Il discorso di Elton John alla conferenza di Washington: "La malattia non si sconfigge solo con la scienza, dobbiamo ritrovare la compassione"
Questa è la storia di un giovane uomo e del suo rapporto con la sessualità. Ha fatto uso di droghe e ha abusato dell’alcol, ha fatto sesso senza protezione rischiando di contrarre il virus dell’Aids. Ha toccato il fondo fino a fare della sua vita un disastro. Avrebbe potuto morire e, a essere onesti, ci è andato vicino. Ma poi è accaduto qualcosa di straordinario: la gente mostrò nei suoi confronti compassione, amore, rispetto e comprensione e questo fatto gli ha consentito di cambiare profondamente la sua vita.
Oggi ha una vita meravigliosa, un compagno che ama e che lo ama, un figlio bellissimo e non beve da 22 anni. Non dovrei nemmeno essere qui. Dovrei essere morto, sepolto sotto due metri di terra rinchiuso in una bara di legno. Avrei dovuto contrarre l’Hiv negli anni ’80 e morire negli anni ’90 come Freddy Mercury, Rock Hudson e molti altri cari amici e colleghi. Ogni giorno mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Non so rispondere, ma una cosa la so: il messaggio che mi ha salvato la vita è lo stesso messaggio che, messo in pratica, può salvare milioni di vite: tutti meritano un po’ di compassione, tutti meritano la dignità, tutti meritano l’amore.
La malattia dell’Aids è causata da un virus, l’epidemia no. L’epidemia è alimentata dalla condanna sociale, dall’odio, dalla disinformazione, dall’ignoranza e dall’indifferenza. Oggi – e a ragione – si parla molto della fine dell’Aids. Grazie alla ricerca, all’impegno e a nuovi, efficaci farmaci, possiamo curare l’Aids e prevenirlo. Ma non basta. Sconfiggere questa malattia non è sufficiente, la medicina e il denaro non bastano; occorre l’amore.
In oltre 30 anni di epidemia abbiamo avuto modo di vedere come reagiscono gli esseri umani nei confronti dei sieropositivi. Alcuni scrutano i malati alla ricerca di una qualche ragione per colpevolizzarli. Conducono una vita immorale e quindi meritano di ammalarsi e di morire. Se la sono voluta. Altri guardano i malati alla ricerca di qualche buona ragione per amarli. Sei malato? Lo sarò anche io un giorno. Stai morendo? Anche io un giorno morirò. Come posso aiutarti? Come posso amarti?
Dopo 31 anni e oltre 30 milioni di vittime abbiamo assistito a entrambe queste due reazioni. Odio in Uganda, condanna sociale in Ucraina, indifferenza in America. Tutta questa paura, tutta questa ignoranza, tutto questo odio mi disturbano profondamente. Ma per fortuna abbiamo visto anche l’amore. Abbiamo visto monaci assistere i tossicodipendenti in Thailandia, operatori sociali aiutare i detenuti sieropositivi, grandi multinazionali anteporre il valore della vita umana al profitto e a San Francisco abbiamo visto uomini gay malati di Aids prendersi per mano con donne eterosessuali malate di Aids che vivono in Botswana.
Al momento sono in cura oltre otto milioni di persone e all’orizzonte si comincia a scorgere la fine dell’epidemia. Ma per raggiungere questo agognato traguardo ci vuole ancora molta compassione da parte di tutti. In che modo la compassione può aiutarci a vincere questa battaglia? Certo non possiamo impedire il diffondersi dell’infezione tra i tossicodipendenti privandoli della libertà o lasciandoli morire. In questo modo si alimenta il contagio e si accrescono le sofferenze. Occorrono amore, aghi sterili, aiuto e cure. Certo non arresteremo il diffondersi in Africa dell’Aids tra gli omosessuali lapidandoli o approvando leggi che condannano l’omosessualità. In Sudafrica il governo sta incoraggiando i sieropositivi a non vergognarsi della loro condizione e questo atteggiamento sta dando ottimi risultati.
Per porre fine all’epidemia in America, mostrate compassione nei confronti di quanti non possono permettersi le cure. I sieropositivi di Washington DC sono per lo più neri, poveri e dimenticati, anche se vivono nella Capitale della nazione più ricca della Terra. L’America ha mostrato grande umanità nei confronti dei sieropositivi dei paesi del Terzo mondo e sono certo che potrebbe arrestare l’ulteriore diffondersi dell’Aids in patria in pochissimo tempo. Occorrono solo più risorse e più comprensione.
Forse vi sembro un po’ ingenuo o magari fuori di testa. So benissimo che l’amore e la comprensione non bastano. Occorrono programmi di prevenzione, cure efficaci e bisogna realizzare un vaccino. Ma nemmeno queste cose, da sole, basterebbero. Il vaccino non metterebbe fine alla condanna sociale nell’Est europeo né all’omofobia in Uganda. Il vaccino non farebbe finire le violenze carnali in Sudafrica e non aiuterebbe i poveri dell’Asia che non possono permettersi di acquistare i farmaci. II vaccino non cambierebbe le leggi approvate in America che criminalizzano i sieropositivi.
La scienza può fermare la malattia, ma non può debellare questa piaga. Oggi disponiamo di cure miracolose e di straordinari programmi di prevenzione. Ma non possiamo raggiungere i sieropositivi che non escono allo scoperto per paura della condanna sociale o dell’omofobia. Prego perché presto si scopra un vaccino, ma senza l’umanità dei governi, il vaccino non potrà essere messo a disposizione di tutti. Milioni di persone si vergognano della loro malattia, della loro sessualità, della loro povertà. Ed è proprio la vergogna che impedisce loro di farsi curare.
La vergogna è una cosa che ho provato sulla mia pelle. Mi ha quasi ucciso e sta uccidendo molta gente in ogni parte del mondo. L’amore deve prendere il posto della vergogna, la compassione quello della condanna. Solo così potremo vincere questa battaglia. L’amore è la forza più potente del mondo. Lo so per esperienza personale. Nei giorni più bui del mio ricovero in ospedale quando combattevo la mia dipendenza dall’alcol, ho avuto prove di umanità e affetto da persone che nemmeno conoscevo. Sono stati loro a salvarmi la vita. L’amore di estranei, di persone che credono in te e ti danno una mano è uno dei doni più preziosi che possiamo ricevere. Lo meritiamo tutti, ma non tutti lo ricevono. È giunta l’ora di uscire da un incubo durato oltre 30 anni.