
Vasco Rossi, la più grande rockstar italiana, ha fatto un gesto nobilissimo cedendo i diritti di una delle sue più famose canzoni, “Vivere”, per uno spot a sostegno della campagna “Eutanasia legale” dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Oggi abbiamo il piacere di parlarne con Avy Candeli, direttore creativo del video.
Avy, come vi è venuto in mente di arrivare fino a Vasco?
L’idea del video era nata sulle note di “Stayn’ alive” dei Bee Gees, trasmessa da una radio sul comodino di un malato in ospedale. L’ah ah ah ah del ritornello segue il ritmo del battito cardiaco, e quindi sarebbe sarebbe stato allineato all’elettrocardiogramma vicino al letto del paziente. Solo dopo, semplificando l’idea, abbiamo pensato a “Vivere” di Vasco. Il testo era perfetto, e sapevamo che era un sostenitore delle battaglie dei radicali. Quando Marco Cappato gli ha raccontato l’idea, ci ha subito concesso i diritti.
Parlaci dello spot e della prospettiva di chi i video li pensa e li realizza.
Dopo i video precedenti, con i registi Anton Lucarelli e Federico Ventura e la producer Giulia Bruzzone dello Studio12, volevamo fare uno spot semplice, sobrio, relativamente leggero, sul principio di autodeterminazione. Il primo spot, di 20″, “A.A.A. cerchiamo attori malati terminali”, venne ripreso dai quotidiani e quindi riuscì a raggiungere milioni di italiani, ma ricevette pure molte critiche, i giornali parlarono di annuncio “shock”, anche Roberto Saviano lo rilanciò con le parole di Mina Welby, “orrendo ma necessario”. Fu sicuramente necessario per intercettare le storie commoventi di Gilberto e di Piera, ma non avremmo voluto che risultasse orrendo anche a molti simpatizzanti della causa. Il nostro obiettivo era raccogliere testimonianze forti, capaci di raggiungere e sensibilizzare almeno una parte di quel 67% di italiani favorevoli alla legalizzazione dell’eutanasia, per esortarli ad aderire con una firma alla proposta di legge, evitando grandi investimenti in spazi televisivi. Ora, con il contributo di Vasco, speriamo di rendere il tema ancora più popolare. Sarebbe urgente, per molte persone purtroppo riguarda l’attualità. In Francia il dibattito è avviato.
Quest’estate siamo riusciti a raccogliere le firme necessarie per la proposta di legge di iniziativa popolare, a prima firma Mina Welby, per legalizzare l’eutanasia e il testamento biologico. Dal 13 settembre, giorno della consegna delle oltre 67 mila firme, tutto tace. Perché?
Burocrazie vaticane a parte, forse perché la maggior parte dei politici ha paura di esporsi su temi così dolorosi, sapendo che la gente vota pensando alla propria vita e non alla propria morte. Eppure la politica dovrebbe riflettere su qualche notizia: le straordinarie evoluzioni della medicina e della tecnologia rendono oggi il morire, nella maggior parte dei casi, un processo che dura alcuni anni. Ciascuno dovrebbe essere libero di poter scegliere come e fino a che punto affrontarli. La macchina che pompa aria nei polmoni, e che ha aperto la strada ai trapianti, ha migliorato la vita di tanti ma ha anche condannato il padre di Eluana a un calvario giudiziario durato 17 anni per ottenerne lo spegnimento. Umberto Veronesi ricorda che l’eutanasia è già praticata e diffusa in modo clandestino e quindi terribilmente opaco. Inoltre, pare che un suicidio su tre in Italia nasconda una storia alla Monicelli. Infine esiste la Svizzera, che accoglie nelle sue cliniche anche gli italiani a patto che possano permettersi di affrontare il viaggio e le spese. Perché negare una morte per “addormentamento” anche ai malati terminali in condizioni di sofferenza estrema, intrasportabili o privi di risorse economiche? Tra l’altro credo che un dibattito sulle scelte di fine vita converrebbe anche a chi difende il valore della vita sempre e comunque, per ottenere magari più risorse dallo Stato a favore dei malati che non avrebbero nessuna fretta di morire se solo godessero di qualche assistenza e di qualche cura in più che allievi le loro condizioni.
Faccio una domanda provocatoria. Chi ha animali domestici sa che si può trovare nella situazione di dover scegliere di porre fine alle sofferenze dell’amico. Perché verso i nostri animali è amore mentre per noi esseri umani che possiamo scegliere ci sono tante resistenze in Italia? L’eutanasia praticata sugli animali non è comparabile a quella richiesta dai malati.
Legalizzare l’eutanasia non significa permettere di morire, ma permettere di scegliere di che morte morire. L’animale non è consapevole della sua condizione, non conosce la sua malattia, né le sue conseguenze, e non può esprimere una scelta. Soffre e basta. Sono i padroni che scelgono per lui. La nostra impostazione invece è diversa, e punta alla legalizzazione delle scelte individuali, a stabilire il principio che ogni vita umana appartiene al soggetto che la vive, come Welby ha dimostrato.
Tu sei stato anche l’autore di quel fantastico spot che ha spopolato alla fine dell’estate sulla legalizzazione delle droghe spiegata in 3 minuti, un’altra battaglia storica dei Radicali e dell’Associazione Luca Coscioni. Dì la verità, lo hai pensato apposta per l’onorevole Giovanardi?
Penso che a Giovanardi non sia necessario spiegare niente, credo conosca bene le ragioni degli antiproibizionisti e che sappia che la sua posizione non reggerebbe a un dibattito serio, cifre alla mano, dopo decenni di guerra alla droga. Il suo talento è banalizzare la questione con slogan tipo “la droga fa male, non si può legalizzare il male”, raccogliendo subito il facile consenso di chi non ha esperienza in materia, come le nonne. Con Giovanni di Modica (illustratore e regista del video) lo abbiamo quindi realizzato pensando proprio alle nonne, a chi paga da una vita i costi enormi del proibizionismo (con le tasse e con gli scippi) senza ridurre la diffusione delle droghe ma anzi, moltiplicando i danni per gli individui e la società.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.