Fecondazione assistita, non servono i polveroni

L’Unità
Carlo Flamigni

Dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane una campagna dei giornali cattolici contro le tecniche di fecondazione assistita, rivolta a creare un po’ di polverone in vista delle prossime decisioni della Corte Costituzionale, chiamata a decidere sulle donazioni di gameti e sulle indagini genetiche sugli embrioni.

In un articolo uscito il 30 gennaio su Avvenire, l’enfasi è tutta sul fatto che il mondo laico si illude pensando che qualche sentenza della magistratura favorevole alle indagini preimpianto possa avere qualche significato ai fini del riconoscimento della liceità di queste tecniche. Posso essere d’accordo, ma temo che l’analisi, come al solito, sia parziale e superficiale. Faccio riferimento a una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (seconda sessione, sentenza resa il 28 agosto 2012 in merito al ricorso «Costa e Pavan contro Italia.) diventata definitiva dopo che è stato respinto il ricorso presentato dal governo Italiano. La questione era stata proposta da due cittadini italiani, entrambi fertili ma entrambi portatori sani di fibrosi cistica, una malattia che in questi casi si esprime come tale nel 25% dei figli, che lamentavano di non poter accedere alle tecniche di Pma e quindi alle diagnosi genetiche preimpianto in Italia. La sentenza stabilisce che la legge 40 viola l’articolo 8 della Cedu che sancisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare di ciascun cittadino ed esclude ogni ingerenza dell’autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza non sia espressamente prevista dalla legge come misura necessaria, in una società democratica, a proteggere la salute, la morale, i diritti e le libertà degli altri cittadini. Esiste dunque, secondo la Cedu un difetto di coerenza nel sistema legislativo italiano riconducibile all’esistenza di norme che se da un lato vietano, in casi come questo, di trasferire i soli embrioni sani e non portatori di anomalie genetiche, selezionati dopo un accertamento diagnostico, dall’altro autorizzano ad abortire un feto affetto da quella stessa forma di patologia. Questa evidente incoerenza fa si che l’ingerenza nel diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare debba essere considerata sproporzionata e non necessaria al raggiungimento degli scopi di tutela della morale, dei diritti e delle libertà di tutti. L’Italia viene dunque trovata colpevole di irragionevolezza, un giudizio basato sul riscontro di gravi incoerenze nelle varie disposizioni del suo ordinamento giuridico e la sentenza assume quella incoerenza come indice negativo dell’ingerenza dello stato nell’esercizio dei diritti dei cittadini, un indice definito come sconsiderato e improprio. E interessante ricordare che lo Stato italiano aveva fatto ricorso in quanto le vie interne alle quali la coppia aveva teoricamente accesso non erano state esaurite, e ci è stato spiegato come e perché questo ricorso sia stato dichiarato irricevibile dalla Grande Chambre. E bene anche non lasciar passare sotto silenzio una certa approssimazione dimostrata in alcune parti del documento, come ad esempio in quella che afferma che la legge italiana autorizza l’interruzione delle gravidanze nei casi in cui i feti vengano riscontrati affetti da gravi malattie genetiche o siano evidentemente malformati: ciò in realtà è inesatto, almeno nella teoria, anche se sappiamo tutti che è esattamente quanto accade nella pratica quotidiana. Dell’evoluzione delle interpretazioni in merito al divieto di eseguire indagini genetiche preimpianto ha scritto recentemente Antonio Vallini che ha ricordato come si desse inizialmente per scontato che la selezione preimpiantatoria degli embrioni costituisse un reato, ma che a questa interpretazione si è ben presto sostituita la consapevolezza dell’incompatibilità di questo divieto con gli articoli 3 e 32 della Costituzione. Ribadisco che la ricerca di malattie genetiche ereditarie funziona e come, con un errore inferiore all’1%, basta chiedere ai genetisti per una conferma. Non posso dire la stessa cosa per la ricerca delle aneuploidie, ma so che i gruppi di lavoro che se ne stanno occupando per conto delle Società scientifiche sono ottimisti. La mia opinione è comunque che bisogna aspettare con pazienza e fiducia. L’unica obiezione che ha un senso riguarda il fatto che con le indagini genetiche si distruggono embrioni: solo che la cosa non turba né me né miliardi di altre persone; anzi, a dire il vero, questa sofferenza per il povero embrione mi sa molto di superstizione (non porterà disgrazia?).

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.