Troppi casi di Sla tra gli agricoltori. Indaga la procura

La Stampa
Alberto Gaino

La Sla era conosciuta (da pochi) come morbo di Lou Gehrig, campione americano di baseball che ne morì, da noi si è andati un po’ oltre l’acronimo della sclerosi laterale amiotrofica e si è capito quanto sia devastante questa malattia, per ora senza cure efficaci, vedendo in tv campioni di calcio immobilizzati in tutto il corpo e persino nella parola. Impatto impressionante. Non paragonabile, ovvio, ai sentimenti di chi abbia avuto un congiunto colpito dallo stesso morbo che ora, oltre quella dei calciatori, scopre un’altra categoria a rischio: gli agricoltori.

Sono stati 123 gli agricoltori piemontesi colpiti da Sla in questi ultimi anni, ed è un dato parziale, emerso dalle schede di dimissioni ospedaliere che il pm torinese Raffaele Guariniello ha chiesto alla Regione Piemonte, per raccogliere attraverso le Asl i dati relativi a questa malattia (e ai tumori al cervello, questi ultimi per verificare l’eventuale incidenza dell’uso frequente del cellulare). Seconda operazione: il pm ha coinvolto l’Inps che dispone di una banca dati sull’intera vita lavorativa di tanti italiani; la scheda di dimissioni ospedaliere riporta l’ultima attività professionale dei pazienti mentre l’Inps è in grado di risalire a quelle precedenti. Per gli agricoltori si sta completando il confronto dei dati (per i casi di tumori al cervello l’analisi è ancora in fese embrionale) e, per quanto non esistano studi epidemiologi a carattere nazionale, l’indicazione univoca sui 123 fa riflettere.

Conta relativamente che Massimo Fogliato, direttore del patronato regionale Coldiretti, dica: «Non ne sappiamo niente. La notizia mi lascia di stucco, non abbiamo un solo assistito affetto da Sla». Conta molto di più che il professor Adriano Chiò, direttore del Centro Sla del Dipartimento di Neuroscienze presso l’ospedale torinese Molinette, osservi: «Fra i fattori di rischio conosciuti vi sono quelli ambientali e fisici e l’attività agricola vi è ricompresa. Attenzione, però: la stessa vita in un ambiente agricolo può essere a rischio. Per il fatto, ad esempio, di bere l’acqua del pozzo. Può essere inquinata dai pesticidi che si biodegradano molto lentamente intaccando falde acquifere. L’acqua dei pozzi interessati ne riporta concentrazioni maggiori rispetto ad acquedotti che attingono da aree più estese». Riassume Chiò: «Non dobbiamo demonizzare l’agricoltura. Dobbiamo preoccuparci di scoprire a quali cause ascrivere la Sla. Disponiamo di interessantissimi tasselli ma non siamo in grado di comporre il puzzle».

La suggestione è forte: lavoro dei campi, campi di gioco: c’è un filo, pur sottile, a legare gli agricoltori colpiti da Sla ai calciatori nelle stesse condizioni? L’età, per esempio? Chiarisce Chiò: «Un’esposizione importante al rischio Sla avviene fra i 15 e i 30 anni di vita». Il gruppo dei 123 agricoltori piemontesi: 20 si sono ammalati a meno di 30 anni. Terribile. E i calciatori sono per definizione giovani. Si è parlato per loro di possibili cause – si è sempre e solo nel campo delle ipotesi di lavoro – riconducibili ai traumi di gioco e alla fatica prolungata perché i più erano e sono centrocampisti. Si è anche pensato a prodotti di sintesi chimica e in particolare, negli ultimi anni, a quelli utilizzati sui campi di gioco. Un fatto: il campo del Como (società fra le più a rischio) è stato realizzato su una discarica. Chiò: «Si usano coloranti per rendere più verde l’erba dei campi di gioco. Ricercatori americani hanno in particolare evidenziato il fattore di rischio rappresentato da cianobatteri: alghe azzurre che secernono amminoacidi tossici, potrebbero essere correlati alla malattia».

Non si sa quanto gli agricoltori siano esposti alla Sla, sappiamo che il rischio per i calciatori è 6 volte maggiore di quello della popolazione generale. Sappiamo anche che le ricerche sulla mortalità fra rugbisti (sportivi più rari dei calciatori in Italia), giocatori di basket (anch’essi sottoposti a traumi) e ciclisti (particolarmente colpiti dal fenomeno doping) non hanno evidenziato scostamenti significativi di malattia rispetto al resto della popolazione. Fra cui cresce il fattore Sla: 1 su 400 vi è esposto, e le donne ormai in misura pari rispetto agli uomini. Lo indica il registro piemontese (l’unico in Italia sui casi di Sla). Sembra possano avervi a che fare anche gli stili di vita, fumo da sigaretta compreso.