
Intervento di Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, già deputato al Parlamento europeo, all’incontro preparatorio al Terzo Incontro del Congresso Mondiale per la libertà di ricerca scientifica, che si terrà a Roma dal 4 al 6 aprile 2014
Alcuni di voi seguono il percorso del Congresso Mondiale per la libertà della ricerca scientifica da quasi dieci anni; per altri è la prima volta. E’ a Marco Pannella, leader radicale, che dobbiamo l’idea di questa formula, che inventammo durante le settimane in cui in Italia si iniziava a organizzare un referendum per abolire la legge che vietava la ricerca scientifica sugli embrioni. Non si trattava soltanto di una questione italiana, bensì di una questione mondiale. In Europa, si discuteva molto sulla possibilità di accedere ai finanziamenti europei per la ricerca anche per quanto riguardava la ricerca sulle cellule staminali embrionali. All’ONU ci fu un tentativo del Costa Rica, dell’Italia e di altri Paesi, mobilitati per una messa al bando mondiale della cosiddetta clonazione terapeutica. L’idea che Marco Pannella avanzò allora si riferiva al precedente storico del Congresso per la Libertà della Cultura, che aveva unito nel dopoguerra alcuni tra i migliori e i più noti intellettuali, artisti, uomini di scienza, coesi contro il pericolo totalitario. Nel parallelo storico con quello che stava accadendo parlavamo del pericolo e della minaccia fondamentalista – di tutti i fondamentalismi, ideologici e religiosi – contro la scienza e contro la libertà di ricerca. L’obiettivo della riunione di Bruxelles è individuare quali siano le urgenze per la libertà di ricerca e per la libertà in senso più ampio, generale.
Come ha ricordato Guy Verhofstadt, le libertà non si dividono, non si tagliano a pezzetti. Non si tratta di insistere su quello che sapete tutti bene ossia l’importanza della scienza, della ricerca, per il benessere umano. Si tratta anche di rispondere, o di trovare un’altra risposta possibile, al problema della crisi della democrazia e dello stato di diritto. Forse questa è la novità rispetto a dieci anni fa. Allora volevamo, con la politica e con il diritto, difendere la libertà di ricerca e della scienza. Oggi, a dieci anni di distanza, dobbiamo anche porci il problema opposto: come usare il metodo scientifico per difendere la democrazia e lo stato di diritto.
Che ci sia bisogno di difendere la democrazia e lo stato di diritto è confermato da tanti indicatori. Uno studio dell’Organizzazione europea per la Cooperazione e lo Sviluppo, l’OCSE, rivela che solo quatto cittadini su dieci si fidano delle autorità nazionali nei Paesi dell’OCSE. C’è anche un problema di legittimità e di autorevolezza del potere politico nei confronti dei cittadini. Inutile ricordare la crisi economica e sociale nella quale siamo immersi. Una delle tesi di convocazione di questa riunione è che il metodo scientifico possa essere utile a rafforzare il metodo democratico, a impedire che il metodo democratico sprofondi ancora più in basso nella crisi in cui è entrato.
Perché il metodo scientifico dovrebbe potere aiutare il metodo democratico? Innanzitutto perché si basa sui fatti, sulle prove e sugli errori. Una delle cose che si imputano, oggi, anche alle democrazie, è di non essere più collegate con le esigenze di fondo dei cittadini. Un altro aspetto della crisi del metodo democratico si riscontra nell’inadeguatezza della dimensione nazionale, di Stati nazionali che si dimostrano incapaci di affrontare la crisi. Non c’è nulla di più transnazionale della scienza, che ha l’esigenza di diffondere in tutto il mondo i risultati del metodo scientifico.
C’è un altro punto di collegamento storico importante tra democrazia e scienza: uno dei documenti di nascita dello stato di diritto è stata la Magna Charta nel XIII secolo: da lì è partita la contestazione del potere assoluto della monarchia britannica. L’elemento centrale era il cosiddetto habeas corpus, in base al quale nessuno può essere privato della libertà in assenza di una legge. Il motto del nostro Congresso Mondiale è “dal corpo dei malati al cuore della politica”, trad. from the body to the body politic, cioè dai corpi, dalle esigenze dei corpi – di salute, di benessere – al cuore della politica: le istituzioni si devono occupare di quello, devono partire dalle esigenze più fondamentali per i cittadini e devono farlo secondo la regola del pragmatismo, della prova e dell’errore, del rigore nel non manipolare le evidenze e i fatti e di cercare in questo modo di fare avanzare il benessere umano.
L’Associazione Luca Coscioni promuove questo incontro insieme al Partito Radicale, partito nonviolento, sull’esempio di Gandhi, cioè di chi metteva in discussione il proprio corpo per conquistare la libertà. È partito transnazionale, quindi non riconosce le frontiere nazionali come utili ad affrontare alcuni tipi di problemi. È partito transpartito: non vogliamo lavorare con un’unica famiglia politica o colore politico, ma vogliamo lavorare con tutti coloro che nelle istituzioni condividono laicamente degli obiettivi.
Dieci anni fa eravamo molto impegnati – e dobbiamo continuare a esserlo – su come il potere politico possa aiutare la buona scienza. Oggi, abbiamo un obiettivo in più: come la buona e libera ricerca scientifica possa aiutare il potere politico. Infatti, la scienza e il progresso scientifico e tecnologico vanno avanti comunque e velocissimi. La sfida è quella di fornire come interlocutore della comunità scientifica un potere politico democratico e, come si dice in inglese, accountable, cioè che renda conto ai cittadini e che rispetti delle regole, per evitare che ci siano soprusi e sopraffazioni. In alternativa, se gli Stati democratici e le federazioni come l’Unione Europea non intervengono, la ricerca si sposterà sempre di più in aree geografiche del mondo dove è il potere antidemocratico a farlo. Il rischio è che lo stesso modello democratico liberale dello stato di diritto ne esca sconfitto.
La nostra non è una sede di mero convegno e dibattito intellettuale: è anche sede di iniziativa politica che può vedere uniti scienziati, ricercatori, politici, malati, persone disabili e cittadini. Ciò si può fare utilizzando gli strumenti della democrazia e gli strumenti del diritto. Filomena Gallo ha seguito per l’Associazione Coscioni e per il Partito Radicale la causa fatta dinanzi la Corte interamericana dei Diritti umani contro il Costa Rica, in quanto quel Paese proibisce la fecondazione assistita. È importante sottolineare il limite degli Stati nazionali e di come le entità sopranazionali possano intervenire per garantire la libertà di ricerca e anche di accesso alle cure laddove gli Stati nazionali non lo fanno. Per esempio, la Corte europea dei diritti umani è intervenuta tante volte contro quelle leggi che in Italia impedivano l’accesso ad alcune tecniche di fecondazione assistita. Ecco perché è importante che si realizzi a livello di Unione Europea quello che tanti ricercatori e scienziati hanno cominciato a chiedere: la creazione di un vero e proprio Spazio europeo della Ricerca, dove i ricercatori, gli accademici possano muoversi liberamente e l’Europa sia un’unica patria per la ricerca scientifica. Siina, ricercatore iraniano che lavora in Italia, ci spiega le difficoltà: il permesso di soggiorno da rinnovare, i tempi, le attese incredibili per muoversi all’interno dello Spazio europeo. L’obiettivo della libertà di ricerca è anche un obiettivo europeo, per avere un’Europa della ricerca che sia più possibile unita, un’Europa dell’accesso alle medicine, ai trattamenti con regole comuni.
Sappiamo ad esempio quanto è difficile fare rispettare quelle sui test clinici. Magari la nostra rete potrebbe contribuire a rivolgerci, come comunità di scienziati, agli Stati nazionali perché allentino alcune resistenze in merito alla semplificazione dei clinical trial.
Per quanto riguarda l’accesso aperto alla scienza mi chiedo se sia necessario intervenire anche in modo legislativo e regolatorio per promuovere la libera circolazione dei risultati e del sapere scientifico, o se in realtà ci sia la possibilità che la scienza aperta si affermi senza bisogno di un intervento regolatorio. Alcuni propongono che ogni volta che una ricerca è condotta con soldi pubblici ci debba essere una sorta di obbligo anche legislativo a tenere i risultati di quella ricerca disponibili nel pubblico dominio. Mi pare una proposta ragionevole, ed è importante discuterne.
Sui brevetti, dovremo prendere esplicitamente in considerazione non solo l’interesse del ricercatore o dell’istituzione all’interno della quale il ricercatore svolge il suo lavoro, ma anche l’interesse di benessere e salute per i cittadini.
Una delle questioni è la durata del brevetto. Essendo velocizzato il ritmo della ricerca scientifica, un tempo molto lungo di brevettabilità può essere un ostacolo molto grande. Dovrebbe anche esserci da parte dell’amministrazione pubblica la possibilità di intervenire nel momento in cui ci fosse un interesse collettivo predominante rispetto all’interesse commerciale di chi ha brevettato quell’invenzione. Dovrebbe esserci il modo di “risarcire” gli inventori e mettere nel dominio pubblico quella ricerca. Una delle domande da porsi è: quanto un sistema troppo rigido rischia di burocratizzare eccessivamente il momento della ricerca scientifica?
Di questi e di altri temi discuteremo in occasione della prossima riunione del Congresso mondiale, che è stata convocata a Roma, dal 4 al 6 aprile.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.