Suicidio assistito: è giusto considerarlo un crimine?

Micro Mega
Carlo Troilo

“E’ giusto o no che  la vita nel nostro paese  sia considerata  un dovere invece che  un diritto? E’ giusto che il suicidio, anche se tentato, non sia considerato un crimine e il suicido medicalmente assistito invece sì?”: con questo interrogativo si chiude un magistrale saggio di Umberto Veronesi su “MicroMega”.  Veronesi si pone questo interrogativo partendo dal suicidio di Monicelli e di Lizzani (il figlio di quest’ultimo ha dichiarato che suo padre avrebbe scelto l’eutanasia, se fosse stata legale). 

Nell’incipit del saggio, Veronesi   rileva che la parola eutanasia, a causa di molte vicende –  e in particolare dell’uso di questa parola fatto da Hitler e dai suoi medici – ha assunto “un significato sinistro”, per cui sarebbe opportuno  trovare un altro termine per portare avanti la battaglia per l’autodeterminazione nelle scelte di fine vita. Veronesi non fa una sua proposta, ma ricorda come si attribuiscano al termine “eutanasia” diversi atti legati all’indurre la “buona morte”: il “lasciar morire”, l’aiutare a morire” e il “far morire”, tre atti diversi dal punto di vista giuridico ma non dal punto di vista etico, perché tutti legati alla pietà per un sofferente che ha l’unico desiderio di porre fine il prima possibile al suo dolore. Ciò che cambia nei tre casi è la responsabilità del medico: nei primi due  è di fatto il medico a decidere; nel terzo è il malato, che  chiede non solo la sospensione delle terapie ma della vita stessa. E il medico è in grave difficoltà,  “tanto più in assenza di una legge e persino di un dibattito, come avviene nel nostro paese”.

Veronesi dedica parte del suo saggio ai progressi della medicina e dei vari aspetti della rianimazione; in un buon  reparto di ospedale “diventa difficile morire”. Ci troviamo  di fronte a una “morte tecnicizzata”, il cui esito estremo è la non vita, una condizione inaccettabile, peggiore della morte stessa. Dinanzi a questa invasione della medicina, bisogna dare al morente la possibilità di riappropriarsi della propria fine: “ecco il significato del diritto di morire e del diritto di non soffrire”.

Veronesi conclude ricordando i moti casi di eutanasia clandestina, la fuga verso la Svizzera di chi vuole morire con dignità  ed i molti suicidi la cui causa va cercata anche nel divieto di eutanasia.

 MicroMega pubblica altri due  interessanti contributi sulla eutanasia,

Il primo è quello di Eugenio Reale, che condivide – da credente – molti  punti di vista di Veronesi. Citando Montanelli, Reale sostiene che la Chiesa sbaglia quando vuole “imporre” il proprio messaggio, mente dovrebbe “proporlo”, come  ha fatto Cristo.  Contrario alla eutanasia, Reale conclude   che dobbiamo cercare di “aiutare a morire” un malato con amore, invece di “farlo morire”.

Il secondo è un ampio articolo del medico olandese che nel 2005 ha elaborato, con un gruppo di colleghi, il “protocollo di Groningen” per l’eutanasia neonatale.  Eduard Verhagen riferisce dati di due indagini nazionali, del 2005 e del 2011, da cui risulta che il 60% dei bambini deceduti in età inferiore ai 12 mesi erano morti per la sospensione dei trattamenti  di sostegno vitale e che ogni  anno si verificano  in media in Olanda almeno 15 o 20 casi di eutanasia volontaria.   Verhagen ricorda che di fronte alle  sofferenze atroci di molti neonati ed alla dolorosa impossibilità di procedere legalmente alla eutanasia, richiesta dai genitori,  il suo gruppo decise di stabilire un quadro di norme in base a cui valutare i singoli casi ed assumere la relative decisioni. La notizia di grande interesse fornita da Verhagen è che dopo l’approvazione del protocollo l’eutanasia è diminuita da 15 a 2 casi l’anno. Questo anche perché dal 2007 è stata messa a disposizione gratuitamente a tutte le donne  l’ecografia strutturale alla ventesima settimana, con la  conseguenza che sono aumentati i casi di aborto, soprattutto di feti affetti da spina bifida.  Dunque – conclude Verhagen – non è vero che il protocollo avrebbe  portato ad una “deriva eutanasia”; anzi, ha fatto  diminuire le eutanasie infantili ed aumentare gli aborti terapeutici  . 

Il saggio di Veronesi mi suggerisce due  considerazioni.

La prima riguarda  il suicidio come “eutanasia all’italiana”.   Quasi dieci anni fa mio fratello Michele, malato terminale di leucemia, si suicidò come Monicelli e Lizzani, gettandosi dal quarto piano della sua casa a Roma.  Posso testimoniare, come il figlio di Lizzani, che nemmeno lui lo avrebbe fatto se avesse potuto ottenere l’eutanasia. E ricordo che come lui, in questi dieci anni, circa  diecimila malati terminali  –  ce lo dice l’ISTAT – si sono suicidati e altrettanti hanno tentato il suicidio. Dinanzi a questa “strage degli innocenti” è vergognoso che il potere politico non accetti nemmeno di discutere di eutanasia, iniziando con  l’esame della proposta di legge di iniziativa popolare che la nostra ed altre associazioni hanno presentati in Parlamento.

La seconda riguarda il suggerimento di Veronesi di non usare più la parola “eutanasia”, per i “significati sinistri” che essa ha assunto nel comune sentire e di  cercare un termine diverso.  E lego questa considerazione all’interrogativo iniziale di Veronesi  ( “E’ giusto  che il suicidio, anche se tentato, non sia considerato un crimine e il suicido medicalmente assistito invece sì ?”).  La mia opinione è che non solo non è giusto, ma è un non senso anche dal punto di vista giuridico. Si può essere “complici” o “correi” di un atto se esso costituisce reato, come l’omicidio, non di un atto, come il suicidio, che da secoli non è più sancito penalmente in tutti i paesi civili.  Questa anomalia si basa sull’articolo  580 del codice penale   (Istigazione o aiuto al suicidio), che al primo comma recita: “Chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima”. E’ questa la fattispecie di reato  più prossima alla eutanasia, che non esiste come reato a sé.

Su questo articolo 580, la considerazione principale é che il “Codice Rocco” (dal nome del Guardasigilli dell’epoca, Alfredo Rocco) é stato promulgato 72 anni fa, nel 1940, in pieno regime fascista. Non a caso, con il mutare del comune sentire, numerosissimi articoli sono stati aboliti, sull’onda di “scandali” e di battaglie politiche e civili, durate spesso decenni.   Ricordo, fra i tanti altri, i casi emblematici del “matrimonio  riparatore”, del “delitto d’onore”, del concubinato e dell’adulterio. 

Per queste ragioni, ritengo che la via più rapida per consentire la “morte dignitosa” sia quella di intervenire sull’articolo 580, aggiungendo un comma che dichiari non punibile il medico che aiuta un paziente a morire a due condizioni: 1) che il malato sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, 2) che si tratti di una malattia espressamente prevista dalla legge (e qui la casistica può andare dal caso estremo dei malati terminali fino a situazione più discusse, come l’Alzheimer o altre  malattie mentali).

Una modifica di legge come questa troverebbe la sua base giuridica nell’articolo 32 della Costituzione, la cui lettera  ed il cui spirito (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge…….La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”) sembrano chiaramente tali, de jure condendo, da consentire piuttosto che da vietare  l’eutanasia. Non vi è dunque un ostacolo nella nostra Carta Costituzionale, come vi sarebbe se, ad esempio, si volesse reintrodurre la pena di morte.

Fin dal 2006 ho sostenuto in diversi articoli che  la integrazione del codice penale è  la strada più lineare e meno complessa. Ed ho scoperto, studiando le legge dell’Olanda e del Belgio,  che proprio questa è la soluzione adottata nei due paesi in cui l’eutanasia è stata legalizzata. 

In conclusione, nelle prossime proposte di legge – o nel dibattito parlamentare, se e quando  ci sarà, sulla nostra proposta di legge – dovremmo puntare a questo risultato, dichiarando come nostro obiettivo  non l’eutanasia ma il la “morte dignitosa”, da conseguire attraverso il suicidio assistito. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.