"Io sono cattolica e credo che la morte del cardinal Martini, la maniera in cui ha deciso di morire, costituisca un insegnamento di fede. Assolutamente sì, un insegnamento su cui meditare. La morte – questo ci dice – è il momento più importante della vita, la possibilità che abbisamo di dare un segno, una dimostrazione di quanto quella vita valeva…"
Mina Welby parla lentamente e con parole sempre chiare, tradita appena appena da un leggerissimo accento tedesco, per essere nata in provincia di Bolzano 65 anni fa. E’ insegnante di lingue, è co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni e, soprattutto, Wilhelmine Scott – questo il suo nome da ragazza – è la vedova di Piergiorgio Welby, il politico radicale – e giornalista, e poeta – affetta da distrofia muscolare progressiva morto il dicembre di sei anni fa, dopo aver chiesto e ottenuto che fosse sedato e che gli venisse staccato il respiratore.
In queste ore tutti ricordano un famoso articolo di Martini: Io, Welby e la morte
"E’ vero, uscì il dicembre 2007. Un articolo profondo, semplice, in cui il Cardinal Martini si dichiarava contrario a ogni cura inutile e futile che non avrebbe garantito una vita di qualità".
La Chiesa Cattolica e il cardinal Martini. Come si sono conciliate visioni del mondo talvolta così diverse?
"Io ho letto tutti i suoi libri, e anche l’ultimo, Credere e conoscere. Vi ho trovato le grandi difficoltà che affrontava nell’analizzare le controversie bioetiche. La sua Chiesa non era d’accordo e Martini ritornava ogni volta sui temi con sensibilità e attenzione, chiedendo di ripensare l’eutanasia. Senza nessuna nota di proibizione, lasciando tutto in sospeso, sentendo la gravità della sofferenza delle persone".
Invece il Vaticano non concesse a Welby la funzione religiosa che lei aveva chiesto
"Lo giudicarono un suicidio, mentre il cardinal Martini aveva condiviso la sua richiesta di staccare la spina, citando addirittura l’articolo 2278 del catechismo cattolico, per dimostrare che le cure inutili possono essere sospese anche per la Chiesa. Il concetto era ed è questo: non si può provocare la morte, ma si deve accettare di non poterla impedire".
Martini ha rifiutato l’alimentazione artificiale.
"E’ stato coerente fino all’ultimo. E’ morto come morì mia madre nel 1962, ma il sondino in quegli anni non l’avevano ancora inventato."
Lo stesso sondino che rifiutò suo marito?
"In realtà Welby, quattro anni prima di morire, aveva chiesto espressamente di tornare a usarlo. Non si sentiva ancora pronto a morire. Questo dimostra la sua grandezza: la volontà di prepararsi consapevolmente, di morire in un certo modo".
Poi ci sono i casi di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Come li ricorda?
"Coscioni morì per soffocamento, senza tracheotomia, senza sedativi. Una sofferenza tremenda. Del caso Englaro mi viene in mente questo padre, Beppino, che ha visto sua figlia morire due volte, il giorno dell’incidente stradale e il giorno che l’ha portata alla tomba. Un papà che ha portato con coraggio la testimonianza della figlia, una figlia che mai avrebbe voluto continuare a vivere in quel modo".