La volenterosa carnefice Wan Xin

Il Foglio

Quando, nel 2012, lo scrittore cinese Mo Yan ha vinto il Nobel per la Letteratura, c’è stato chi lo ha accusato di non essersi mai contrapposto alla dittatura nel suo paese, di non essersi mai speso in favore dei veri dissidenti, incarcerati e perseguitati. Come l’attivista cieco Chen Guangcheng, dal 2012 fuggito in America, che da anni denuncia gli orrori della politica del figlio unico. Eppure, basta leggere “Le rane”, pubblicato da Mo Yan nel 2009 e ora edito da Einaudi per capire la pretestuosità di quelle accuse. Quel romanzo è un magistrale attacco al totalitarismo del figlio unico, sferrato attraverso il racconto della vita di Wan Xin, Wan il Cuore: levatrice di Gaomi, città-contea della provincia dello Shandong, la stessa in cui nel 1955 è nato Mo Yan, in una famiglia di contadini poveri. Nel libro, la donna è la zia paterna del narratore, il drammaturgo Wan Zu, soprannominato “Girino”. Per incrollabile fedeltà alle direttive del Partito, la stimata Wan Xin, figlia di un eroe della guerra contro i giapponesi e levatrice di migliaia di nati a Gaomi nell’arco di cinque decenni, si trasforma, dalla fine degli anni Settanta, nella volenterosa carnefice dei bambini che non devono nascere e delle loro madri. E’ lei, convinta che ogni figlio non consentito sia un sabotaggio della patria comunista, a stanare le donne che credono di poter partorire impunemente un secondo o un terzo bambino. Quelle donne – Wan Xin le aveva fatte nascere tutte, quando da ostetrica aveva assistito le loro madri – sarà lei stessa a inseguirle e a trascinarle in ospedale, con l’aiuto dei suoi assistenti, per costringerle ad abortire. Non importa che siano al quinto, al sesto, al settimo mese: a Gaomi, come in tutta la Cina, i bambini illegali non devono vedere la luce. Tutti coloro che nascondono le fuorilegge, siano parenti, amici o vicini compiacenti, devono sapere che le ruspe abbatteranno le loro case, finché le ribelli non si consegneranno, e Wan Xin si troverà a guidare anche la squadra incaricata degli abbattimenti. Quando la moglie di Girino decide di avere di nascosto un secondo figlio, l’implacabile zia non farà favoritismi nemmeno per suo nipote. Metterà invece, se possibile, ancora più zelo e più ferocia nella sua missione. E’ difficile rimanere insensibili di fronte alla descrizione che Mo Yan fa di quella caccia spietata, il cui esito è tragico: la moglie di Girino muore dissanguata sul tavolo operatorio dove la zia Wan Xin le ha praticato un aborto al quinto mese. Un’altra fuorilegge, la minuscola e coraggiosa Wang Dan, che è riuscita a nascondersi fino al settimo mese, per sfuggire a Wan Xin e ai suoi assistenti si allontana su una zattera sul fiume in piena, ma viene raggiunta dagli inseguitori mentre già è cominciato il travaglio. Muore, mentre la sua bambina prematura le sopravvive. Per sei mesi se ne prenderà cura proprio Wan Xin, perché il padre non vuole saperne di quella seconda femmina, che da adulta sarà protagonista dell’ultima parte del libro. Verrà usata come madre surrogata in una sorta di factory dove nascono bambini su commissione, una clinica mascherata da allevamento di rane toro. Perché nella Cina dove si continua a poter fare un solo figlio e le donne continuano a subire aborti forzati (anche al nono mese, come documentano le cronache di quest’anno), chi può permetterselo può ricorrere all’utero in affitto. Non è la prima volta che Mo Yan racconta la Cina delle sterilizzazioni e degli aborti coatti, degli infanticidi, della strage delle femmine abortite dopo che un’ecografia le ha “stanate”. In una raccolta degli anni Ottanta, “L’uomo che allevava i gatti”, molte storie sono dedicate alla strage delle bambine. Sono storie di rassegnazione o di ribellione alla legge voluta nel 1979 da Deng Xiaoping, che si calcola abbia comportato in Cina circa quattrocento milioni di aborti. Dato fornito dagli stessi responsabili della pianificazione familiare, nel 1983 insigniti dall’Onu del “premio per la popolazione” per la capacità di controllare la crescita demografica. A che prezzo, possiamo leggerlo nel romanzo di Mo Yan. “Le rane”, come è nello stile dello scrittore, racconta atrocità ma conserva la pietà per le persone, anche per la tragica figura di Wan Xin. Una donna che non teme nulla – da un processo durante la rivoluzione culturale esce sanguinante ma non sottomessa – eppure sviene alla vista di una rana. In cinese, rana e neonato hanno lo stesso suono, “wa”, e “il vagito di un bambino appena uscito dalla pancia della madre assomiglia moltissimo al gracidare di una rana”, dice la zia a Girino. Una notte, Wan Xin, ormai in pensione, era stata inseguita e aggredita in una palude da migliaia di rane. Non sappiamo se quel racconto sia un incubo o realtà. Ma dopo quella notte la zia decide di sposare l’uomo che l’ha soccorsa. E’ uno scultore che fabbrica statuette di bambini in creta, ex voto e doni per la benevola dea della fertilità, Niangniang. A indicare al marito, statuetta dopo statuetta, quali fattezze modellare, è Wan Xin. Ogni bambola è uno dei bambini – migliaia di bambini – ai quali lei ha impedito di nascere. E lei, che di ognuno conosce i genitori, immagina come sarebbero stati. E’ la sua espiazione, non la sua salvezza.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.