di Gilberto Corbellini
Professore di Storia della Medicina, Università “La Sapienza” di Roma
Il mio interesse per il tema della libertà di ricerca scientifica ha una relazione stretta con il fatto che sono uno storico della medicina e della scienza. Tra le cose di cui mi sono interessato negli anni passati c’è il movimento che si sviluppò in Gran Bretagna alla fine degli anni ’30 con la creazione di una Society for Freedom in Science, la quale lanciava l’allarme su una deriva che stava investendo la scienza occidentale, sotto la pressione culturale del fronte marxista e della Russia di Stalin. In Gran Bretagna esisteva un movimento di scienziati guidato da John Bernal, un influente fisico e cristallografo, che aveva una concezione puramente applicativa della scienza. Alcuni tra questi scienziati di orientamento marxista consideravano la ricerca di base come soluzione di cruciverba, e questo movimento emergeva e si sviluppava in un momento in cui l’Europa era devastata dai totalitarismi. Le attività della Society for Freedom in Science sono andate avanti durante la Seconda Guerra Mondiale, e vi furono discussioni tra inglesi e americani, e alcuni contenuti di quelle discussioni entrarono nel famoso rapporto di Vannevar Bush che apriva, dopo la Seconda Guerra mondiale, a una visione nuova della scienza e del suo ruolo nella società.
Queste riflessioni sono entrate a far parte anche del Congresso Mondiale per la Libertà e la Cultura nato dopo la Seconda Guerra mondiale, da cui ha poi tratto spunto anche questo nostro Congresso Mondiale per la Libertà di Ricerca scientifica, che è nato da un incontro con Marco Pannella, con il quale ci ispirammo proprio a quell’iniziativa culturale che aveva avuto un’influenza e che aveva promosso, a parer mio e a parere di chi fa lo storico, un rinnovamento di idee anche nell’ambito del pensiero politico nei primi due decenni dopo la Seconda Guerra mondiale.
Come storico la mia visione ha tempi un po’ lunghi, qualcuno mi dice anche un po’ troppo lunghi. Se si guardano le cose in una prospettiva storica non si può non notare un fatto abbastanza singolare e anche antropologicamente interessante. La Scienza – e su questo credo ci siano pochi dubbi – ha insegnato agli uomini, in particolare nel mondo occidentale, come usare le regole, come costruire metodi, procedure, in modo efficace ed efficiente per un governo sia delle cose quotidiane sia delle proprie aspettative rispetto al futuro. In questo modo la scienza ha concorso a costruire una mentalità, una cultura che hanno dimostrato la possibilità di ottenere effetti migliori grazie a procedure guidate da regole per lo sviluppo umano, anziché usando la violenza e l’arbitrio come è stato fatto regolarmente per millenni e in larga parte di storie umane ancora si fa.
Il problema è che con il trascorrere dei secoli la scienza comincia a diventare progressivamente oggetto di leggi e di regole che di fatto le vanno contro, come se rappresentasse una minaccia e un problema lasciar troppo libera la ricerca. I cosiddetti Padri Fondatori che hanno costruito un’idea moderna di società civile, fondate sui principi liberali, si ispiravano regolarmente non tanto agli ideali della scienza, bensì proprio alla scienza come modo di affrontare i problemi. I primi paragrafi della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti scritti da Jefferson contengono espressioni e termini come riguardanti come “leggi di natura” e “auto-evidenti” che vengono dallo studio delle scienze naturali e incarnano principi del ragionamento scientifico. Non si tratta di una forzatura, perché il lavoro degli storici lo ha dimostrato.
Al contrario oggi ci troviamo a vivere una stagione in cui la politica concepisce spesso la legge come strumento per limitare la libertà della ricerca, esprimendo le invidie delle maggioranze conservatrici, ma anche progressiste. In questo modo le insegue perché le vede come portatrici di voti, piuttosto che come modalità di ampliare gli spazi di libertà attraverso procedure decisionali razionali e controllabili. In questo modo, è abbastanza evidente che si rischia di abbandonare anche i valori fondanti della democrazia liberale per abbracciare, con tranquillità ma pericolosamente, le derive illiberali di una logica elettoralistica.
Gli esempi di questi fenomeni abbondano. Visto che siamo al Parlamento europeo si può anche provare a dire, con molta umiltà, che se l’idea dell’Europa ha perso un po’ di credibilità e favore da parte dei cittadini è anche perché non ha potenziato le libertà individuali e civili né ha favorito l’espansione in Europa della libertà economica.
Il Paese in cui io vivo, l’Italia, negli ultimi anni ha visto ridursi molte libertà; ha visto peggiorare tutti gli indicatori di qualità della vita civile, fino ad arrivare a essere il Paese europeo che ha il più basso gradimento della democrazia.
Leggevo l’altro giorno un rapporto globale sugli investimenti e le previsioni di investimenti in ricerca e innovazione fatto da un ente benefico che si interessa di promozione della scienza negli Stati Uniti. In questo rapporto è evidenziato un problema che va preso in considerazione: oltre al fatto che gli investimenti aumentano in Asia e diminuiscono in Occidente, in Occidente si riducono gli investimenti nella ricerca di base. La ricerca di base è, credo, il valore più importante che la scienza può portare allo sviluppo umano e alla maturazione della libertà umana all’interno delle nostre società. Questo è un tema importante, anche se non popolare, su cui riflettere.
Riguardo alla questione dei brevetti e della brevettabilità, in particolare al rapporto tra ricerca di base e ricadute applicative: a mio avviso lo sfruttamento commerciale dei risultati della ricerca di base deve essere attentamente bilanciato perché la cosiddetta “ricerca applicata” non esiste .. Senza una ricerca di base, cioè senza una conoscenza e un approfondimento dei meccanismi, dei processi che costituiscono l’andamento di certi fenomeni, senza la comprensione delle leggi, dei principi, che sono alla base del funzionamento dei fenomeni naturali, non ci possono essere sostanzialmente grandi o significative ricadute applicative al di là di qualche scoperta fortuita o di qualche accidente che può occorrere nel campo dell’innovazione. L’innovazione guadagna automaticamente nel momento in cui aumenta ed è intensa e potente la ricerca di base.
Quando ho cominciato ad interessarmi delle questioni che riguardano le ricadute della brevettabilità, in particolare in campo biotecnologico, ho approfondito un po’ la filosofia dei brevetti. Uno dei problemi veri e uno degli equivoci di fondo è che la filosofia sulla base della quale è stata discussa e sono state anche prese delle decisioni a livello di tribunali e di Corte Suprema, sulle questioni relative ai brevetti in campo biotecnologico, in realtà rimane quella pensata per oggetti naturali non viventi. I brevetti sono stati pensati per invenzioni meccaniche dove ci sono anche delle “leggi di natura” in gioco che sono diverse da quelle che funzionano nei sistemi viventi. Non c’è stato un adeguamento della filosofia del brevetto a questi nuovi oggetti naturali. Proprio nei mesi in cui nel 2000 due grandi consorzi hanno presentato il sequenziamento del genoma umano, il Patent Trademark Office (l’Ufficio Brevetti americano) pubblicava un documento estremamente analitico, di una raffinatezza filosofica notevole, dove illustrava in che modo si sarebbero comportati nel momento in cui qualcuno avesse chiesto di brevettare tutto quel che scaturiva dal lavoro di sequenziamento e studio del genoma umano. Questo è stato uno dei momenti in cui il Patent Trademark Office ha fatto più chiarezza, che però non è stata utilizzata.
Studiare l’impatto che i brevetti hanno avuto nell’evoluzione industriale e nel progresso economico mi ha impressionato. C’è stato qualche difetto, qualche problema, qualche inconveniente, qualche monopolio ma siccome non viviamo in un mondo perfetto e il migliore dei mondi possibili non esiste, cerchiamo di usare questo sistema. Che avrà pure dei difetti, ma l’alternativa che eventualmente si vorrebbe applicare, cioè vietare questo, dove è stato fatto non ha portato a buoni risultati. Questa è la ragione che mi ha cominciato a far cambiare un po’ idea su questo punto. Se non ci fosse stato il Bayh-Dole Act del 1980 non ci sarebbero stati gli sviluppi tecnologici della ricerca in ambito della genetica molecolare, soprattutto i processi di meccanizzazione di sequenziamenti, di analisi di dati etc.. Ossia tutto l’apparato che ha avuto tra le sue conseguenze un abbattimento dei costi per sequenziare il genoma umano. Tra qualche anno anche chi non ha un reddito esorbitante potrà farsi sequenziare il proprio genoma e il sequenziamento del genoma individuale diventerà uno strumento clinico importante e di routine, come già si afferma in alcune pubblicazioni cliniche.
Senza la competizione che qualcuno ha messo in atto per arricchirsi, mi domando se le grandi università avrebbero potuto avere strumenti e mezzi e poi ovviamente collaborare con le imprese private che poi portato a una ricaduta oggettiva in termini di abbattimento dei costi di qualcosa che ad altri è costato miliardi di dollari e che adesso è a disposizione di larga parte dei cittadini e presto a disposizione di tutti.
L’università deve mantenere le sue caratteristiche, cosa che non può fare la ricerca industriale perché non è un’attività filantropica: non può dedicare più di quanto non sia atteso dai suoi investitori, in termini di profitto, alla ricerca di base. Il potenziale straordinario della ricerca universitaria e pubblica sta nella ricerca di base e nel fatto che può essere davvero libera, nondimeno senza escludersi anche la possibilità che ne derivino delle ricadute o delle possibili applicazioni da cui il pubblico può trarre qualche profitto. Stanford, Harvard e altre università non si sono impoverite facendo brevetti. Al contrario si sono arricchite. Cerchiamo di utilizzare e non lasciare ai privati delle strategie, delle opportunità che sono per tutti. Dovremmo però anche essere consapevoli del fatto che queste opportunità ci vengono solo se potenziamo la ricerca di base e se diamo davvero e rendiamo davvero pubblico tutto quello che è pubblico, senza doverci inventare brevetti che non sono compatibili con il principio di utilità qui e ora che deve prima di tutto essere adottato. Io non difendo un’idea di commercializzazione del sapere di base, bensì sto difendendo il pragmatismo.
Si parla anche della prospettiva che si può aprire attraverso le strategie fondate sull’Open Access[1] , cioè di abbandonare l’impostazione che prevede l’uso dei brevetti, che ha contribuito al contesto della democrazia liberale e dei sistemi capitalistici al progresso, quindi al miglioramento delle società umane. Io penso di no. Si può discutere eventualmente se l’Open Access può essere competitivo.
[1] Il termine Open Access (in italiano, Accesso aperto) esprime, nella sua accezione più ampia la libera disponibilità online di contenuti digitali, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Open_access

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.