Intervista a Elena Cattaneo – Ma la super esperta boccia la cura: “L’efficacia non è dimostrata. Dove sono le prove scientifiche?”

Il Giorno

Dottoressa Elena Cottaneo, direttrice del Laboratorio di ricerca sulle cellule staminali e malattie neurodegenerative dell’Università degli Studi di Milano, che cosa non la convince della vicenda di Celeste?

«Sembrano mancare i presupposti necessari per discuterne: dove sono le evidenze scientifiche? Quali sperimentazioni pre-cliniche sono state fatte della cura prima di somministrarla ai pazienti? Su quanti pazienti? Dove sono i documenti? Quali parametri sono stati misurati? Senza queste premesse, è impossibile andare avanti».

Un giudizio senz’appello.

«Il punto fondamentale è: se non ci sono evidenze scientifiche e cliniche dimostrabili, stiamo parlando di nulla. Altrimenti chiudiamo le facoltà di Medicina. La medicina, le procedure sperimentali e i controlli servono proprio a cercare le prove dell’efficacia di un trattamento, che devono essere documentate, pubbliche e riproducibili da altri, allo stesso tempo tutelando i malati».

In quali casi è consentito l’uso terapeutico delle cellule staminali?

«In tre ambiti: le leucemie, le ustioni della pelle e le ustioni della cornea. Poi, ci sono alcune sperimentazioni in corso: per esempio, al San Raffaele il professor Giulio Cossu sta portando avanti una sperimentazione clinica su bambini affetti da distrofia muscolare. Una sperimentazione arrivata dopo anni passati a studiare gli effetti delle staminali sugli animali, e a superare i rigidi step imposti dalle agenzie italiane che regolamentano il campo».

Il medico che segue la bambina si appella all’uso compassionevole

«Ecco un altro concetto da chiarire: anche le cure compassionevoli, alle quali si fa ricorso per fornire gratuitamente all’ammalato farmaci subito efficaci per la sua patologia ma che magari non sono stati ancora introdotti in Italia, prevedono regole ben precise da seguire. Come dire, non si possono utilizzare a caso».

Condivide la decisione dell’Aifa di bloccare la terapia?

«Stando al provvedimento dell’Aifa, la terapia veniva praticata in un luogo inadeguato e senza accertamenti sul materiale biologico prodotto. Inoltre, si fa riferimento alla mancata tracciabilità dei materiali utilizzati e all’assenza di prove scientifiche a supporto del trattamento proposto. Senza questi capisaldi, è impossibile praticare un trattamento del genere».

Due giorni fa, però, il giudice ha disposto I’immediata ripresa del trattamento.

«Mi verrebbe da chiedere al giudice se ha ritenuto opportuno allegare al suo provvedimento l’elenco delle prove scientifiche che attestano la reale efficacia della cura».

Se ci fosse solo una speranza di poter salvare la bambina con le cellule staminali, lei non se la sentirebbe di provare?

«Certo. Ma la frase-chiave è sempre la stessa: dove sono i riscontri? Tutti lavoriamo per crescere la speranza, ma questa cresce solo sulla base di prove documentate che si accumulano. Altrimenti non è medicina. E se le prove esistono devono essere rese pubbliche in una forma utilizzabile anche da altri medici, ovunque nel mondo: è un dovere di chi sperimenta quello di raccogliere i risultati affinché questi possano essere valutati dalla comunità medica e scientifica. E non può passare l’equazione staminali uguale cura, perché non è così. E chi lavora nel campo ha il dovere di ammettere i limiti alla conoscenza che ogni giorno dobbiamo superare e dare più informazioni possibili ai pazienti e ai loro familiari, che vivono situazioni di disperazione. In questo caso, l’ultima cosa da fare è condannare i familiari dei malati che si appellano alla speranza».