I diritti del malato e il servizio “di consulenza etica”

L’Unità
Maurizio Mori

Il gruppo nazionale di etica clinica e consulenza etica  in ambito sanitario presenterà oggi 27 marzo 2014, alla sala delle colonne il “documento di Trento” che esplicita le ragioni teoriche a sostegno della proposta di istituire i servizi di «consulenza etica al letto del malato».

Tutti sappiamo che la sempre più diffusa consapevolezza del pluralismo morale porta le persone a pretendere il rispetto dei propri valori etici, e che quest’aspetto fa emergere con forza come l’etica sia componente essenziale e intrinseca alla pratica clinica. Fino a pochi anni fa l’omogeneità del contesto socio-culturale garantiva una sostanziale sintonia di valori tra medico e paziente ponendo in ombra l’aspetto etico. Oggi questa base comune non è più scontata, e gli operatori sanitari devono affrontare i problemi morali presenti nella pratica clinica. Avendo una formazione scientifica focalizzata sulle tecnicalità, incontrano tuttavia notevoli difficoltà a svolgere questo compito. Di qui l’idea di un servizio di «consulenza etica» che fornisca loro un ausilio. Ecco l’idea centrale del documento di Trento, che a prima vista sembra ovvia e innocente.

Ma lo è davvero? Per stabilirlo è opportuno vedere che cosa si intende con «consulenza etica». ll documento la presenta come «una consulenza specialistica analoga alle altre consulenze svolte in ambito ospedaliero», con la sola particolarità di «una più attenta e mirata opera di relazione e dialogo.. Questo significa che quella etica non è altro che una consulenza specialistica analoga per esempio a quella ortopedica, richiesta quando di fronte a diversi tipi di protesi si tratta di scegliere quello più adatto al caso particolare. Così nell’etica clinica la specifica competenza del consulente consisterebbe in una maggior attenzione al dialogo col paziente, che consentirebbe di trovare la soluzione più adatta. Tuttavia, l’analogia proposta non regge, perché in ortopedia la consulenza serve per individuare il miglior mezzo per conseguire il fine condiviso (la migliore mobilità), mentre nell’etica la consulenza non pub dare per scontata la condivisione del fine: anzi, l’interesse per l’etica nasce dal fatto che nelle nostra società ci sono fini diversi e anche opposti, che è compito dell’eticista esplicitare. ll documento di Trento fraintende e svilisce il ruolo e il compito dell’etica, che invece di essere riflessione sui fini (valori) viene ridotta e declassata a mero mezzo «relazionale e dialogico» per conseguire fini che si presumono condivisi.

Proponendo la consulenza etica come consulenza specialistica analoga alle altre, il documento di Trento cerca di far passare una concezione antica e obsoleta dell’etica che trascura il pluralismo etico caratteristico delle moderne società contemporanee e secolarizzate. Per far emergere la centralita della diversità dei valori morali, si consideri un solo esempio: supponiamo che un Mario Monicelli chieda con convinzione l’eutanasia attiva: che fa il «consulente etico»? Si limita a prenderne atto e suggerisce al medico che deve acconsentire alla richiesta, o la sua competenza in «relazione e dialogo» viene usata per cercare di farlo desistere dalla richiesta? Quando il dr. Mario Riccio ha dialogato con Piergiorgio Welby per chiedergli il consenso di staccare il respiratore, questi gli ha subito risposto che non voleva l’ennesimo «dialogo» (o predicozzo) teso a farlo «riflettere ancora»! Esempi del genere sono migliaia, e mostrano che il consulente etico come specialista o è superfluo o diventa il surrogato del prete, o forse dello psicologo e dell’assistente sociale. Essendo sprovvisto di solidi argomenti, il documento di Trento sostiene la proposta osservando che la figura del consulente etico è già diffusa all’estero (Stati Uniti).

Ma solo un eccesso di esterofilia pub portare a far credere che basti la trasposizione meccanica di esperimenti in corso in condizioni sociali così diverse per renderle adatte al nostro Paese. Anche negli Usa, comunque, la consulenza etica suscita parecchi dubbi e perplessità, e forse può avere un ruolo negli ospedali delle grandi confessioni religiose (cattolici, ebrei, ecc.) in cui c’è una certa omogeneità di valori ma non in altri contesti. Ciò conferma l’idea che il vero compito assegnato al «consulente etico» è quello di riaffermare i «valori condivisi» (quelli cattolici romani) contro il crescente pluralismo etico. Per assicurare questo risultato il documento opta per il «modello del singolo consulente» rispetto a quello del «gruppo di consulenti»: in quest’ultimo caso potrebbe riaffiorare il pluralismo etico, per cui è bene addurre generiche «ragioni di praticabilità e sostenibilità» a sostegno del consulente fidato. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.