossimo congresso.

Sono rimasta colpita dalla relazione di Faouzia Farida Charfi, che ho trovato toccante. Mi sembra che il punto saliente in questo caso sia l’idea della globalizzazione della scienza. La scienza è un’impresa globale ed è d’importanza cruciale riflettere sui rapporti tra valori scientifici, religiosi e culturali e sulla nostra capacità di utilizzare le risorse esistenti in contesti diversi. In linea di principio, la scienza appartiene a tutti, è un’impresa comune, globale, che apporta e deve apportare benefici globali. Tutti noi possiamo contribuire alla scienza in un modo o nell’altro, indipendentemente dall’età, dalla razza, dall’etnia o da qualunque altra caratteristica in apparenza arbitraria. Cosa ancor più importante, la scienza può unire le persone, incluse quelle di diversa religione o cultura. Abbiamo visto israeliani e palestinesi collaborare a progetti scientifici. La scienza può abbattere le barriere, non solo quelle geografiche, ma anche quelle ideologiche. Tuttavia, vi sono casi in cui la fede e la verità rivelata si rifiutano di convivere in armonia con il progresso scientifico. Non deve essere per forza così, come ha sottolineato Faouzia Farida Charfi: molti leader religiosi ammettono ad esempio l’evoluzione e riconoscono il valore del progresso scientifico. Dobbiamo però continuare a riflettere, a scrivere, a parlare di più del rapporto tra scienza e teologia.

Dopo aver ascoltato Michele De Luca mi viene da porre una domanda. Una domanda che forse possiamo fare a noi stessi come gruppo e che ha a che fare con la falsa scienza e i ciarlatani. La falsa scienza e la falsa medicina sono una triste realtà. Ad esempio le terapie complementari la cui inefficacia è stata provata in Inghilterra continuano a essere richieste e in alcuni casi perfino finanziate con fondi pubblici. Michele ha parlato della necessità di reintrodurre una cultura scientifica a partire dall’istruzione primaria e secondaria, di promuovere una cultura scientifica ed è importantissimo. Ma mi chiedo se non sia necessario interrogarci sulle ragioni profonde alla base della fiducia nella falsa scienza e nella falsa medicina. Come mai molte persone ben istruite che vivono in paesi occidentali o occidentalizzati, dove le informazioni sono ampiamente accessibili, continuano a credere all’incredibile e a chiedere che sia finanziato? Perché continuano ad affidare le loro vite a ciò che è privo di fondamento e non è stato dimostrato? Mi chiedo se ciò non sia collegato a una sfiducia nella scienza, a una percezione erronea della scienza come tentativo di de-umanizzare in qualche modo la natura umana. In altre parole, la fede in questa “scienza” discutibile va a compensare la perdita di fiducia nella scienza vera e propria? Michele De Luca sostiene che la falsa scienza prospera a causa degli interessi commerciali che vi stanno dietro. L’idea della commercializzazione o dell’ampliamento o della restrizione della libertà per interessi commerciali è molto complessa e si esplica a livelli diversi. Non credo, però, che il rapporto sia univoco. Nel 2000, la British Medical Association ha pubblicato un libretto che puntava il dito contro i media per come rappresentavano le donne, contribuendo (secondo l’organizzazione) alla diffusione dell’anoressia nervosa. Il direttore di una rivista ha detto: “Be’, vendiamo queste immagini perché è quel che la gente vuole e compra”. A mio parere, quindi, la fiducia nella finta scienza va oltre gli interessi economici. Ritengo che sostenere che siano gli interessi commerciali a guidare certi comportamenti degli individui equivalga a vedere solo parte del quadro complessivo. A volte gli individui hanno motivi più profondi di agire in un certo modo e gli interessi commerciali fanno leva su quei bisogni. Credo, quindi, che sia un altro punto su cui riflettere al nostro prossimo congresso.

 

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.