Quando cardinal Martini – alla fine del gennaio 2007,ad un mese dalla morte di Piergiorgio Welby – scrisse il famoso editoriale sul Sole 24 ore fu una sorta di tsunami. Fino ad allora la Chiesa cattolica, attraverso i suoi maggiori e autorevoli rappresentanti, si era espressa in maniera assolutamente unanime e concorde nel condannare tutta la vicenda: si era trattato di un gesto eutanasico, o meglio – per aumentare la confusione terminologica – di un suicidio assistito.
A Welby erano già stati negati i funerali religiosi, un pietoso vescovo aveva celebrato una messa per la salvezza della mia anima che invece il conduttore di una nota radio privata religiosa aveva già condannato a bruciare, quando sarebbe stato il momento, per sempre all’inferno. Il mondo politico aveva fatto il resto. La sentenza di condanna politica era già stata emessa da tutto il centrodestra e anche da una parte dell’allora centrosinistra al governo, Binetti e Rutelli in testa. Il presidente emerito Cossiga aveva invece già materialmente depositato un esposto alla procura di Roma per omicidio di consenziente. Il mondo medico non prendeva posizioni, tranne il presidente del sindacato anestesisti-rianimatori che sosteneva che il mio gesto avesse gettato nella vergogna e nell’infamia tutta la categoria. L’Ordine dei medici della mia città si riservava di decidere il mio futuro professionale. In questo clima desolante, le parole di Martini furono una luce tra le tenebre. Gli osservanti della Chiesa cattolica romana si accorsero che forse vi era una diversa interpretazione dei fatti. In particolare Martini chiarì la differenza tra rifiuto delle cure ed eutanasia e sottolineò l’assoluta soggettività, e di conseguenza l’inutilità pratica, del termine accanimento terapeutico. Non solo valdesi e protestanti ma gli stessi movimenti separati all’interno del cristianesimo cattolico (uno fra i tanti: Noi siamo Chiesa) sentirono finalmente gli stessi argomenti che sostenevano da tempo sui nuovi problemi etici posti dal progresso della scienza medica. Martini conosceva bene la sua malattia che già l’affliggeva nel gennaio 2007, la stessa di Wojtyla, simile nel quadro finale a quella di Welby. La risposta delle autorità ecclesiastiche alle parole di Martini? La condanna peggiore: il silenzio assoluto, l’indifferenza totale. Un medico, sfortunatamente affetto da una malattia simile a quella di Welby, descritto e sostenuto dal mondo confessionale come l’anti Welby, intervenne invece in quei giorni in un incontro pubblico, promosso dal Movimento per la vita. Sostenne che cardinal Martini non avesse piena lucidità mentale a causa delle terapie che assumeva proprio per il suo Parkinson. A differenza invece di Wojtyla che – a suo dire – aveva sempre rifiutato la terapia proprio per non incorrere nello stesso problema. A questa tesi, peraltro scientificamente errata, non seguì alcuna smentita, né alcun sostegno o difesa di Martini da parte delle autorità ecclesiastiche o politiche. Le stesse che oggi ne elogiano e ne esaltano il pensiero. Recentemente invece quel medico – già dirigente della struttura convenzionata Maugeri di Pavia – è stato promosso super manager della sanità lombarda dal celeste Formigoni