Grazie per l’invito a questo importante congresso organizzato da una Associazione che si batte per una causa nobile: per la “libertà di ricerca”. Ricerca e cultura sono parole che purtroppo non figurano quasi più nel vocabolario dei nostri politici e amministratori statali, molti dei quali non certo brillano per sensibilità, capacità manageriale e lungimiranza. Numerose e dure sono le critiche che ci giungono da ogni parte del mondo: “la ricerca italiana è in pieno declino con la disperazione dei ricercatori italiani e l’Italia è per questi terra di emigrazione” (Serge Haroche, premio Nobel per la fisica nel 2012); “la disuguaglianza più pericolosa nel mondo contemporaneo non è quella economica, ma quella nella conoscenza e nelle politiche educative, l’Italia potrebbe essere uno dei paesi più vicini al crack” (Marc Augé etologo francese). In Italia, infatti, a partire dal 1950 all’aumento del numero di studenti non è corrisposto un aumento adeguato in infrastrutture, docenza e investimenti per la ricerca e inoltre non si è organizzata l’economia attorno alla scienza come è avvenuto in Francia, Germania , Inghilterra, Svezia, Danimarca e Finlandia. L’Italia stanzia soltanto l’1,26% del PIL per lo sviluppo scientifico contro la media europea dell’1,91% e il 2,82% della Germania e impiega soltanto il 4% delle forze lavoro a fronte della media europea del 7% e addirittura del 16% della Finlandia. Nonostante ciò, almeno per ora, abbiamo un discreto piazzamento nelle classifiche mondiali come rapporto tra risorse investite, preparazione degli studenti e risultati raggiunti, ma ciò non potrà durare per sempre viste le gravi sofferenze in cui versa il nostro sistema educativo e della ricerca.
In particolare, in Italia la ricerca in uno dei settori strategici e molto promettenti per lo sviluppo della biologia vegetale, quella sugli OGM è praticamente ferma. Nel 2001 il ministro Pecoraro Scanio ha bloccato tutte le sperimentazioni di campo e il suo successore, nel 2002, Alemanno ha bloccato i progetti sugli OGM finanziati dal Mipaaf e la stessa ricerca negli Istituti appartenenti al Mipaaf stesso, interrompendo perfino i contratti in essere stipulati con le varie istituzioni di ricerca come Università e CNR, mettendole in seria crisi finanziaria in quanto queste istituzioni avevano anticipato i finanziamenti per svolgere le ricerche programmate e concordate. Dal 2002 non è stata data più alcuna autorizzazione a sperimentare in campo e dei 250 progetti che avevamo in campi sperimentali alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, attualmente non è rimasto nemmeno uno.
In Europa, invece, si continua a sperimentare in campo anche con sporadiche minacce da parte dei “Verdi”. Nel 2007 si contavano 91 sperimentazioni in campo, nel 2012 si sono ridotte a 22. Tuttavia Spagna, Finlandia, Belgio, Ungheria, Svezia, Slovacchia, Romania, Francia , Olanda, Irlanda, Polonia, Germania e Danimarca continuano a sperimentare regolarmente. E per quanto riguarda le specie di cui mi occupo, le piante arboree, sono attivi attualmente solo 2-3 progetti che riguardano solo il pioppo; per le piante da frutto non c’è alcun progetto di sperimentazione. L’unico progetto sperimentale con piante da frutto è stato distrutto l’anno scorso, per volontà dello Stato italiano ed era locato presso l’Università della Tuscia a Viterbo a poche centinaia di metri da dove Luca Coscioni lavorava. Si trattava di una sperimentazione molto articolata, estesa su circa un ettaro, con piante arboree da frutto con un elevato numero di specie e di tipi di geni usati per la trasformazione, con la finalità di ottenere frutti più grandi, resistenza a funghi patogeni, resistenza alla siccità e al freddo e riduzione della mole delle piante. Ecco come questo campo appariva nel giugno e nel luglio del 2012 e come appare oggi: un ammasso di cenere. Tutto il nostro impegno, i sacrifici di 30 anni di lavoro, di ricercatori, studenti e tecnici e soprattutto i contributi originali che avrebbe fornito alla scienza, sono finiti in cenere: 360 piante distrutte per opera del nostro Stato, per opera della ignoranza culturale di alcuni funzionari statali, nonché di politici, che spesso occupano indegnamente un posto dirigenziale in spregio ai sacrifici dei contribuenti.
Già nel 2002 avevamo subito un attacco alle nostre sperimentazioni. In quel caso i “no global” avevano distrutto un esperimento con piante di fragole che erano state modificate per renderle tolleranti a malattie fungine. Ma a quell’epoca almeno c’era la polizia a difendere le sperimentazioni in campo, anche se purtroppo con pieno successo, e i giudici hanno inflitto condanne ai 17 responsabili della distruzione. L’anno scorso le forze dell’ordine sono venute all’interno del campo per ben 3 volte ma solo ad espletare ispezioni e a cercare irregolarità che non hanno ovviamente trovate, perchè inesistenti.
Ma che cosa è successo? Perché abbiamo dovuto distruggere questo campo?
Nel 2012 il presidente di una fondazione privata la cosiddetta Fondazione dei diritti genetici aveva minacciato i due Ministeri competenti (Ambiente e Mipaaf) e la Regione Lazio di agire per le vie legali se non avessero imposto la distruzione di queste piante, suggerendo al contempo di fare alcuni rilievi nelle zone circostanti il campo, ovviamente con la recondita speranza di poter trovare qualche anomalia nell’ambiente attorno al campo e non certo per difendere la ricerca. Il Ministero dell’Ambiente, appena ricevuta questa lettera, ci ha intimato di distruggere il campo senza darci la possibilità di raccogliere alcun dato sperimentale. L’autorizzazione a sperimentare in campo era stata concessa per 10 anni nel 1998-1999. Alla scadenza, nel 2009, abbiamo chiesto una proroga che non ci viene concessa per due motivi: in primo luogo perché la Regione Lazio non aveva individuato siti di sperimentazione e, ad oggi non l’ha ancora fatto; in secondo luogo perchè il Mipaaf non aveva approvato i protocolli di sperimentazione, che secondo le direttive europee avrebbero dovuto essere approvati entro il 2007, e anche questo ad oggi non è ancora stato fatto. La mia Università ha chiesto di riconsiderare questo diniego con le seguenti motivazioni: dieci anni erano stati insufficienti per una sperimentazione approfondita su piante arboree da frutto; non era stato possibile reperire alcun finanziamento, ovviamente pubblico, in 10 anni, perché non disponibile per questo genere di studi; la ricerca non poteva pagare per l’inadempienza dello Stato italiano e soprattutto non era eticamente e moralmente corretto aver speso tanto denaro pubblico senza poter fornire alla comunità alcun risultato certo. La risposta a questa richiesta, datata giugno 2012, ci è pervenuta solo dopo che i tre Enti hanno ricevuto le minacce da parte della sopracitata fondazione. Nella lettera si legge che “data l’urgenza, di espiantare non c’è tempo di fare ulteriori ricerche”. Ancora non si capisce quale urgenza ci fosse dal momento che le piante erano lì da oltre 10 anni, venivano rispettati scrupolosamente tutti i protocolli di sperimentazione, basta per questo leggere i verbali degli ispettori regionali. Molte piante erano sterili, cioè non producevano polline, altre erano femmine, molte erano portinnesti; i monitoraggi fino ad allora eseguiti da istituzioni scientifiche pubbliche non evidenziavano variazioni di tipologia di microrganismi nel suolo. Inoltre i geni usati per la trasformazione genetica sono geni già presenti nelle piante, avevamo semplicemente potenziato la loro attività.
I risultati fino ad allora erano molto interessanti, non solo dal punto di vista scientifico ma lasciavano sperare anche in un possibile sfruttamento agricolo e industriale delle piante e/o dei loro frutti. Le fragole, il kiwi e l’olivo erano tolleranti a malattie fungine per effetto di una maggiore espressione di una proteina, già presente in tutte le piante e studiata in campo medico per la sua azione antiinfiammatoria. Altre piante erano tolleranti a siccità e al freddo e altre mostravano una riduzione della mole della chioma, come nel caso dei ciliegi e degli olivi, aspetto questo molto interessante per impianti frutticoli moderni ad alta densità. Di particolare interesse era il lavoro sul pero tollerante ad Erwinia amylovora, un terribile batterio che ha distrutto migliaia di ettari di impianti in Europa nei primi anni di questo secolo. Eravamo riusciti a produrre piantine tolleranti a questo batterio, almeno da quanto risultava dai test fatti in vitro, ma abbiamo dovuto distruggerle perché impossibilitati ad effettuare la sperimentazione in campo, che sarebbe stata il test definitivo. Inoltre il Mipaaf, incurante del rispetto del contratto stipulato, ha interrotto i finanziamenti dell’ultimo anno del contratto non restituendo all’Università i fondi necessari per portare a termine la ricerca che nel frattempo aveva anticipato. Avevamo ottenuto anche un geranio, che produceva 13 volte di più della pianta normale una sostanza, il cineolo, utilizzata dall’industria, anche questo ha dovuto seguire il destino delle altre piante.
Siamo stati costretti a espiantare e distruggere anche piante che a nostro avviso non erano da considerare transgeniche in accordo alla legislazione sugli OGM del 2001, perché erano state ottenute con l’Agrobatterium rhizogenes non ingegnerizzato, per cui queste piante si possono trovare spontaneamente anche in natura. Abbiamo dovuto estirparle, senza che il Ministero dell’Ambiente avesse consultato alcuna commissione scientifica, nonostante nostra richiesta espressa di deroga. Non riusciamo a spiegarci perché tanta urgenza nell’eliminare questa sperimentazione che avrebbe fornito dati scientifici interessanti. Forse è proprio per questo motivo che si è voluta la sua eliminazione, per evitare ancora una volta che la scienza potesse dare all’opinione pubblica una risposta chiara.
A nulla sono valse tutte le lettere di protesta inviate al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e ai ministri competenti da parte di Accademie, Associazioni e Società Scientifiche, la raccolta di firme a sostegno dell’associazione americana Biologyfortified, dell’associazione italiana biotecnologi, nonché gli articoli comparsi su importanti riviste scientifiche, quali Nature, Nature Biotechnology, Le Scienze e su moltissimi blog e interviste trasmesse da Radio 3 e Radio Radicale, comprese qualche timida notizia apparsa sulle principali testate giornalistiche italiane.
In quel periodo si leggevano frasi di questo genere: “To destroy such experimental material is reminiscent of the suppression of Galileo’s science in the 17th Century. Italy has surely learned from these historical mistakes, and should be a beacon of enlightenment and not the suppressor of knowledge due to misguided ideology” – Maurice Moloney, Institute Director, Rothamsted Research. Dr Moloney, ha avuto una esperienza simile alla nostra qualche settimana prima, a causa di un’incursione nei campi sperimentali da parte dei “Verdi”. Ma in quel caso lo Stato inglese era a fianco della Scienza a difendere la ricerca con la polizia schierata accanto a ricercatori e studenti, tanto che su Biologyfortified blog si legge “….The problem between this situation and the people from England, is different. I have to defend from my government. In England they protected the scientists. In Italy, no. That is the big difference.” Tra le tante altre frasi di considerazioni dure nei confronti del nostro Stato che non lasciano indifferente neanche un umanoide da parte di scienziati e scrittori scientifici si legge anche: “Humanity needs to be able to evalute new agrcultural approaches. Research is part of the solution not part of the problem“ – Toby Bruce, Senior Research Scientist – Rothamsted Research, UK. E ancora: “Actually, I *do* agree that genetic engineering should be used, and believe it to be a superior method of crop breeding. It is irrational to ban a technology that offers such great benefits simply because of campaigns of ignorance, fear, and misinformation. Let sound science be the foundation of public policy” – Michael Robin, Science writer, University of Saskatchewan, Canada.
Di tutto ciò cosa sanno e cosa pensano gli italiani?
Da indagini statistiche del dicembre 2012 si evince che solo il 50% degli italiani dichiarano di conoscere gli OGM e di documentarsi sull’argomento attraverso la radio e la televisione (fonte: IPSO, R. Mannheimer, 2012). Ma paradossalmente, il tempo dedicato dalle 7 principali reti televisive e dalle 15 reti radiofoniche nei 22 mesi precedenti le interviste, è quasi inesistente: 61 notizie riguardanti gli OGM su un totale di 370.000 pari allo 0,02% e per un tempo pari allo 0,03% (fonte: G. Betto, Centro ascolto dell’informazione radiotelevisiva, 2012) e soprattutto non figurava nessuna trasmissione di approfondimento. Nonostante tutto le indagini dimostravano che il 60% degli italiani è favorevole alla ricerca scientifica sugli OGM e il 62% afferma che gli scienziati italiani debbono avere gli stessi diritti e messi nelle stesse condizioni di fare ricerca in questo settore dei colleghi degli altri Paesi. In quelle pochissime trasmissioni televisive risalenti a molti anni fa, che mettevano a confronto, nei casi più favorevoli, due ricercatori, uno favorevole agli organismi transgenici e l’altro no, il messaggio che arrivava allo spettatore, indipendentemente dai contenuti delle loro riflessioni, era che il 50% degli scienziati erano a favore degli OGM e il 50% contrario. Ovviamente non c’è nulla di più falso, perché come vi spiegherà più dettagliatamente il collega che seguirà, solo uno sparuto gruppo di ricercatori è contrario o indifferente, spesso per motivi ideologici o a volte di convenienza, in quanto impegnato in ricerche concorrenziali a quelle sugli OGM.
La ricerca pubblica in Italia sugli OGM di fatto è quasi totalmente bloccata: come è noto la normativa vieta quella in campo e, sebbene non vieti quella in serra, tuttavia per questa la legge richiede l’uso di serre particolari che hanno costi proibitivi e che generalmente non sono adatte a piante di grandi o di medie dimensioni, come quelle arboree; infine la ricerca di laboratorio è difficile o impossibile farla a causa della indisponibilità di fondi per questo genere di lavori o più semplicemente perchè un progetto che contiene la parola “transgenico” viene più facilmente eliminato da chi finanzia le ricerche, per cui i ricercatori evitano espressamente di scrivere questa parola nei loro progetti. A tutto ciò vanno aggiunti i costi proibitivi per valutare il rischio, nel caso si dovesse passare alla fase successiva di commercializzazione, con la conseguenza che la ricerca e il commercio in questo settore sono in mano alle Multinazionali, con buona pace di coloro che avversano gli OGM e che sono convinti in questo modo di lottare contro le Multinazionali stesse.
Tutto ciò impedisce alla ricerca pubblica non solo di svolgere una azione di controllo su quella privata ma di intervenire in quelle ricerche in cui quella privata non mostra alcun interesse. Inoltre non può intervenire per risolvere rapidamente problemi che possono insorgere improvvisamente, nè tanto meno correggere celermente i difetti di varietà già affermate commercialmente o difficili da ottenere con i metodi tradizionali di miglioramento genetico, rallentando altresì la conoscenza sulla funzione dei geni e procrastinando così le conoscenze sulla genetica di base. Infatti attualmente per dimostrare la funzione di un gene, questo si fa “over-esprimere”, producendo una pianta transgenica, al fine di avere la certezza che l’effetto manifesto sia dovuto proprio al gene che si sta studiando.
Ulteriore impedimento allo sviluppo della genetica in Italia, peraltro già compromessa, sarà dato dal Sistema di Valutazione della Ricerca vigente che, sebbene fondamentale per migliorare la ricerca in questo Paese, tuttavia in alcuni casi non incoraggia i ricercatori ad affrontare lavori che richiedono tempi lunghi, come appunto quelli del miglioramento genetico, per cui anche quello tradizionale, che richiede anch’esso tempi lunghissimi, è destinato a declinare ulteriormente.
In pratica e per concludere, sulle piante arboree da frutto la ricerca soprattutto quella relativa alla costituzione di piante resistenti a stress biotici non potrà essere svolta se non con l’applicazione delle difficoltose tecniche tradizionali che richiedono tempi lunghissimi, in quanto le Multinazionali non hanno alcun interesse a produrle, poiché per queste è più conveniente svolgere ricerca sui fitofarmaci per venderli all’agricoltore per difendere le piante suscettibili alle avversità correntemente coltivate.
L’interesse delle Multinazionali si concentra sulle specie a propagazione per seme per le quali possono vendere ogni anno i semi per la loro propagazione, piuttosto che sulle piante arboree, che hanno un ciclo di vita anche di diversi decenni e che sono a propagazione vegetativa.
Pochi sanno che per ottenere una mela bella e sana come quella che vedete sui mercati, indenne cioè da danni da parte di patogeni o insetti, l’agricoltore è costretto ad impiegare ingenti quantitativi di fitofarmaci che somministra al frutteto con un minimo di 10 fino a 30 interventi all’anno a seconda dell’andamento stagionale. Basta fare una semplice riflessione per comprendere l’ingente quantità di energia consumata e l’inquinamento che si produce sia per la sintesi industriale di quei fitofarmaci sia per il trasporto nei vari angoli del pianeta sia per la distribuzione nei frutteti stessi; per non parlare dei costi e soprattutto dei rischi, ben noti a tutti, inclusi i vari ministri della sanità e dell’ambiente, che quelle molecole chimiche, possono comportare per la salute degli agricoltori, dei consumatori e più in generale per l’ambiente stesso.
Per evitare questi rischi sono da tempo disponibili piante che dal punto di vista agronomico e commerciale sono valide, cioè le stesse che oggi troviamo sul mercato ma con il vantaggio di avere acquisito una maggiore tolleranza alle malattie e che quindi non avrebbero bisogno di trattamenti chimici. Ma per il solo fatto che sono state ottenute con le tecniche biotecnologiche del DNA ricombinante non possono essere sperimentate in campo perché lo Stato italiano non lo consente in Italia, pertanto si è costretti a custodirle nei frigoriferi dei laboratori di ricerca italiani in attesa di Ministri e di associazioni dei produttori più illuminati.
Sono certo che l’associazione Luca Coscioni che già tanto ha fatto per sbloccare l’immobilismo legislativo e l’oscurantismo della comunicazione, si impegnerà ulteriormente anche per fermare il declino scientifico e culturale in questo Paese e ridare dignità e voce alla Scienza e agli scienziati.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.