
E’ ripartito grazie a «Il Sole 24 Ore-Domenica» (Gilberto Corbellini, nel numero scorso) il dibattito sul futuro degli organismi geneticamente modificati e Confagricoltura non può astenersi dal dire la propria opinione su un argomento così rilevante. Giovedì scorso il Consiglio Stato francese ha annullato il divieto di coltivazione di mais MON810, cui l’Italia si è ispirata con il decreto del 12 luglio scorso. Una moratoria già ritenuta non in linea con la normativa europea e che rappresenta così un percorso sconfessato dallo stesso Paese che lo aveva intrapreso. La prima volta che ho sentito parlare degli Ogm era la fine degli anni Novanta. Allora la Monsanto mi propose di coltivare una parcella di soia resistente a un erbicida: il Roundup. Un’innovazione che giudicai eccezionale perché permetteva di ridurre – e lo permise, con addirittura un calo del 70% – i diserbanti utilizzati in azienda. Alla raccolta il campo era bellissimo, rigoglioso e senza infestanti. Il prodotto – benché non fu mai commercializzato – appariva di qualità eccezionale, ottenuto con costi molto inferiori all’ordinario. Se ci fosse stata un’alternativa non avrei avuto dubbi, come agricoltore, a coltivare da allora in avanti soia geneticamente modificata. In Spagna attualmente tre ettari su dieci coltivati a mais sono transgenici, con i consumatori liberi di effettuare le loro scelte quando comprano un alimento che può essere Ogm o meno.
Una libertà che purtroppo alle aziende italiane non è stata mai sinora concessa. Oggi sono più consapevole di cosa siano davvero gli organismi vegetali modificati attraverso tecniche genetiche. Ci rendiamo tutti conto delle problematiche connesse con la tutela dell’ecosistema e la sicurezza alimentare. Per questo esiste il protocollo di Cartagena, nato per contrastare possibili effetti negativi sulla biodiversità. E per questo gli Ogm sono sottoposti prima di essere autorizzati a rigorosi test per evitare conseguenze sulla salute dell’uomo e dell’ambiente. In ogni caso, avendo costruito un meccanismo di etichettatura obbligatoria che identifica il prodotto a base di Ogm, rende tutto trasparente per il consumatore. Ma in Italia la discussione sul transgenico non è mai stata né scientifica né obiettiva, mascherando questa battaglia ideologica con una difesa della nostra agricoltura. Reintroducendo il tema degli agricoltori ostaggi delle multinazionali delle sementi e della chimica. Multinazionali che, in verità, hanno supplito alla mancanza di ricerca pubblica efficace, consentendo all’agricoltura di essere all’altezza delle sfide globali. E già oggi, ci piaccia o no, non esiste praticamente una pianta di mais che sia riproducibile dall’agricoltore. Perché allora preoccuparsi dei brevetti di sementi transgeniche? A cosa potrebbero servire le piante transgeniche a un Paese come il nostro che ha fatto del made in Italy il vanto della propria agricoltura? Ad aumentare la sostenibilità produttiva e ambientale delle coltivazioni.
Un’esigenza sempre più sentita in un “pianeta prigione”, con risorse scarse e con oltre 9 miliardi di persone da sfamare nel 2050. Ma anche ad ottenere le nostre eccellenze di qualità che molto spesso fanno perno proprio su prodotti Ogm (purtroppo solo importati oggi come oggi). In entrambi i casi, a produrre a chilometro zero o a chilometro diecimila le nostre eccellenze con meno acqua, meno fertilizzanti e meno antiparassitari. E con una maggiore qualità intrinseca del prodotto, ad esempio producendo un mais con meno micotossine che sono sostanze altamente pericolose per la salute umana. In ogni caso, se già abbiamo nei nostri piatti gli Ogm, vorrei, come vogliono il 55% degli italiani, che fosse la ricerca, e magari la ricerca italiana piuttosto che quella estera, a orientare le scelte dei produttori e dei consumatori. Non possiamo rallegrarci quando una multinazionale abbandona l’Europa portandosi via investimenti, capitali e asset materiali e immateriali che invece potrebbero far crescere la nostra agricoltura. Questo significa condannare le nostre imprese a essere tributarie di tecnologia da importare. Con maggiori costi e minore efficienza. Un rischio che non possiamo assolutamente permetterci il lusso di correre.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.