Per chi e cos’è la scienza

Niccolò Rinaldi

di Niccolò Rinaldi

 

Deputato al Parlamento europeo, Italia

Ho cercato di seguire quasi tutti gli interventi che ci sono stati fino a oggi. Da politico e non da scienziato vi lancio questo paradosso, che è venuto fuori spesso oggi, anche quest’ultima citazione di Lippmann[1]: da una parte abbiamo un rapporto con la scienza che è quotidiano, costante in quasi ogni azione della nostra vita domestica o professionale. Qualcuno prima, Boggio o Ballabeni, ha citato Corbellini quando dice: la scienza è il sale della democrazia, la scienza è quella che rende l’uomo capace di essere autonomo, di essere un soggetto pensante, di essere padrone delle sue azioni. Non sono mica affermazioni da poco! Quasi che si debba rovesciare il termine del problema, non dobbiamo garantire la libertà della scienza ma è la scienza che permette la libertà: senza libertà non c’è scienza, ma senza scienza non abbiamo libertà. Forse dovremo quasi riaffrontare il problema in questi termini. Dall’altra parte credo che i nostri cittadini – anche quel laboratorio politico europeo, quel laboratorio sociale europeo che dovrebbe essere una società intellettualmente avanzata, con un livello di cultura alto – hanno un rapporto molto scarso in termini consapevoli con la scienza.

Questo è un paradosso che si può spingere anche oltre. Ci sono una serie di temi: cambiamenti climatici, deterioramento della qualità della vita nelle grandi aree metropolitane, sicurezza alimentare, diffusione di alcune malattie che molti cittadini e anche molti media, imputano come responsabilità al mondo della scienza. Se queste cose accadono è perché c’è il progresso tecnologico. In realtà è la scienza che può portare delle soluzioni a ciascuno di questi problemi. Il tutto in una sorta di scollamento. Cerco qui di fare un po’ da provocatore nell’interrompere le vostre relazioni scientifiche. Sicuramente c’è uno scollamento tra il mondo della politica e il mondo della comunità scientifica.

Ringrazio ancora una volta Oreste Rossi di essere stato fino adesso partecipe dei nostri lavoratori, ma in genere questo è un Parlamento che ospita di tutto, ogni genere di eventi, ogni tipo di categorie professionali o sociali sono costantemente al centro dell’attenzione di questo Parlamento, nelle varie Commissioni parlamentari, mentre la comunità scientifica è probabilmente quella che entra meno in queste sale. Quindi sono molto contento di aver co-organizzato con Marco questo evento preparatorio: proprio perché permette a queste sale, per una volta, di respirare un po’ di afflato scientifico. Come detto, ciò non è così frequente anche perché pochi politici hanno una preparazione scientifica, hanno un background scientifico, perché tutto ciò che attiene la ricerca scientifica non può essere trattato in modo sintetico, superficiale, con una battuta e via: ha bisogno di un approfondimento, di una particolare attenzione.

Inoltre la politica tende a occuparsi di quello che arriva dalla società ossia di quello che gli elettori o il consenso elettorale – la macchina del consenso elettorale – chiede e tutto sommato i problemi della scienza vengono dopo altre questioni nel mercato delle questioni politiche.

Poi c’è sicuramente uno scollamento tra il mondo dei media e la scienza. Rispetto all’importanza primordiale di tutte queste questioni, ripeto, nella nostra vita quotidiana i nostri media li trattano, quando va bene, nel supplemento scientifico del giornale o nella trasmissione televisiva specializzata che sono quelle cose che i pochi interessati si tengono lì per leggere; gli altri li mettono da parte per non leggerli, in una sorta di giardino zoologico. Probabilmente non si è ancora sviluppata nella professionalità della comunicazione quel tipo di tecnica, anche di divulgazione, che possa fare capire non soltanto quell’aspetto a volte addirittura esoterico, fantastico, straordinario, curioso che scoperte o annunci possono lasciare intravedere, bensì l’importanza strutturale come elemento dominante della nostra democrazia, della libertà e della ricerca della scienza. Probabilmente questo scollamento è alla base anche degli altri, tra cittadino e scienza.

Se si dovessero fare degli indici come quelli che abbiamo visto prima non sulla libertà ma sulla priorità dell’importanza della libertà di ricerca della scienza all’interno della nostra società probabilmente molti nostri cittadini metterebbero questi dati dopo molti altri. Nella vulgata lo scienziato è visto quasi come un soggetto a sé, un soggetto che risponde alle sue logiche. Così come a volte ho quasi la percezione che si dica “è la scienza” in modo impersonale come quando si dice “piove”, come qualcosa di terzo, qualcosa che non appartiene in realtà al nostro ambito culturale e a quello che è un mondo condiviso.

Abbiamo ringraziato tante persone, sta a me adesso ringraziare Marco Cappato e Filomena Gallo e tutta l’Associazione Luca Coscioni perché non credo esistano altre associazioni che fanno proprio questo lavoro di cui c’è un maledetto bisogno nella nostra società, vale a dire di mettere insieme comunità scientifica – che naturalmente ha anche suoi riflessi autoreferenziali nel chiudersi all’interno del proprio mondo accademico o altro – politica e cittadini, di mettere questi ambiti insieme per cercare invece di cambiare questi dati che secondo me sono dati culturali con i quali dobbiamo fare i conti. Alcuni temi che secondo me possono essere di interesse per il congresso che si terrà a Roma ma che sicuramente sono dibattuti qua dentro e sono le poche occasioni in cui ci si confronta in modo più sistematico con gli aspetti scientifici.

L’abbiamo sentito dal commissario Borg, l’abbiamo sentito dalla direttrice Generale Coggi, cioè non scienza è scienza, ma scienza abbinata a quelle che sono quasi tutte le politiche dell’Unione Europea: scienza è protezione del consumatore, scienza è ambiente, scienza è sanità pubblica. Ma la lista è molto lunga.

Mi occupo di commercio internazionale e gli aspetti della cooperazione scientifica del trasferimento delle competenze scientifiche ai Paesi del Sud del mondo come forma nuova, nuova frontiera di cooperazione allo sviluppo è sicuramente qualcosa che non è abbastanza seguito, ma è di grande importanza. Così come nei negoziati, nei tanti negoziati – ne abbiamo otto attualmente in corso – per trattati di libero scambio tra Unione Europea e altri Paesi, alcuni dei quali – Giappone, India, Singapore, Canada, Corea del Sud – con un’alta capacità di ricerca scientifica.

Le forme di cooperazione di ricerca devono rappresentare – in parte lo sono, ma probabilmente non sufficientemente – un elemento protagonista di questi negoziati. Forse sarebbe utile una sorta di mappatura delle politiche integrate tra scienza e diversi ambiti settoriali in cui la prima è destinata a occupare un ruolo di cui magari non tutti siamo consapevoli.

Altro aspetto, ne avete già parlato ma risuona ogni tanto anche qui al Parlamento europeo: la questione di questo bene comune della libertà della scienza che sembrava quasi un dato acquisito e che invece di fatto è rimesso in discussione per questioni a volte ideologiche, altre volte religiose. Anche qua la mia percezione è che in realtà dal basso, per così dire, cioè da un comune sentire della cittadinanza non viene mai rimessa in discussione la libertà della ricerca scientifica, non ci sono cittadini, comitati di cittadini, persone singole che scrivono come su tante altre questioni dicendo “bisogna stare attenti”. Sono sempre altri poteri, per così dire, o altri gruppi di interessi, o altre gerarchie che intervengono: insomma una minaccia che arriva dall’alto non dal basso.

Un aspetto sul quale invito comunque a riflettere, unico elemento su cui si vede un’attenzione popolare diffusa che interferisce sulla libertà della scienza, è il tema della vivisezione, dove tutta una battaglia su abusi della vivisezione o eccesso, naturalmente, di sperimentazione sull’animale può avere una conseguenza sulla ricerca, ma tocca delle corde che nel comune sentire di molti cittadini sono corde sensibili.

Sul tema della proprietà intellettuale e della difesa della proprietà intellettuale ci sono battaglie molto dure in vari ambiti: protezione del consumo e questioni giuridiche; la protezione dei consumatori; mercato interno; commercio internazionale, dove di fatto abbiamo due posizioni ossia una di una protezione intellettuale della ricerca alta – che è la mia posizione politica, forse anche frutto della mia impostazione ideologica, con delle possibili conseguenze corporativiste, protezionistiche nell’ambito del commercio e di possibile posizione di abuso, quasi, dominante – e invece chi favorisce una protezione intellettuale più leggera che permetta una sorta di tracciabilità del processo di creazione, del processo di invenzione ma favorisca anche la circolazione, quanto più maggiore, la contaminazione di questa ricerca in altri settori, in altri ambiti o in altre sedi.

Infine c’è il tema del finanziamento. Credo le istituzioni abbiano bisogno di indicazioni da parte della comunità scientifica. Vi sono pregi e difetti del finanziamento privato, pregi e difetti del finanziamento pubblico.

Infine, le sfide: quanto è vero che sempre di più il finanziamento, in particolare privato, ma a volte anche pubblico, è ostaggio del commercial impact, di una necessità di avere un ritorno in termini di profitti commerciali in pochi anni, cosa che può veramente limitare in modo serio la ricerca fondamentale, indirizzandola soltanto a quella che può essere rendicontata in termini economici in poco tempo. Anche nel lungo braccio di ferro che c’è stato tra Parlamento e Consiglio sull’adozione del bilancio la questione del finanziamento della ricerca ha giocato un ruolo importante, con impostazioni diverse. Per il Parlamento europeo finanziare in modo ambizioso il programma di ricerca quadro era una questione fondamentale per dare identità e sostenibilità futura alla nostra Unione Europea. Per il Consiglio la visione era probabilmente più a corto raggio. La vita non è facile! Ci sono sempre temi che devono essere sviscerati.

Pensavo alle parole di Pico della Mirandola, che mi auguro conosciate tutti: si tratta di un umanista fiorentino del ‘400, che in una bellissima opera, “Il discorso sulla dignità dell’uomo”, Oratio de hominis dignitate, per me riassume i termini di questa sfida. In questo dialogo Dio si rivolge ad Adamo e gli dice: “Non ti ho dato né volto né luogo che ti sia proprio, né doni che ti siano particolari, affinché tu, uomo, i tuoi tratti, il tuo ambiente e i tuoi attributi” – e qui crea proprio una sequenza precisa – “tu li scelga, li conquisti e li possieda”, cioè a significare la sostenibilità della conquista, da solo. Prosegue: “La natura racchiude altre specie da me definite, ma tu, uomo, ti definisci da te stesso. Non ti ho fatto né mortale né immortale, né celeste, né terrestre affinché come uno scultore o un bravo pittore tu possa plasmare da solo la tua immagine. Allora potrai degenerare nelle creature inferiori oppure in base alla tua volontà accedere a quelle divine”. Questo è lo spirito umanista e quindi proto-rinascimentale che un intellettuale come Pico della Mirandola aveva evidenziato nel ‘400, ma credo che alla fine siamo ancora alle prese con questa tensione. Abbiamo in sede politica e in sede di ricerca la possibilità del tutto e abbiamo naturalmente la possibilità della rinuncia e questo in gran parte dipende da noi.

 

 



[1]Walter Lippmann, citato da Giuseppe Testa

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.