Il problema è scegliere modelli e strategie di ricerca

Ricerca_h_lista.jpg
www.almonature.eu
Gilberto Corbellini

Quando nasce la sperimentazione animale? E quando emergono le prime questioni etiche e morali circa le modalità della sperimentazione?

L’uso della dissezione di animali morti o vivi fa parte del processo di affrancamento dell’uomo dalle concezioni magico-religiose o superstiziose del mondo. L’esempio classico è il De morbo sacro, in cui l’autore di scuola ippocratica apre il cranio di una pecora affetta da una malattia neurologica per corroborare empiricamente la critica alla concezione magico-religiosa dell’epilessia come malattia sacra. Gli animali furono oggetto di manipolazione presso i primi filosofi naturalisti e sistematicamente da parte dei medici che si ispirano ad Aristotele o all’impostazione metododologica dei fisiologi del Museo di Alessandria. A parte rare posizioni di alcuni teologi e mistici, una sensibilità etica verso gli animali nasce nell’età moderna e in qualche modo è il frutto della rivoluzione scientifica. Se è vero che gli animali rappresentavano il materiale empirico naturale su cui fare esperimenti per comprendere la logica dei viventi, nel quadro del mondo fisico, allo stesso tempo il fatto che studiando gli animali fosse possibile comprendere la fisiologia dell’uomo contribuiva ad abbattere ogni giustificazione metafisica circa il carattere speciale dell’uomo nel disegno naturale. Inclusi i privilegi morali dati per scontati dalle credenze religiose e metafisiche.

Fuori dalla comunità scientifica, la fama della sperimentazione sugli animali è pessima; questo può dipendere dalle pratiche passate, sicuramente più cruente, o è possibile che i disciplinari etici vengano ignorati nonostante le leggi? O cos’altro?

Le pratiche contano, ma la storia dice qualcosa di molto più complesso. La sensibilità etica verso gli animali si è sviluppata in modo diverso, nelle diverse tradizioni culturali occidentali, condizionando l’evoluzione dei sistemi e delle epistemologie della ricerca biomedica negli ultimi due secoli circa. Non vi è alcun dubbio che la questione è stata sollevata nel contesto dell’empirismo anglosassone, e i filosofi inglesi, nonché a seguire i politici, hanno aperto la strada e sono stati all’avanguardia nel chiedere rispetto per gli animali in quanto esseri senzienti. La tradizione civile anglosassone, ma anche quella nordeuropea sono più attente a rispettare le regole e più efficaci nel fare in modo che vengano rispettate. Quindi si fanno leggi che non sono quasi mai fondamentaliste come ispirazione, e chi sgarra viene severamente sanzionato. Le culture sudeuropee, come vediamo bene in Italia, sono condizionate da un’educazione familista e cattolica. La conseguenza è che si fanno le regole e magari leggi integraliste, cioè proibizioniste e insensate, ma poi non si effettuano controlli e i cittadini si accorgono presto che quelle leggi sono contro i loro interessi e quindi non le rispettano. Qualcosa di analogo succede o succederà in relazione all’applicazione della legge sulla sperimentazione animale.

Oggi buona parte della comunità scientifica sembra essere maggiormente sensibile alla questione etica relativamente la sperimentazione animale. Tuttavia, il fatto che gli umani godano di uno status morale privilegiato rispetto agli animali non umani è evidente nel fatto che la sperimentazione sugli animali continui. In considerazione di ciò, è accettabile che l’aspetto morale possa frenare la ricerca scientifica, essendo ancora dibattuto il metodo migliore da utilizzare in ambito biomedico?

Non è che gli umani godano di uno status morale privilegiato per qualche ragione metafisica: la morale è incarnata negli organi del nostro corpo (soprattutto il cervello) e dipende da processi biochimici. Va da sé, che ci siamo evoluti trovando vantaggioso e adattattivo assegnare valore morale agli esseri viventi sulla base di predisposizioni che ci sono naturali. Di default attribuiamo un valore morale superiore a un bambino (non sempre a un neonato) o a un adulto con cui abbiamo rapporti di parentela  o cooperiamo vantaggiosamente (quelli che ci sono estranei non hanno intuitivamente lo stesso valore). Su questi sentimenti abbiamo per molto tempo costruito delle etiche che legittimavano e tuttora legittimano la sperimentazione animale. I contesti culturali, quindi l’educazione e l’esperienza, hanno modificato l’espressione di queste nostre predisposizioni e gli animali, come gli stranieri, sono diventati oggetto di investimenti emotivi diversi rispetto al passato. Il problema morale ed etico della sperimentazione animale non ha proprio niente a che vedere con la questione epistemologica della ricerca biomedica, cioè su quale metodo sia in ultima istanza migliore per studiare la fisiologia normale e patologica dei sistemi viventi, e in particolare dell’uomo.

Il problema morale ed etico, in realtà, investe buona parte delle questioni circa la liceità del metodo.  In quest’ottica, anche la legge relativa all’uso di animali da laboratorio è diventata via via più restrittiva. Quindi, di fatto, un ambito influenza l’altro. Questo non dovrebbe accadere secondo Lei?

Certamente la percezione e la problematizzazione morale ed etica influenzano la scelta e il modo di usare dei metodi di ricerca che ricadono all’inteno di una sfera di giudizio morale. Ma non è che un metodo può guadagnare in pertinenza epistemologica perché riduce delle controversie morali: se si riesce a evitare controversie morali e a ottenere anche risultati validi è senz’altro meglio. E’ un fatto che la sensibilità morale pubblica verso gli animali è progressivamente cambiata e migliorata con l’avanzare o il progredire della modernità. Ma questo è accaduto  perché i nostri figli vengono al mondo senza praticamente rischiare di morire e le esperienze culturali nonché le relazioni sociali e familiari sono cambiate come conseguenza dei progressi tecnologici che hanno migliorato la qualità della vita in occidente, lasciando spazio o nuove forme di interazione con gli animali che sono stati sempre più antropomorfizzati sul piano affettivo. Basta recarsi nei paesi meno sviluppati, dove ci sono più malattie e povertà,  o ricordare come trattavano o trattano gli animali i contadini… Se le cose stanno così, io penso che un impoverimento economico e tecnologico del paese, che avrà luogo anche come conseguenza di una legge troppo restrittiva sulla sperimentazione animale, genererà disagi sociali e psicologici, soprattutto giovani, che si potrebbero manifestare anche con forme di crudentà nei riguardi degli animali.

L’antispecismo degli animalisti si scontra con una contraddizione di fondo: rinunciare alla presunta superiorità dell’uomo equivale a riportare lo stesso a livello degli animali, che certo non si pongono il problema di sacrificare o meno un altro animale se è in gioco la propria vita. D’altro canto è proprio la superiorità dell’uomo che rende possibile il senso di responsabilità verso gli animali. Come spiega questa posizione che parrebbe inconciliabile?

La posizione appare inconciliabile perché frutto di un ragionamento sbagliato. Noi non possiamo “uscire da noi stessi” come diceva il fisico e filosofo Percy Bridgman, e chi crede di essere un antispecista non sa di cosa parla. Come spesso accade anche a chi si dice antirazzista…

Riguardo all’uso degli animali come modello sperimentale, le posizioni che lo contrastano o lo appoggiano incondizionatamente potrebbero essere considerate entrambe ingenue?

Non è facile rispondere a questa domande con poche parole, perché si rischia di essere fraintesi. Mettiamola così: i modelli animali sono, appunto, modelli. Cioè sono usati come implementazioni schematiche di come stanno le cose nella realtà e rispetto ai problemi che si vogliono studiare. Quindi chi li critica perché non rappresentano esaustivamente la realtà dei processi biologici implicati nella fisiologia normale o patologica dell’uomo, in linea di principio ha ragione. E chi li difende dicendo che sono il non plus ultra della scientificità esagera. Però la conoscenza scientifica del mondo si sviluppa proprio lavorando con dei modelli, tra cui quelli animali, e praticando in modo sistematico un lavoro sperimentale e logico-critico che ne valorizzi l’uso in modo pertinente. Quindi, se non si usano i modelli animali, dato che non è eticamente accettato di sperimentare fisiologicamente sull’uomo che naturalmente sarebbe il miglior modello di se stesso, nella ricerca biomedica oggi non si va da nessuna parte. Il problema è scegliere in modo pertinente i modelli e le strategie di ricerca. Si può abbastanza plausibilmente dire che per le malattie complesse, come per esempio il cancro o le malattie neurodegenerative o psichiatriche, i modelli animali possono essere davvero fuorvianti o far perdere tempo, dilapidare inutilmente del denaro e produrre inutili sofferenze ad altri esseri viventi. Il che non significa che per aspetti della fisiologia, anche in relazione alle stesse malattie complesse, evolutivamente più conservati o meno dipendenti da modulazioni genomiche gerarchiche e articolate, i modelli animali rimangono e rimarrano a lungo indispensabili. A meno, se vogliamo, di consentire la sperimentazione su esseri umani con malattie terminali.

L’altro apetto cruciale è che anche gli umani sono utilizzati come “modello animale”. In particolare mi riferisco ad un’annosa questione: siamo sicuri che solo perché umano, ogni uomo che si sottopone alla sperimentazione sia consapevole e realmente consenziente? Non è raro il caso in cui molti di quegli individui, che si sottopongono a sperimentazione biomedica, appartengano a classi socio-economiche disagiate che, quindi, subiscono più facilmente il ricatto economico o la disinformazione. Cosa ne pensa?

E’ un problema che è sempre esistito e sempre esisterà. Così come è fuori dubbio che oggi nell’occidente democratico questo rischio è molto basso rispetto al passato, e sempre molto più basso rispetto ai paesi in via di   sviluppo e meno o per nulla democratici. In questi paesi, tra cui la Cina, si usano cavie umane per fare diverse sperimentazioni, per esempio si sperimenta su condannati a morte. Penso che alcuni eccessi di regolamentazione e burocratizzazione per quanto riguarda la sperimentazione umana nei nostri paesi incrementino i rischi per le persone che vivono nel mondo meno democratico. La cosiddetta bioetica, in occidentale, è satura di ipocrisia.

Circa la coerenza degli animalisti che si pongono attivamente contro la sperimentazione: dovrebbero rifiutarsi di utilizzare quelle cure, per sé e i propri familiari, che sono state messe a punto grazie alla sperimentazine animale?

L’ultima cosa che mi aspetto dagli esseri umani in generale, quindi che siano animalisti o antianimalisti, è la coerenza. E, in ogni caso, mi auguro e spero che gli animalisti siano incoerenti, perché nel caso contrario sarebbero pericolosi per gli altri. Giusto per esemplificare il mio ragionamento, pensi a quei criminali di genitori che, per coerenza,  curano i figli con qualche malattia conclamata e grave, come un’infezione, con farmaci omeopatici.

Il progresso della medicina  è passato per la sperimentazione animale, parlo di vaccini, chemioterapia… Tuttavia molti animalisti portano sempre l’esempio del talidomide per evidenziare la fallacia del metodo. E’ un raro caso di fallimento eclatante, è l’esempio più macroscopico dell’inefficacia della sperimentazione sugli animali o semplicemente è un modo per strumentalizzare l’informazione?

E’ una sciocchezza, frutto di analfabetismo epistemologico o di totale incomprensione di cosa è, come funziona e perché funziona la scienza. Gli errori e i fallimenti fanno parte integrante della scienza, dato che si tratta dell’unica attività umana che è in grado di spiegare come stanno le cose nella realtà. Nessuno potrà mai scoprire fallimenti eclatanti delle medicine alternative, della filosofia o della religione, dato che non parlano della realtà. Gli animalisti, in generale, usano la storia della medicina in modo strumentale e per veicolare informazioni fuorvianti.

Secondo alcuni animalisti la sperimentazione sugli animali è imprecisa, finanche inutile, poiché i principi attivi vengono testati su animali geneticamente differenti dall’uomo, sicchè la risposta non potrà che essere differente. Da qui l’assunto di inutilità della ricerca. Cosa risponde?

Questa critica ha senso farla caso per caso, cioè in relazione al tipo di principio attivo e al complesso genotipo/fenotipo che si sta paragonando. Ci sono geni e sistemi di regolazione genica che verosimilmente sono solo umani, ovvero sono significativamente cambiati come conseguenza dell’evoluzione a cui la nostra specie, rispetto all’evoluzione dela specie animale modello, è andata incontro. Mentre ci sono geni e strutture proteiche o network metabolici che sono più conservati, e dove invece il modello animale ha dato e dà risultati attendibili. Poi si sono risposte sistemiche dell’animale che sono ottimamente indicative di quel che può accadere all’uomo, per esempio nel caso del test tossicologici.

Si parla di sistemi di sperimentazione alternativi come quelli sulle colture cellulari. Possono essere sufficienti a sostituire  le fasi precliniche?

No, non sono sufficienti al momento. Il che non vuol dire che non si trovannno procedure alternative nell’arco di alcuni anni. Comunque dubito fortemente, per quanto riguarda i controlli preclinici sulla tossicità e quindi per avere una prima indicazione sulla innocuità di un principio attivo, che si potrà fare a meno in tempi certi della sperimentazione su animali.

Esiste la censura della scienza in Italia?

I politici italiani, ma anche gli intellettuali che fanno opinione, in generale non capiscono niente di scienza.  Per questo motivo contrastano la ricerca e difendono o aderiscono con imbarazzante disinvoltura, cinico populismo o patologico narcisismo, a idee del tutto insensate e in ultima istanza dannose. Quel che sta accadendo in merito alla sperimentazione animale è gravissimo: la direttiva europea che è già restrittiva e comunque disciplina in modo abbastanza razionale la sperimentazione animale, in Italia viene recepita introducendo condizioni che renderanno praticamente impossibile fare sperimentazione animale. Tale decisione e l’aspirazione che circola in alcune frange integraliste di vietare del tutto la sperimentazione animale avrà conseguenze drammatiche. Nel senso che ci taglierà ulteriormente fuori dal modo più civile.

Quindi, cosa  accadrebbe alla ricerca se le petizioni anti-sperimentazione fossero accolte in toto dalle commissioni governative e le legge modificata a favore dei metodi alternativi?

Si accentuerebbe l’arretramento culturale ed economico dell’Italia. E questo comporterà peggioramenti della salute umana e del benessere animale.

In generale si ha l’impressione che sia da una parte che dall’altra vi siano posizioni spesso molto estreme che non facilitano lo scambio di idee e il raggiungimento di una soluzione condivisa al problema. E’ così o una maggior conciliazione è possibile?

L’integralismo, il settarismo e il fanatismo sono tratti peculiari della natura umana. Culturalmente si manifestano attraverso approcci dogmatici che per definizione non possono dialogare. Sarebbe compito di un’elite intellettuale intelligente e moderata fare in modo che i radicalismi rimangano politicamente minoritari, o si neutralizzino, e che comunque non influenzino negativamenti i processi di governo di società sempre più complesse e il cui funzionamento efficiente dipende dalla circolazione di informazioni e conoscenze affidabili. Mentre per definizione qualunque fondamentalismo si basa si falsità. Se gli animalisti italiani mediaticamente di richiamo o politicamente impegnati sottoscrivono un testo ridicolo come il Manifesto per la coscienza degli animali – insensato fin dal titolo – dubito fortemente che si potrà mai ragionare con una controparte così intellettualmente impreparata e improvvisata, mossa solo da pulsioni irrazionali.

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.