«Diritto alla vita: le falle della dottrina cattolica»

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Il Sole 24 Ore Sanità
Maurizio Mori

La tutela dell’embrione è oggi diventato tema politico: aspetto che non facilita l’analisi razionale. I cattolici affermano con passione e vigore che l’aborto o la ricerca scientifica sull’embrione viola il “diritto alla vita”. Per capire le valenze di tale “diritto” può essere utile tornare a esaminare la Prolusione tenuta nel 1953 e dedicata appunto a “II diritto alla vita” dal cardinale di Genova, Giuseppe Siri, alla XXVI Settimana dei Cattolici d’Italia (Edizioni Icas, Roma, 1954). Siri era pastore autorevole e studioso di solida dottrina, la sede era importante e tale da richiedere tesi sicure (non mere ipotesi di ricerca), e le conoscenze scientifiche erano già come le nostre, per cui l’analisi fatta è interessante perché esamina il tema con la razionalità di chi è meno soggetto alle pressioni politiche e mediatiche.

Siri parte osservando che «la vita io non la debbo definire […] tutti la conoscono. […] Posso parlare della “vita” come di un fatto universale, che ovunque pulsa». Si chiede quindi: «Questo “fatto” dell’universale, ineffabile e misterioso movimento vitale, è un soggetto di “diritto”, sicché io possa parlare di “diritto della vita”?». La risposta è: «No!», perché «il diritto ha per soggetto la persona fisica e – per estensione – la persona morale. Non ha per soggetto un fatto. Ma gui il fatto rimane e conclama E chiaro allora che la parola “diritto” debbo qui prenderla in significato analogico e non in senso stretto. Essa in realtà è assunta qui a indicare che il fatto della vita è vettore e rivelatore di una divina volontà, quale gli uomini sono tenuti a rispettare, “che il cammino della vita” del mondo va mantenuto in quel luogo e in quei termini che il Creatore ha disposto». In questo senso esteso si può anche parlare di “diritto della viti per indicare che non si deve precludere alla vita «la marcia a essa segnata da Dio».

Questo “diritto della vita” va comunque distinto dal “diritto alla vita” che si ha solo quando «posso parlare di “vita” come di quella che è posseduta dalle singole persone», dove con “persona” intende secondo tradizione la «natura dotata di intelligenza e di volontà libera». Come si vede, Siri riconosce tranquillamente che, in senso stretto, la vita umana non è soggetto di diritto, e che l’embrione non ha “diritto alla vita”: non è “persona” perché la sua materia non è sufficientemente formata per ricevere l’anima spirituale, per cui è assurdo credere che abbia intelligenza e volontà libera. Solo residui di pensiero magico e animistico possono indurre a sostenerlo. Afferma però che, in senso analogico, si può parlare di “diritto della vita” per indicare il dovere di rispettare il “cammino della vita” dai genitori alla culla. Per lui questo dovere ha base razionale nella «evidenza dell’online e della teleologia nel Creato», ed è più che sufficiente a tutelare l’embrione.

Anzi, garantisce una tutela più robusta di quella del “diritto alla vita”, perché questo impone solo un divieto prima-facie, che ammette eccezioni in certe circostanze come la legittima difesa, mentre quello impone un divieto assoluto che non ammette mai eccezioni: solo negando Dio e la sua Provvidenza l’uomo può pensare di poter correggere o mutare il cammino della vita dietro il quale «sta Iddio, ed è Lui che si deve rispettare, rispettando la vita». Ecco in nuce la dottrina della “sacralità della vita umana”, la quale non ha niente a che fare col divieto di omicidio, ma impone il divieto assoluto di ogni intervento nell’ «ineffabile e misterioso movimento vitale», tutelando così l’intera vita pre-natale. Diventa così chiaro che nell’ultimo mezzo secolo più che le conoscenze scientifiche sull’embrione (grosso modo le stesse) sono cambiate le condizioni di adesione alla sacralità della vita. Siri poteva dare per scontato che fosse percepito come abominevole qualsiasi intervento nel “cammino della vita”, mentre oggi non è più così: molti ritengono che l’intervento pre-natale per correggere le stortine della natura sia perfettamente lecito e anche doveroso (segno di responsabilità).

II mistero che per millenni ha circondato la vita umana e giustificato la sua sacralità si è come dissolto: forse, vedendo i gameti e quant’altro, la vita si è secolarizzata e non avvertiamo più che «dietro il fatto vita sta Iddio, ed è Lui che si deve rispettare, rispettando la vita». Si reputa crimine sommo l’omicidio (uccisione di una persona), ma gli atti contro la sacralità della vita di per sé non sono più avvertiti come gravi. Nella nuova realtà culturale, i teologi cattolici diversamente da Siri dicono che l’embrione è «uno di noi», che ha il “diritto alla vita”, e che la sua uccisione è un omicidio, forse nel tentativo di far capire a gente secolarizzata e di dura cervice il nucleo dell’antico messaggio circa la gravità dell’atto. II magistero ecclesiastico sembra avallare quest’esigenza “pastorale” e ha trovato espressioni retoricamente efficaci alla bisogna: pur non affermando mai che l’embrione è persona, sottolinea che va rispettato «come una persona» o che ha «la dignità di persona»: espressioni che servono per ribadire che all’embrione è dovuta la maggiore tutela possibile, in linea con il «diritto della vita» proposto da Siri.

Questi, però, precisava subito le ragioni a fondamento di tale espressione, mentre oggi queste ragioni sono lasciate in una sorta di limbo: per coglierle si richiede una più attenta analisi, che può essere fatta esaminando la Lettera alle famiglie di Giovanni Paolo II (1994). In essa si ribadisce che la famiglia è una «comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione», e che «i coniugi, come genitori. sono collaboratori di Dio Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo essere umano» (n. 9) cosicché, messi da parte eventuali problemi di natura biologica, «nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente in un modo diverso da come avviene in ogni altra generazione “sulla terra”. Infatti soltanto da Dio può provenire quell’Iunagine e somiglianza” che è propria dell’essere umano, così come è avvenuto nella creazione.

La generazione è la continuazione della creazione» (n. 9). La famiglia diventa così il “santuario della vita” (n. 11), per indicare che l’ordine familiare esige il rispetto non solo dei doveri sociali (fedeltà, educazione ecc.) ma anche di ciò che Siri chiamava il “cammino della vita”. Purtroppo, quest’ultimo dovere non viene oggi percepito perché «il razionalismo moderno non sopporta il mistero» (n. 19) della differenza sessuale, e in genere quel mistero della vita che stava alla base dell’analisi di Siri Anche se presentata in termini più sfumati, la sacralità della vita resta alla base della dottrina cattolica (che non è mutevole), per cui l’analisi del cardinal Siri resta quanto mai valida e attuale. Ciò significa che l’embrione né ha il «diritto alla vita» né è «uno di noi», e che solo in senso metaforico e per impressionare si può dire che la distruzione di embrioni è un “omicidio” o una “strage”. Ci rimane invece da discutere se l’intervento umano nel “cammino della vita” sia sempre vietato o se non sia a volte lecito o anche doveroso.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.