Il sogno di immagazzinare le informazioni invece che su un chip di silicio in un frammento di Dna assume toni reali. Lo ha dimostrato in un esperimento Nick Goldam nel suo laboratorio di Hixton (Gran Bretagna) all’European Bioinformatics Institute. Questo centro fa parte dell’Embl, l’istituzione più avanzata in Europa per la ricerca nel campo biologico creata dai venti Paesi dell’Unione. Per certi aspetti assomiglia al Cern di Ginevra per gli studi di fisica subnucleare.
FRONTIERA – Già l’anno scorso all’Università americana di Harvard si effettuava un’esperienza simile ma ben più semplice. In realtà su questa frontiera si sta lavorando da anni proprio per superare i limiti ben noti della tecnologia del silicio passando dal mondo inorganico a quello organico che spalanca possibilità oggi inimmaginabili. Ora nel mondo si calcola una quantità di informazione digitale pari a 3 mila miliardi di miliardi di bytes e questa montagna è destinata inesorabilmente a crescere. Archiviare dati è la grande sfida del futuro e non potrà essere soddisfatta dai metodi tradizionali come hard disk, perché troppo costosi e necessitano di una costante fornitura di energia, e nemmeno da sistemi magnetici che pur non richiedendo energia hanno il difetto di degradare nel tempo. Adesso su un campione di Dna si sono memorizzati l’audio clip di Martin Luter King con il discorso «I Have a Dream», 154 sonetti di Shakespeare e la memoria scientifica di Francis Crick e James Watson nella quale, nel 1953, annunciavano la scoperta della doppia elica del codice della vita. Ma come si può utilizzare del Dna in provetta al posto di una piastrina di silicio? In un chip di questo materiale si organizzano sequenze di «zero» e «1» per scrivere le informazioni. Nel Dna si manipolano invece le quattro lettere del codice: A,C,G,T.
LETTURA – Il messaggio costruito per l’esperimento era trasmesso all’Agilent Technologies di Santa Clara (California) dove si trasformava in una stringa di basi genetiche. Consegnata poi ad un laboratorio di Heidelberg, era letta da un sistema laser. I dati venivano quindi spediti al computer del professor Goldman che li confrontava con quelli iniziali. Erano perfetti e senza errori superando quegli ostacoli che fin qui erano emersi nelle ricerche, racconta sulla rivista britannica Nature. Con il nuovo metodo, che non richiede energia elettrica, in una tazzina da caffè di Dna possono essere stivate cento milioni ore di film ad alta definizione. Un grammo di Dna può contenere due petabyte di dati equivalenti a tre milioni di CD. Un passo importante verso il computer biologico capace di elaborare e contenere una quantità di informazioni enormemente più grande rispetto ad oggi si è, dunque, compiuto. L’affidabilità dello stivaggio su Dna, inoltre, è garantita per circa 10 mila anni senza il pericolo che un cambio di tecnologia renda impossibile la lettura dei dati come accade oggi. Qualsiasi strumento impiegato anche in futuro per leggere i contenuti del codice genetico potrà infatti ripescare informazioni anche vecchie di migliaia di anni. Ora restano alcuni aspetti pratici da superare, ma secondo il professor Goldman nel giro di qualche anno potranno essere superati e il sistema commercializzato.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.