Cos’è la scienza e a chi serve?

terraplanetaeluac11f2.jpg
Lucio Piccirillo

di Lucio Piccirillo, Professore di Tecnologie radioastronomiche, Università di Manchester, all’incontro preparatorio al Terzo Incontro del Congresso Mondiale per la libertà di ricerca scientifica


Cercherò di essere il più breve e avvincente possibile. Inizierò con un aneddoto: stamattina ho dovuto prendere un aereo da Manchester. Era prestissimo – grazie all’associazione! – e la partenza era prevista per le 4 e 30. Mi sono alzato cercando di non svegliare nessuno, poi ho trovato mia moglie davanti alla porta e mi ha detto: “Dove pensi di andare?”. Ho risposto: “Ops, mi sono dimenticato di dirti che parto per Bruxelles!”, al che lei ha detto: “Dove pensi di andare vestito così?”. Indossavo un paio di jeans e un maglione. Come potete vedere l’ha avuta vinta lei. Nel Regno Unito, dove normalmente lavoro, quando uno si mette la cravatta tutti pensano che debba andare a chiedere soldi. Quando metto la cravatta, di solito è per chiedere soldi al governo. Questa è forse la prima volta che indosso una cravatta senza dover chiedere soldi – non direttamente, se non altro. Una volta salito sul taxi, mi sono detto: “Okay, ora puoi rilassarti”, e ho cominciato a pensare alle bellissime domande che ci poniamo in questa sessione.

 

La prima è: cos’è la scienza e a chi serve? C’è poi il problema degli ostacoli scientifici. Ci sono molti punti interessantissimi. Devo dirvi che ho passato un paio di giorni a parlare con i miei colleghi. Quindi vi riporto un riassunto dei punti di vista e delle opinioni di una precisa comunità – quella dei fisici, e più precisamente degli astronomi – su questi interrogativi. Si potrebbe pensare che gli astronomi abbiano molto poco a che fare con la scienza medica e la biologia. Possiamo discutere a lungo di quanto questo sia vero o meno, se volete. Il mio primo contributo a questo incontro è il seguente: forse potremmo estendere il concetto di libertà a tutte le discipline scientifiche, senza limitarlo a quella medica. So che la disciplina medica è particolarmente significativa sul piano etico, ma ci sono aspetti importanti anche in altre scienze. Pensate ad esempio all’energia: pensate alla fisica nucleare, che qualcuno ha già citato; pensate alle tecnologie della comunicazione. Ci sono molti altri esempi. Questo è un mio piccolo suggerimento.

Un’altra cosa che volevo dire è che riflettendo e parlando con i miei colleghi di libertà della scienza, sono emerse due pulsioni principali. Guardiamo alla scienza come a un modo per migliorare la nostra qualità della vita: pensate alla tecnologia. C’è però anche un’altra scuola di pensiero ovvero che la scienza sia “cibo per la mente”. Questa espressione non è mia! Uno dei fisici con cui ho parlato mi ha detto: “Vorremmo che riportassi questo concetto: cibo per la mente”. Qui arte e scienza potrebbero convergere.

C’è un ulteriore concetto – mi limito a riportare alcune idee – che trovo piuttosto interessante. Io credo che attraverso la scienza e la tecnologia stiamo cambiando il corso dell’evoluzione. Migliorare la qualità della vita significa aumentare l’aspettativa di vita. Abbiamo quindi prodotto una classe di persone, dai cinquant’anni in su, che duecento anni fa non sarebbero potute esistere e che oggi hanno questa opportunità. Io, all’età di cinquant’anni, ho una figlia di tre mesi (è la prima volta che parlo di mia figlia in pubblico) che rappresenta un fantastico traguardo in termini di scienza e tecnologia. Duecento anni fa è probabile che non avrei raggiunto i cinquant’anni: sarei morto per un’infezione o qualcosa del genere. Emma è molto grata di tutto questo.

Vorrei citare un altro strano concetto. Sono uno scienziato quindi devo parlare in modo strano. Parlerò di caos. Immaginate un sistema, un bicchiere d’acqua o qualsiasi altra cosa, un sistema fatto di particelle e altri componenti. Diciamo che questo sistema è in uno stato caotico se non siamo in grado di prevedere matematicamente quanto accadrà. La sola cosa che ci dice la scienza è che questo sistema emerge dal caos.

Vorrei dire una cosa a proposito della vita. Direi che la vita emerge dal caos, ma non sono un esperto. Sono però un esperto di cose più semplici, come i sistemi meccanici. Costruisco strumenti scientifici. Giorni fa ero ospite a casa di una mia collega astronoma, che ha un bellissimo robottino che pulisce i pavimenti da solo. Lo si mette al centro della stanza e inizia a pulire il pavimento. Le ho chiesto se il robot avesse una mappa di casa e lei mi ha risposto di no: il robot funzionava automaticamente. Ho iniziato a pensare che il solo meccanismo attraverso il quale il robot poteva pulire l’intero pavimento era un processo di randomizzazione. La randomizzazione, quindi, serve a creare qualcosa di nuovo.

Sono un cosmologo e so che il nostro universo ha a che fare con il caos primordiale; ha un legame intimo con il caos.

Perché vi sto parlando del caos? Perché a mio parere il caos è legato alla libertà di ricerca scientifica. Immaginate di trovarvi in un enorme labirinto pieno di meandri, con tesori piccoli e grandi ben nascosti. Pensereste immediatamente: “Okay, iniziamo a esplorare questo posto”. Il labirinto è però vastissimo, per cui ci occorre una strategia. All’inizio potrebbe venirvi in mente di adottare una strategia sistematica. Però, se faceste alcune valutazioni matematiche, vedreste che il tempo e le risorse a vostra disposizione sono limitate e capireste che il miglior approccio è una strategia casuale. Iniziate quindi a esplorare il labirinto in modo randomizzato.

Cosa c’entra tutto questo con la ricerca di base? A mio avviso questa è l’essenza della ricerca di base. Da qualche parte c’è un tesoro nascosto, e la ricerca di base, in un modo che in un certo senso si può definire “randomizzato”, è la miglior strategia per trovare quel tesoro. Alla ricerca di base serve il caos? Be’, questo sarebbe troppo. Sappiamo però con certezza che perché emergano cose complesse – in questo caso, grandi tesori – serve quello che chiamiamo un “approccio di serendipità”.

La ricerca di base non può rifarsi a modelli politici o economici. In sostanza ci sono due approcci. Immaginate di avere un numero limitato di risorse. Avete due opzioni: o individuate un numero ridotto di grandi campi e investite su di essi una grande quantità di denaro – dicendovi: “Se investo nella nanotecnologia risolverò tutti i problemi della razza umana” – o distribuite le vostre risorse per un gran numero di discipline. Non so quale sia l’opzione migliore, ma sospetto che investire moltissime risorse in pochi campi non sia la strategia ottimale per trovare quei tesori. È qui che la politica assume un ruolo dominante, e questo è un punto su cui sono fondamentalmente ignorante.

L’ultimo punto che voglio sollevare riguarda l’arte e la scienza, il “cibo per la mente” che ho già citato. Da scienziato, posso dirvi che più si studia la scienza e più si scopre che la natura è intelligente, elegante, sottile, bella. Dico sempre che mi fa impressione essere pagato per fare cose che mi piace fare. Sono certo che tutti gli scienziati qui presenti siano d’accordo con me. Fare scoperte provoca un enorme piacere. È come creare qualcosa di nuovo. È quindi chiaro il nesso tra arte e scienza. Un breve accenno a questo tema sarebbe fantastico.

Ho due osservazioni da fare sugli interventi dei miei colleghi a proposito di brevetti e brevettabilità. Prima di tutto non so se avete fatto una distinzione tra il caso di istituzioni private e quello di istituzioni pubbliche. A mio parere c’è un’enorme differenza. In secondo luogo, un punto che per me è importantissimo: chi è il titolare della proprietà intellettuale? Si suppone, infatti, che se si inventa qualcosa, si possa vantare su di essa una proprietà intellettuale. Io credo che non sia così semplice. Mi soffermerò brevemente su questa questione. Immaginiamo una ricerca condotta in un’azienda privata da un ricercatore dell’università pubblica. I contribuenti hanno dato il proprio apporto, per mezzo delle tasse, alla preparazione del ricercatore. Questi utilizza ricerche disponibili gratuitamente e un laboratorio. In un’azienda privata quel laboratorio è finanziato, probabilmente, con fondi privati, ma in un’università sono i contribuenti a finanziare la costruzione del laboratorio. Perché dico questo? Nell’università per cui lavoro, la proprietà intellettuale del mio lavoro non spetta a me. Se invento qualcosa, quel qualcosa appartiene all’università. È un meccanismo molto comune, in verità. L’unica scelta che ho, se mi viene un’idea potenzialmente brevettabile, è se agire in modo etico o meno. In altri termini, sta a me decidere se scrivere un articolo e farlo leggere a tutti o rivolgermi all’università per vedere se accettano di brevettare la mia idea e ottenere, ad esempio, il 10% sui ricavi.

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.