La scienza e i suoi fini

Il mio sarà un discorso introduttivo e, quindi, piuttosto generale. Dopo i bellissimi esempi che abbiamo appena ascoltato, spero non risulti troppo vago e che, anzi, riscuota un qualche interesse.

 

Torniamo all’Illuminismo, al momento in cui si gettarono le fondamenta di tutte le principali società erudite del mondo. È qui che troviamo i pilastri dei fini della scienza. Prima di tutto, la scienza serve a capire l’universo. In secondo luogo, serve a “realizzare tutte le cose possibili”, per dirla con Francis Bacon. Un terzo fine sotteso ai primi due è quello di apportare benefici all’umanità. Si tratta di scopi indipendenti, e a ben vedere gli ultimi due possono entrare in conflitto. Realizzando “tutte le cose possibili”, infatti, si possono produrre gravi danni. La comprensione della fissione nucleare, ad esempio, può avere per esito la produzione di energia o la creazione di una bomba. Occorre dunque riflettere su come utilizzare al meglio le scoperte scientifiche.

Mi rifaccio un po’ alle parole di Kary Mullis all’ultimo congresso, quando affermò con fermezza (e a ragione) che scienza e tecnologia sono cose diverse. Per me si tratta della stessa differenza che sussiste tra scoperta e applicazione. Non concordo, invece, circa l’idea che un individuo (e, dunque, uno scienziato o un “tecnologo”) possa dedicarsi a una sola delle due attività. Credo, al contrario, che una persona possa occuparsi sia di scienza che di tecnologia, ma che non per questo sussista un’identità tra i due ambiti. È una distinzione è di grande importanza per il tema di questo congresso.

La scoperta è sempre positiva, come lo è accrescere il proprio sapere. È da come applichiamo le nostre scoperte che dipende l’insorgere di un conflitto. È quindi bene essere disposti ad adottare il criterio dell’interesse pubblico prima di mettere in pratica le nostre conoscenze, che non dovrebbero essere applicate automaticamente in tutti i modi possibili.

Non si tratta però di un processo univoco. La scienza, in fin dei conti, è un ciclo. È un processo di scoperta, di acquisizione di informazioni, di generazione di comprensione utile anche ai fini di nuove scoperte. È importantissima la produzione di cultura, ma poi vi sono le applicazioni. Le applicazioni possono tradursi in entrate se sono immesse sul mercato, e queste entrate possono essere usate, insieme ai fondi erogati dalle istituzioni governative e dagli enti benefici, per fare altra scienza.Negli ultimi cinquant’anni la parte for profit di questo ciclo ha aumentato il passo e si è rafforzata, talvolta a detrimento dei fondi stanziati dagli enti no profit. Da un certo punto di vista è un’ottima notizia: significa che possiamo continuare a fare scienza. Molte più persone sono coinvolte nel settore e procediamo sempre più speditamente (secondo alcuni indicatori, se non altro) sul piano dell’innovazione; forse non in termini di comprensione profonda, ma certamente in termini di produzione di cose utili.

È possibile che ci spingeremo oltre, fino al punto di dimenticarci completamente del problema della comprensione, limitandoci a fare scoperte il più in fretta possibile per produrre applicazioni da immettere sul mercato e trarne profitto. E qui la situazione si fa meno positiva. Uno dei risultati è la perdita di una fonte di sostegno economico stabile. Per esempio, gli agronomi britannici sanno quanto sia deleterio distruggere un canale di finanziamento no profit: la perdita di interesse nelle piante transgeniche ha avuto ripercussioni molto negative sul loro lavoro. In questa sede non ci interessano l’etica o le diverse opinioni esistenti sulle piante transgeniche: il punto è che, quale che sia stato il motivo, i fondi a sostegno della ricerca sugli OGM hanno subìto uno sbilanciamento. Non c’era alcun appiglio e la scienza si è trovata alla mercé del volubile mercato, il che si è tradotto in una temporanea eliminazione della scienza di base e in un grave danno per l’avanzamento della ricerca nell’ambito agronomico nel suo insieme.

Un secondo risultato è che gran parte dei finanziamenti può essere deviata altrove. Ad esempio, oggi soltanto il 15% delle entrate dell’industria farmaceutica è reinvestito in ricerca e sviluppo, mentre il 30% è destinato al marketing e all’attività di lobbying per mantenere il sistema nelle condizioni attuali. In questo modo non si garantisce l’efficacia di ricerca e sviluppo. Naturalmente il processo funziona; produciamo farmaci, ma ci sono degli effetti collaterali. Le applicazioni sono perlopiù realizzate allo scopo di trarre profitto; a breve osserveremo con quali conseguenze, ma prima di andare avanti dobbiamo tenere a mente che siamo tutti parte di questo sistema. A guidarlo vi è il desiderio di guadagnare – anche inconscio – giacché dipendiamo dai nostri schemi di risparmio e dalle nostre pensioni e i manager sono sempre attratti dal miglior profitto in rapporto all’investimento. Insomma, stiamo perpetuando un sistema che cerca il profitto prima di ogni altra cosa. Più la mutualizzazione della scienza farà passi avanti, più il sistema si consoliderà: è così che funzionano le nostre economie.

Perché siamo arrivati qui? Perché le entrate che provengono dagli enti a scopo di lucro sono così attraenti? Un motivo è che la gente non vuole essere tassata, ma ama fare impresa. Si tratta di “soldi facili” se li si confronta con quelli stanziati da enti senza scopo di lucro; inoltre sono relativamente liberi da forme di controllo centrale, il che è positivo per gli imprenditori, per gli scienziati che vogliono dar vita a un’azienda. Il rovescio della medaglia è che poi gli investitori si aspettano un ritorno, e nel giro di qualche anno potrebbero iniziare a pretendere risultati. È possibile che si finisca per dover cambiare la propria linea di ricerca, rinunciando a obiettivi originali che si ritenevano eccezionali in favore di qualcosa di meno entusiasmante, ma che forse è più facilmente collocabile sul mercato. Ricerca e sviluppo vengono così riadattati in funzione del nuovo obiettivo, i servizi più necessari sono esclusi e la comunicazione scientifica è ostacolata: il tutto si riduce a transazioni finanziarie che accrescono i profitti. Facendo queste valutazioni trascuriamo il capitale naturale e il benessere umano. Insomma, portiamo avanti un sistema in cui si fa molta scienza, ma che nel suo intimo non è sostenibile e non ci porta a ottenere ciò che ci serve davvero.

La situazione cambia in diversi ambiti scientifici. Il mio campo è la biologia, e la biologia è una “nuova ricca”. Trent’anni fa era del tutto marginale, mentre oggi è un’enorme bolla; tutti sono entusiasmati dalle possibilità che essa presenta. Di conseguenza si verificano molti abusi in termini di proprietà intellettuale. In ingegneria, al contrario, le interazioni sono più consolidate e mature. Anche la biologia raggiungerà una fase più stabile, che potrebbe rivelarsi più sana.

Vorrei ora esaminare con voi tre esempi negativi del sistema corrente. Anzitutto, l’accesso ai medicinali. La ricerca biomedica è talmente sospinta da questo sistema votato al lucro che si sta facendo troppo poco per alleviare i mali principali che gravano sul mondo. Negli ultimi dieci anni la proporzione ha subito un lieve miglioramento (4%) grazie a fondazioni come la Gates Foundation e i partenariati per lo sviluppo di prodotti che sono stati avviati. La situazione, tuttavia, non sta cambiando granché.

Ciò che non sempre si comprende è che ci sono problemi anche nei Paesi ricchi, dove siamo soggetti a ogni sorta di blandizie, tra cui anche gli incentivi impropri ai gruppi di pazienti. Gli studi clinici costano più del necessario perché si cerca di nascondere gli effetti nocivi collaterali dei farmaci. Le pubblicazioni-fanstasma infestano le nostre riviste: in alcune delle maggiori riviste mediche fino a metà degli articoli è scritta nei settori marketing delle aziende farmaceutiche. Nonostante i molti e valorosi sforzi di porre un argine a questo fenomeno, esso continua e l’accesso alla medicina ne soffre. Il nostro sistema funziona, ma potrebbe funzionare molto meglio. In secondo luogo, le analisi genetiche e il brevetto dei geni. Il dibattito va avanti da qualche tempo, ma occorre considerare alcuni sviluppi recenti.

Potremmo introdurre così l’argomento: se scopriamo un gene umano ed entriamo in possesso di informazioni importanti relative a esso, non possiamo brevettarlo perché è un prodotto della natura e non possiamo ricamarci sopra invenzioni. Ad ogni modo, è ragionevole brevettare un modo di diagnosticare versioni difettose di quel gene. È invece irragionevole richiedere un brevetto che copra tutti i possibili metodi di diagnosi. Ancor meno ragionevole è richiedere un brevetto che copra tutto quanto si possa fare con quel gene. Eppure lo si è fatto e si continua a farlo in misura significativa, nonostante le molte proposte volte ad adottare standard più severi.

Il portafoglio della Myriad sui due principali geni coinvolti nel tumore ereditario della mammella rappresenta un esempio con cui tutti voi avete dimestichezza. A tutti gli effetti, la Myriad possiede quei geni negli Stati Uniti. Nel resto del mondo l’azienda ha limiti maggiori, dovuti da un lato ad alcuni brevetti senza scopo di lucro e dall’altro agli strenui sforzi compiuti in sede giudiziaria. In America, però, la Myriad può arrivare a chiedere tremila dollari per svolgere un test che ne vale cento, perché nessun altro è abilitato a fare quel test negli Stati Uniti.

La questione è importante perché non soltanto sta arrecando un danno ai pazienti con minori disponibilità economiche, ma sta anche danneggiando la scienza perché ostacola la ricerca sul tumore della mammella. In futuro, se permetteremo che le cose rimangano come sono, ci troveremo davanti ai cosiddetti “boschi di brevetti”, che limiteranno le possibilità di condurre analisi che interessino il genoma umano in tutta la sua ampiezza. Il progresso scientifico ne risentirà, perché nel frattempo il processo di sequenziamento sta diventando più efficiente ed è possibile esaminare moltissimi loci allo stesso tempo.

Per queste ragioni l’Association for Medical Pathology, guidata dagli avvocati dell’American Civil Liberty Union e sostenuta da molti di noi, è riuscita a far sì che nel 2009 i brevetti fossero revocati. Il caso ha attraversato una lunga serie di ricorsi in cui le sentenze precedenti sono state invertite, ma da ultimo la Corte Suprema ha stabilito che un segmento di DNA che si trova in natura è un prodotto della natura e in quanto tale non può essere brevettato neppure se isolato (era questa la giustificazione addotta da Myriad). Una buona notizia, quindi; la sentenza dovrebbe invalidare i brevetti di Myriad. La Corte, tuttavia, ha concesso alcune scappatoie, il che vuol dire che Myriad continua a osteggiare chi tenta di farle concorrenza. Abbiamo fatto un piccolo passo avanti, ma non è ancora abbastanza, e a mio modo di vedere il sistema attuale non merita di essere perpetuato.

Il terzo esempio è più generale e riguarda i dati in formato aperto. Mi sono trovato alle prese con questa questione da responsabile del segmento britannico del Progetto Genoma Umano. Il genoma umano contiene moltissimi dati. All’inizio il sequenziamento richiedeva molto tempo e denaro. Ora è un processo più agevole. C’è però una grande quantità di dati e dobbiamo ancora svilupparne una comprensione.

Ecco perché l’idea di inserire le informazioni in una banca dati privata cui si può accedere dietro pagamento non è soddisfacente. Solo i ricercatori con maggiori disponibilità economiche potrebbero accedervi, il che è negativo di per sé. Un elemento ancora peggiore, da un punto di vista scientifico, è che nessuno potrebbe comunicare il proprio lavoro. Si può pagare per esaminare i dati, ma è vietato ripubblicarli. Ciò significa che non si può trasmettere ad altri alcuna notizia di quanto si sta facendo con il genoma umano. È ridicolo. Non si può fare scienza a condizioni simili. La banca dati privata è in conflitto diretto con la scienza. È stato di importanza cruciale, quindi, riuscire a completare il sequenziamento nel pubblico dominio e porre le informazioni in una banca dati pubblica.

In questo modo tutti possono comunicare e consultare i dati. Inoltre, possono fare ciò che vogliono con i dati, ma non possono limitare l’accesso al materiale di partenza, il che è un principio importantissimo della scienza. Talvolta, sul piano commerciale, questo modello è chiamato “preconcorrenziale”, adatto ad ampi corpora di dati che servono a molte persone. Prendiamo l’esempio dei dati relativi alla mappatura terrestre: è bene che siano liberamente accessibili, perché in questo modo valgono molto di più che se fossero utilizzati da individui cui è proibito comunicare i propri risultati.

Questi princìpi cruciali ci riportano all’idea che dovremmo riequilibrare il ciclo economico scientifico, riducendo la fetta di denaro immesso da soggetti con scopo di lucro. È positivo che la scienza produca utili e che questi utili siano riutilizzati per fare altra scienza, ma non devono essere dominanti rispetto ai fondi stanziati da enti no profit. Come fare? Salvo rivoluzioni (che non è mia intenzione promuovere) dobbiamo guardare ai dettagli, ed è di questo che abbiamo parlato nel nostro incontro odierno. Dobbiamo avanzare in questa direzione. Ho illustrato esempi medici, ma per affrontare le sfide più grandi, come il cambiamento climatico, dovremo promuovere la fiducia fra le persone. Il nostro modo attuale di gestire la scienza, a livello globale ed economico, è assolutamente antitetico alla promozione della fiducia fra la gente, perfino all’interno dei Paesi ricchi, per non parlare della fiducia fra i Paesi poveri e quelli ricchi.

Infine vorrei tornare sul concetto di scoperta. La saga umana (da dove veniamo? Dove stiamo andando?) si fonda sulla scoperta, sulla cultura. Al momento, il metodo scientifico è un efficace strumento per fare scoperte. Alcuni temono che rappresenti un infelice declino verso il riduzionismo. Io, però, credo che la maggior parte di noi sia dell’avviso che la scienza ci abbia portati da qualche parte e che siamo pervenuti a una comprensione migliore della nostra posizione nell’universo. Forse abbiamo perso parte della nostra mitologia, ma abbiamo molta più consapevolezza circa la condizione umana. Possiamo proseguire questo cammino incredibile purché non mandiamo tutto all’aria, ad esempio, distruggendo il pianeta o negando l’importanza di questo tipo di ricerca.

Come senz’altro non mancherà di dirvi il mio collega John, non dobbiamo necessariamente parlare di esseri umani; in ultima analisi questa è la saga della specie dal pensiero trascendente che popola il pianeta. Siamo potenti non già a causa della nostra forza fisica, che non è poi molta, ma perché pensiamo attraverso lo spazio e il tempo e accumuliamo e costruiamo il sapere. È probabile che in questo secolo capiremo come il pensiero umano sorga dal cervello. Svilupperemo conoscenza viaggiando nello spazio. Abbiamo di fronte a noi l’intero universo. Infine, non conosciamo ancora altre forme di vita dal pensiero trascendente. Certa gente ama dire: “Oh, devono esserci altri esseri intelligenti da qualche parte”. Non lo sappiamo. È possibile, ma non ne siamo certi. Quindi non gettiamo via quella scintilla. Grazie molte.

 

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.