Esiste la necessità di un compenso economico da parte degli inventori?

John Sulston

di John Sulston

 

Biologo, Premio Nobel per la Medicina 2002

L’Open Access ha fatto grandi passi avanti, in particolare grazie a Harold Varmus negli Stati Uniti e a Mark Walport per il Wellcome Trust nel Regno Unito. Penso che la pratica abbia cominciato a radicarsi, fino a incorporare alcuni elementi da (qui) citati: in entrambi questi Paesi si chiede agli scienziati finanziati da enti statali (come gli istituti sanitari nazionali degli Stati Uniti e i consigli di ricerca britannici) o benefici (come il Wellcome Trust) di garantire che i loro lavori siano consultabili liberamente. Chiaramente il processo è graduale e sono molte le resistenze da parte degli editori. Si pensi a Elsevier, che ha grosse entrate dalle pubblicazioni e ha protestato a gran voce. Ma devo dire, con una punta di imbarazzo, che molte organizzazioni di scienziati, tra cui anche la Royal Society, cui appartengo, si sono opposte. Al consiglio della Royal Society ho espresso con fermezza il mio punto di vista, e cioè che l’organizzazione avrebbe dovuto rendere le proprie riviste liberamente consultabili. Poiché però così facendo avrebbero rinunciato a entrate per un valore di due milioni di sterline l’anno, mi hanno risposto: “No, questo denaro è troppo importante per noi”. Questo semplicemente per dire che la strada è lunga e accidentata, ma stiamo procedendo nel verso giusto.

Più in generale, credo sia importante sottolineare che occorre agire caso per caso. John (Harris) ci ha parlato delle difficoltà che presenta la pubblicazione di scoperte che possono avere un duplice utilizzo: uno positivo (protezione) e uno negativo (terrorismo). Come agire in quel caso? Occorre discutere e valutare questioni del genere, e ovviamente l’intervento di John è stato molto valido.

Si è parlato anche di studi clinici. So che è una questione spinosa in Europa. Le aziende farmaceutiche cercano ancora di ostacolare la pubblicità degli studi clinici. Chiunque voglia saperne di più può leggere Ben Goldacre, che ha scritto una serie di libri sul tema. Dovremo darci da fare in tutti i modi, perché moltissimi sono gli interessi di chi vuole far sì che i dati rimangano privati per una ragione o per l’altra, per denaro o per nascondere realtà spiacevoli. A mio avviso, l’obiettivo che deve spingerci ad andare avanti (oltre, ovviamente, alla comunicazione dei risultati scientifici) è soprattutto quello di realizzare un mondo più equo.

Per motivi di tempo, nel mio intervento mi sono concentrato sulle questioni economiche legate al finanziamento della scienza, ma anche raggiungere una maggiore equità è cruciale. Attualmente quello che stiamo accrescendo è la diseguaglianza: ci sono persone – i casi più noti sono quelli di banchieri – che percepiscono salari altissimi, mentre altri loro connazionali muoiono di fame. Succede in tutta Europa. Dobbiamo raggiungere una maggiore equità all’interno dell’Europa, all’interno dei singoli paesi e tra i diversi Stati del mondo. L’Open Access non è la panacea di tutti i mali, ma il minimo che possiamo fare è spingere affinché il sapere sia accessibile a tutti, dunque credo sia molto importante proseguire in questa direzione.

Vorrei tornare su un punto espresso poc’anzi, cioè la necessità di un compenso economico da parte degli inventori. È chiaro che, in termini di legge, si è raggiunto un certo equilibrio: si parla di diritti di proprietà intellettuale, anche se sappiamo che non si tratta affatto di diritti. Si dovrebbe trattare di un contratto con la società, e tendiamo a dimenticarlo. Quello che mi preme dire è che la legge parla sia di etica che di aspetti pratici, che sono due cose piuttosto distinte.

Myriad costituisce un ottimo esempio: si è assicurata tutti i diritti di brevetto sui geni BRCA1 e BRCA2 negli Stati Uniti. Non ha fatto altrettanto nel Regno Unito, perché lì vigono “eguali diritti” su BRCA1 e BRCA2, il cui sequenziamento è stato effettuato nel mio laboratorio. I miei colleghi hanno richiesto dei brevetti; io ero contrario, ma ora sono felice che l’abbiano fatto. I brevetti in questo caso hanno una funzione “difensiva”; nessuno ne ha mai tratto profitto né intende farlo. Il loro scopo è soltanto quello di impedire a Myriad di scavalcarci. Le licenze sono gratuite nel Regno Unito e credo ciò dimostri che nessuno doveva trarre profitto da quei geni. Sarebbero stati scoperti in ogni caso. Se Myriad non fosse esistita, sarebbero stati scoperti nello stesso momento. Myriad, i cui avvocati sono ovviamente molto bravi, ha approfittato di una legge che dà una lettura erronea delle scoperte scientifiche.

Forse generalizzerò, ma stando alla mia esperienza e a quella delle persone che conosco, la motivazione principale di chi opera in ambito scientifico, soprattutto nel campo della ricerca biomedica, è fare del bene. Certo, occorre del denaro per fare ricerca, ma non servono soldi a palate a titolo di premio personale. Di nuovo, si sono verificati abusi, specie da parte di grandi aziende. Un ultimo punto che ho toccato ieri riguardava gli argomenti avanzati da multinazionali come Big Pharma, secondo cui il ritorno economico è necessario a fare ricerca. Come mai, allora, soltanto il 15% dei loro utili è reinvestito nella ricerca? A mio avviso questo dimostra che non servono introiti elevatissimi; dimostra che, purtroppo, le norme in materia di brevetti sono state utilizzate non per apportare benefici all’umanità, ma per arricchire i furbi e gli spregiudicati.

Non contesto l’intero sistema dei brevetti, ma rilevo una mancanza di equilibrio. Come ho detto ieri, penso che questo squilibrio esista soprattutto nelle scienze biologiche, dove è possibile ottenere somme gonfiate. Ripeto: osservo una mancanza di equilibrio; non auspico la distruzione di tutto il sistema. Credo che lo squilibrio sia molto deleterio per la società per i motivi che ho spiegato ieri, ovvero le limitazioni nell’accesso alle medicine, gli ostacoli al progresso e via dicendo.

Per quanto riguarda la sentenza della Corte Suprema, sono felice di quanto si è detto sul DNA. Penso fosse sbagliato escludere il cDNA, che è una copia della copia del gene. Quando un gene viene espresso produce una copia detta RNA, e quando l’RNA è utilizzato per la ricerca può essere convertito in una sua copia che è detta cDNA. Il punto da cui secondo me non si può sfuggire è che le informazioni rimangono le stesse, che si trovino nel DNA o nell’espressione del gene. Questo è l’argomento che abbiamo avanzato. Ecco perché nella sentenza originaria il giudice Sweet ha rifiutato quei brevetti, essendo d’accordo con chi di noi suggeriva che quelle informazioni dovessero essere gestite a un livello diverso. Penso che ci troveremo in una situazione ben più felice se sapremo fare passi avanti rispetto a questa sentenza della Corte Suprema e far sì che siano pronunciate altre sentenze in cui quel cavillo non compare. Spero sinceramente che sia più chiaro a tutti che non sono un rivoluzionario. Mi pare soltanto che il sistema nel suo complesso sia squilibrato.

Devo insistere. Non è mio desiderio che si faccia tabula rasa dell’intero sistema corrente. È un trucco retorico dire che se critico in qualche modo il sistema dei brevetti sono un comunista. Non è corretto. Ho detto soltanto che i brevetti hanno dei limiti: sappiamo che i requisiti sono l’originalità, l’utilità e l’applicabilità. Sono nozioni di base. Il problema sta nell’interpretazione di questo linguaggio di alto livello.

Concordo pienamente con i commenti circa la ricerca pura e ho trovato eccellenti le parole di Paolo (Bianco) su questo argomento. A mio modo di vedere, tutti gli articoli e i risultati scientifici del passato costituiscono il terreno fertile di un giardino in cui crescono nuove piante. È questo il principio fondamentale della scienza e della società. Quanto ai brevetti, sono assolutamente d’accordo: è una questione che in parte distrae dal vero tema. Ci sono molti casi – vi ci sarete senz’altro imbattuti nei vostri studi – di Paesi che hanno funzionato benissimo senza alcun sistema di brevetti. La Danimarca, credo, ha vissuto un periodo simile. Non sono un esperto, ma penso che questo vastissimo sistema di brevetti sia un sintomo più che un motore di prosperità.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.