ROMA — Negli ultimi due anni l’opinione degli italiani sulla necessità dei test di laboratorio è cambiata. Oggi il 49 per cento delle persone, cioè un italiano su due, si dichiara favorevole e altrettanti sono i contrari. I «non d’accordo» nel 2011, cioè solo due anni fa, erano il 66 per cento. A rivelare questo rapido mutamento è stata un’indagine Ipsos condotta su un campione di mille cittadini i cui risultati sono stati presentati ieri durante il convegno «Sperimentazione animale, diritto alla conoscenza e alla salute» organizzato al Senato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo.
Un altro numero che descrive la percezione dei cittadini su questo tema riguarda la tecnologia come sostituto dei test: sempre nel 2011 era a favore il 41 per cento degli intervistati, ora sono il 3o per cento. Ma dall’indagine emerge anche che alla base delle opinioni degli italiani c’è una conoscenza non adeguata sull’argomento e, a detta dei ricercatori che hanno condotto l’indagine, «quando questa viene fornita in modo corretto il panorama cambia: spesso le persone confondono le ricerche legandole soprattutto alla cosmetica o alle pellicce», aggiunge infatti Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos. «II primo passo per uscire dalla contrapposizione è rispettare i fatti smettendo di dire cose false imbrogliando la gente — sottolinea Silvio Garattini dell’Istituto Mario Negri —.
Ci sono dei dati reali sui quali siamo disponibili a confrontarci. Per questo abbiamo invitato al convegno i sostenitori di idee diverse, ma nessuno è venuto perché si rifiuta la discussione su conoscenze oggettive, cioè su malattie che per essere studiate e debellate devono far ricorso ad animali come i topi». «Quando io studio le anomalie patologiche dei circuiti cerebrali — nota la senatrice Cattaneo — lo posso fare solo attraverso dei test sui topolini. E non c’è altra via nel campo dei tumori. Le alternative di cui si parla, come le ricerche in vitro su cellule per diversi mali, sono degli aiuti complementari, ma non risolutivi.
Altrettanto il ricorso alle simulazioni con i computer». «Piuttosto che legiferare in maniera proibizionistica come è accaduto — suggerisce con un pensiero positivo Pierpaolo Di Fiore dell’Ifom, l’Istituto Firc (Fondazione italiana ricerca sul cancro) di oncologia molecolare — l’Italia potrebbe fornire l’esempio destinando finanziamenti di ricerca allo sviluppo dei metodi alternativi, che permettano non solo la soluzione etica del problema, ma che abbiamo la possibilità di farci progredire più velocemente».