L’importanza di riconoscere la ricerca di base

ricerca.jpg
lescienze.it
Andrea Ballabeni, Andrea Boggio e David Hemenway

La ricerca biomedica di base è importante per combattere le malattie che affliggono l’umanità e che sono causa di un numero impressionante, talvolta crescente, di morti premature. Molti accademici ritengono che esista una correlazione stretta tra supporto alla ricerca di base e miglioramento delle condizioni di vita, anche se di norma occorrono vari decenni prima di vederne gli effetti benefici.

La ricerca di base (detta anche fondamentale) è stata tradizionalmente finanziata in gran parte dal settore pubblico, visto che i privati non hanno in genere interesse a finanziare ricerche che non promettono un ritorno economico quasi immediato. Sia progetti piccoli, tipo quelli condotti da singoli laboratori, che grandi progetti, tipo quelli condotti da network di istituti (come il progetto che ha portato alla mappatura del genoma umano), non sarebbero stati realizzabili senza ingenti finanziamenti pubblici. Sfortunatamente però la quasi unanimità degli scienziati ritiene che la ricerca fondamentale avrebbe bisogno di molti più finanziamenti. In particolare non è incoraggiante il trend degli ultimi anni. Negli Stati Uniti [dove i finanziamenti pubblici per la ricerca di base sono nettamente superiori a quelli erogati in Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi, N.d.T.], i finanziamenti dei National Institutes of Health (da cui proviene la maggior parte dei finanziamenti pubblici in campo biomedico) sono rimasti più o meno stazionari, considerata anche l’inflazione, dal 2003 ad oggi.

Con budget nazionali limitati, dovrebbe quindi diventare sempre più importante puntare a ottenere il massimo transformative value (in parole povere, la capacità della ricerca di essere trasformata in benefici pratici per la società) da ogni soldo pubblico speso per la ricerca di base. Per massimizzare il transformative value complessivo bisognerebbe investire maggiormente in quelle ricerche di base che si stima possano avere maggiore impatto futuro sulla società oppure implementare policies che possano modificare la gamma di proposte di ricerca. Ovviamente, sarebbe anche utile aiutare gli accademici che studiano il concetto e la misurazione del transformative value.

Nel caso specifico della ricerca di base di tipo biomedico sarà quindi importante provare a stimare il potenziale di impatto futuro sulla salute pubblica, visto che il principale scopo della ricerca in campo biomedico (conoscenza a parte) è proprio quello di migliorare la salute delle persone. La misurazione dell’impatto sulla salute pubblica della ricerca di base è oggi oggetto di maggior attenzione nella comunità scientifica e politica, e molte agenzie di finanziamento della ricerca tentano già da tempo di effettuare una stima approssimativa del potenziale di impatto “pratico” durante l’assegnazione dei fondi. Tuttavia, una quantificazione meno approssimativa del potenziale di impatto sulla salute pubblica (e su altri benefici pratici futuri) rimarrà probabilmente ancora per molto tempo una impresa difficile.

Alcune policies sono già state implementate per aumentare il transformative value della ricerca di base. Alcune di esse hanno mirato a facilitare la partnership tra mondo accademico ed industria. Un esempio, negli Stati Uniti, è il Bayh-Dole Act, che ha offerto agli scienziati universitari la possibilità di commercializzare le proprie invenzioni avendo maggior controllo sui brevetti. Mentre alcuni studiosi ritengono che questa legge non abbia complessivamente compromesso il sistema della ricerca di base, molti altri ritengono invece che essa abbia allontanato troppi scienziati da importanti ricerche di base verso ricerche più applicative e quindi di fatto cambiato l’ecosistema complessivo che deve essere fatto da un mix bilanciato dei vati tipi di ricerca.

Incentivi finanziari come quelli creati dal Bayh-Dole Act, da molti ritenuti quindi incentivi troppo forti, genereranno sempre discussioni simili. Proprio per questa ragione sarebbe strategico creare anche altri tipi di incentivi. Incentivi più soft potrebbero ad esempio essere sufficienti per invogliare (anche inconsciamente) alcuni scienziati ad intraprendere ricerche di base con un maggior transformative value ma non essere sufficientemente efficaci nel distogliere l’attenzione dalle ricerche più di base. Gli economisti del comportamento mostrano come sfruttare intelligentemente le motivazioni intrinseche degli scienziati possa fornire dei nudge (impercettibili sollecitazioni che portano a variazioni del nostro comportamento, concetto ampiamente descritto nell’omonimo libro di Richard Thaler e Cass Sunstein) che possono portare, nel breve o lungo periodo, verso scelte migliori sia per se stessi che per la società. Nell’ambito della ricerca scientifica questi incentivi soft potrebbero invogliare alcuni scienziati a spostare la propria ricerca in direzioni leggermente diverse senza però cambiare la natura fondamentale della loro ricerca e senza imporre regole od obblighi morali (senza quindi diminuire la libertà di ricerca).

Un esempio di incentivo soft (e di tipo non finanziario) potrebbe essere l’implementazione di un sistema che riconosca formalmente il contributo degli scienziati di base quando un nuovo farmaco è messo in commercio. Per implementare questa idea un piccolo gruppo di peer-reviewers dovrebbe identificare gli articoli di ricerca di base che hanno gettato le basi per lo sviluppo di un determinato farmaco oppure, in alternativa, valutare una lista di articoli presentata direttamente dal proprietario del brevetto del farmaco. Per fare un esempio, cinquanta (o più) articoli di ricerca di base potrebbero essere selezionati ed approvati dai peer-reviewers e apparire nel database gestito dalle varie agenzie del farmaco nazionali e che deve essere liberamente accessibile dai cittadini. Negli Stati Uniti, per esempio, questo sistema potrebbe essere gestito dalla Food and Drug Administration (FDA); la lista di articoli di ricerca di base dovrebbe essere pubblicata nel database online dell’agenzia e anche, possibilmente, nei foglietti illustrativi contenuti nelle confezioni dei farmaci. I nomi dei peer-reviewers dovrebbero apparire assieme alla lista di articoli, in modo da renderli accountable e fornire loro anche un riconoscimento ed un incentivo. Questo sistema non richiederebbe molto lavoro per la comunità scientifica. Difatti ogni anno vengono pubblicate decine di migliaia di articoli i quali spesso contengono un numero molto simile di citazioni bibliografiche e solo poche decine di farmaci vengono ogni anno approvati in un dato paese.

Per molti scienziati, crediamo, questo sistema di bibliografie “basiche” fornirebbe un piccolo, talvolta inconscio, incentivo a seguire linee di ricerca che possono  più facilmente portare a farmaci futuri. Questo tipo di incentivi potrebbe funzionare particolarmente bene per i farmaci che promettono di avere maggior impatto sulla sanita pubblica, sia in termini di miglior prevenzione che di cura delle malattie. Questo sistema sarebbe perfettamente in sintonia con le motivazioni degli scienziati e non comprometterebbe l’ecosistema complessivo della ricerca. Gli incentivi dati da questo sistema di riconoscimento bibliografico sarebbero infatti dei weak attractor che non sposterebbero troppo le ricerche degli scienziati di base verso ricerche tipicamente considerate applicative e manterrebbero invece per lo più intatta la natura fondamentale delle loro ricerche.

Questo tipo di bibliografia “basica” avrebbe inoltre l’importante merito di aumentare da subito la consapevolezza pubblica del ruolo che la ricerca di base gioca nello sviluppo dei farmaci e nel miglioramento della qualità della vita, ruolo che è spesso sottostimato sia dai legislatori che dalla gente comune.

Traduzione e adattamento di Andrea Ballabeni. La versione originale del testo è stata pubblicata su The Scientist il 1 Gennaio 2014 Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.